Davide Del Popolo Riolo.
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De Bello Alieno.
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2017 Delos Digital, Milano.
Collezione Odissea. Fantascienza.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Cosa sarebbe stata Roma se Giulio Cesare avesse messo il suo genio al servizio della tecnologia anzich della guerra? 
44 avanti Cristo. Roma  la capitale del mondo civilizzato, la sua egemonia si estende dall'Oceano all'Asia, dalle Gallie all'Egitto. Non c' esercito in grado di opporsi alla forza delle legioni romane e dei loro fucili... Bighe a motore sfrecciano per le strade, treni a vapore collegano le pi remote province alla Citt Eterna. L'artefice di queste conquiste ha un nome: Caio Giulio Cesare, il geniale scienziato e imprenditore che, costretto da Silla ad abbandonare la carriera politica e militare, ha dedicato tutto il suo ingegno alla scienza e alla sua applicazione tecnica...
Ma lontano, oltre la notte buia e senza confini dello spazio, una Razza anziana e morente scruta, con muta ostilit ed invidia, il pianeta Terra, scruta Roma e le sue conquiste... Dal loro mondo spoglio e arido, battuto da venti e tempeste e scosso dai terremoti, esseri alieni osservano, con immoto odio, chi ha ci che non possono pi avere... Vedono gli uomini crescere e moltiplicarsi, domare gli animali e coltivare la terra... E poi estrarre il carbone, solcare i mari con navi a motore e la terra con veicoli meccanici. E prendono una decisione: occorre fermare i terrestri prima che diventino troppo pericolosi.
Occorre distruggere Roma.

L'AUTORE.
Davide Del Popolo Riolo  nato ad Asti nel 1968. Laureato in Giurisprudenza all'Universit di Torino nel 1992,  avvocato e svolge la professione a Cuneo, dove vive. Da quattro anni  anche segretario dell'Ordine Avvocati di Cuneo.
Ama viaggiare in Europa e in questi anni ne ha visitata una buona parte.
Fin da ragazzino ha amato la storia e la letteratura, anche e soprattutto fantascienza e fantasy, ma non solo.
Come scrittore ha esordito nel 2014 con De Bello Alieno, vincitore del Premio Odissea e in seguito il Premio Vegetti, che ha stupito proponendo un originale storia steampunk in epoca romana. Successivamente col suo secondo romanzo Non ci sono di oltre il tempo ha vinto il premio Kipple. Con Delos Digital ha pubblicato anche Erasmo (Premio Cassiopea 2016) e La mediatrice.


Prologo.

Oltre la notte buia e senza confini dello spazio, una Razza anziana e morente scruta, con muta ostilit e invidia, il nostro pianeta e i suoi abitanti. Essi hanno avuto in passato quello che noi abbiamo ora, un mondo florido e ricco di forme di vita, ma ci non  pi. Il tempo ha trasformato il loro pianeta in un deserto spoglio e arido, battuto da venti e tempeste e scosso dai terremoti.
Essi sono stati in passato quello che siamo noi, una Razza giovane ed entusiasta, inesperta ma piena di vigore, di curiosit e di ardore. Adesso sono vecchi e aridi come il loro mondo natale, schiavi della contemplazione del loro passato.
Essi osservano, con immoto odio, chi ha ci che loro non hanno, e non possono pi avere. Il loro occhio supera, grazie alla forza dell'invidia, gli abissi dello spazio che ci dividono, attraversa nuvole e aria, e esamina con avida attenzione ci che fa l'umanit.
Essi vedono l'uomo moltiplicarsi e crescere in sapienza, domare e allevare animali, coltivare la terra, costruire grandi edifici in pietra e navi di legno, e ridono con gioia maligna per la sua arretratezza, perch ci  nulla in confronto alle conquiste del loro glorioso passato.
Eppure un giorno si accorgono, con tetro stupore, che l'uomo comincia a estrarre il carbone e il ferro dalla terra, che il fumo delle ciminiere annerisce il suo cielo azzurro, e vedono le navi che solcano il mare non pi spinte soltanto dalla forza dei remi.
Essi capiscono che l'uomo si  incamminato molto in fretta, troppo in fretta, sulla strada che porta alla potenza che loro hanno avuto, e perduto, e questa comprensione accresce a dismisura l'ira nei loro cuori.
L'odio e l'invidia si incistano sempre pi nei loro freddi animi, abbandonati da ogni pi caldo sentimento, e non conoscono freni. Decidono di punire le vane ambizioni degli uomini che osano spingersi sulle strade che loro gi hanno tempo addietro battuto. Con cupa malizia, decidono di fare ogni sforzo per distruggere il luogo da cui tutto ci ha avuto inizio.
Sanno di non poter distruggere l'intera umanit, perch il loro potere  ormai inadeguato per un obiettivo cos feroce. Sanno per anche che la nuova via intrapresa degli uomini  fragile, e che il suo avvenire  vulnerabile.
L'odio d loro l'energia e la volont che credevano di aver perduto millenni prima. In una frenesia di esaltazione, tornano in attivit come non erano dai tempi pi remoti, per tarpare le ali dell'ambizione di quella giovane Razza che invidiano e, dentro di s, temono.
Cos, misera parodia della potenza che sono stati, preparano i loro messaggeri di morte per l'uomo, e perfezionano con cura il dono che la loro Razza capace ormai soltanto di invidia maligna riserva ai propri ignari successori.
Essi studiano con attenzione le condizioni migliori, perch ormai la loro energia  poca, e devono utilizzarla al meglio. E quando il momento  pi propizio, scagliano le loro folgori maligne in rotta verso la Terra.
Quei doni di morte lasciano il Pianeta Rosso e attraversano lo spazio e l'eterno nulla, ma non ne vengono corrotti. Gli esseri che li hanno inviati conoscono bene le insidie della navigazione nel vuoto interplanetario, perch nel loro remoto passato le hanno dominate.
L'antica Razza sa ancora fare calcoli corretti, e i suoi messaggeri di odio raggiungono infine il nostro pianeta e attraversano i cieli di un pianeta ingenuo, che ignora il pericolo che costituiscono, abitato com' da una giovane Razza fiduciosa nel futuro.
I doni maligni che hanno inviato attraversano i cieli terrestri come globi di fuoco, illuminandoli, e la loro velocit residua  tale che rimbombano pi di tuoni. Gli uomini alzano lo sguardo al cielo e stupiscono, rivolgendo un pensiero reverente ai mille diversi di che adorano, e che credono popolare quei cieli. Si chiedono con superstizioso timore che cosa siano il tuono senza folgore, ed il globo di fuoco che percorre il cielo.
Sono la morte per l'uomo,  la risposta, e ora sono qui.

1.

Quando Silla arriv al potere non pot n con lusinghe n con il terrore staccare da Cesare Cornelia, la figlia di quel Cinna che era stato dittatore. Cesare era ostile a Silla perch apparteneva alla famiglia di Mario: infatti Mario il vecchio aveva sposato Giulia, sorella del padre di Cesare, e da essa aveva avuto Mario il giovane, che era cugino di Cesare. Da principio Silla, impegnato a fare massacri, non si era curato di Cesare. Pi tardi Silla meditava di mandarlo a morte, e gli si opposero alcuni asserendo che non metteva conto mandare a morte un ragazzo di quell'et; egli ribatt che non avevano senno se non vedevano in quel giovane molti Marii. Tuttavia decise infine di graziarlo, esiliandolo per da Roma e interdicendogli acqua e fuoco.
Plutarco, Vita di Cesare
Baia, sette giorni alle Calende di Marzo.
Caro tata,
sono appena arrivata nella nostra villa di Baia, e gi ti scrivo. Tu, che hai cos tanti impegni e cose da fare, certo penserai che tua figlia  davvero molto noiosa! Eppure non riesco a trattenermi dal farlo e, mentre gli schiavi stanno sistemando i bagagli, sono gi qui che detto la mia prima lettera al mio caro babbo. Non sono una figlia affettuosa? Mi sembra di vederti mentre, affaccendato come sempre in altre dieci questioni, leggi questa mia, e un sorrisetto ironico ti si dipinge sulle labbra...
Per ho un buon motivo per tediarti, perch forse vuoi sapere com' stato il viaggio, dato che abbiamo approfittato delle nuove locomotive che hanno appena messo in funzione sulla linea della Via Appia Nova. E chi le ha costruite, queste nuove locomotive, se non il mio geniale pap?
Che mostri enormi che sono, tata! Non ti nascondo che quando queste grosse carrozze scure arrivano in stazione, senza essere trainate da animali ma sbuffando ed emettendo fumo nero e puzzolente dalla ciminiera, non c' persona, romana o straniera, che riesca a trattenere un brivido. Quale magia  mai questa, credo che tutti pensino. Sappiamo bene che  scienza, non magia, perch ce l'hai spiegato tante volte, ma i condizionamenti del passato sono a tratti ancora molto forti.
Eppure li superiamo, perch ognuno di noi, seppure con un attimo di esitazione, sale in carrozza, attende il fischio di partenza e poi si diverte a veder sfrecciare davanti a s il paesaggio a una velocit superiore a quello del galoppo del pi sfrenato dei cavalli.  cos comodo il treno!
Se penso che alcune delle matrone pi anziane che quest'oggi hanno viaggiato con me, la moglie di Cicerone e quella di Crasso, per esempio, ricordano ancora quando, per andare nelle loro ville in Campania, dovevano sopportare un interminabile e scomodo viaggio in lettiga, che durava anche giorni, chiedere ospitalit ad amici lungo il percorso, e magari quando arrivavano scoprire che gli schiavi non avevano avvertito del loro arrivo! Quanto era dura la vita fino a pochi decenni fa, e come  cambiata in meglio grazie al mio pap!
Ora, invece, si manda un telegramma il giorno prima, al mattino si sale sul treno alla Stazione Giulia, e a sera si  gi a Baia, a fare un bel bagno caldo (quello che gli schiavi stanno preparando proprio in questo momento, quindi devo sbrigarmi!). Lo so che non ho bisogno di spiegarti tutto ci, dato che se esiste  soltanto per merito tuo, eppure mi piace farlo.
Certo, dato che vuoi sempre sapere la verit, non posso nascondere che c' comunque qualcuno che si lamenta. Sto parlando, naturalmente, della cara Terenzia, le cui lamentele abbiamo dovuto sorbire per tutto il viaggio: le locomotive sbuffano e fanno un rumore fastidioso, spaventando gli animali, cos il latte e le uova non sono pi saporite come un tempo; i cieli di Roma, che una volta erano cos tersi e limpidi, oggi sono sporcati dal fumo delle ciminiere; le caldaie a carbone domestiche sporcano di fuliggine, che si infiltra dappertutto e non si riesce a pulire e cos via. Si  lamentata persino del fatto che sulla strada per Baia, nella bella campagna campana, non si vedono pi come un tempo i contadini nei campi intonare i loro canti mentre lavorano, ma soltanto le nuove trebbiatrici meccaniche! Tu per sai bene com' fatta la moglie di Cicerone:  una cara donna, un vero pilastro del mos maiorum, ma il suo divertimento principale  lamentarsi, e se non c' nulla che non va  in grado di inventarselo soltanto per spirito di contraddizione. Le altre matrone che viaggiavano nel mio scompartimento si sono limitate ad ascoltare le sue lamentele con un sorriso di compatimento, finch la moglie di Crasso non le ha detto:
- Terenzia, cara, se trovi cos scomodo il treno, perch non ti sei fatta portare in lettiga, come si faceva un tempo?
Tutte abbiamo cominciato a sogghignare, e la povera Terenzia si  zittita, come se un fulmine l'avesse colta!  stato cos divertente, babbo!
A proposito di fulmini e tuoni, che cosa si dice a Roma dei fortissimi botti che si sono sentiti questa mattina, proprio mentre stavo partendo? La giornata era serena, in cielo non c'era una nuvola, quindi sicuramente non erano davvero tuoni, anche se lo sembravano. E poi, subito dopo, in cielo si sono visti dei globi luminosi, che parevano cadere verso meridione, dritti dritti verso terra. Tuoni e fulmini globulari, ma niente temporale. Un ben strano fenomeno, non  vero? E come si sono spaventati gli animali! I cani abbaiavano, le pecore belavano, i buoi muggivano, tutti in preda al terrore. Che concerto che c'era!
I botti, poi, sembravano quelli di colpi di cannone! Anzi, tra quelli che aspettavano il treno alla Stazione Giulia qualcuno subito  saltato su a immaginare:
- Probabilmente sar il Magister che sta collaudando un nuovo pezzo di artiglieria.
 cos, babbo, hai inventato un altro cannone, ancora pi potente, per le nostre legioni? Oppure  un fenomeno naturale, su cui gi stai investigando, con la tua curiosit insaziabile?
Ti risparmio i commenti di alcune donne superstiziose, che ho sentito mentre aspettavamo che il nostro treno partisse, perch so bene quanto poco apprezzi queste cose. Hanno cominciato a bofonchiare dell'ira di Giove Ottimo Massimo, offeso per i troppi cambiamenti dei nostri tempi, e di altre sciocchezze di questo tipo. Mi immagino come le avresti messe a tacere! Ancora mi ricordo la volta che hai svergognato quel sacerdote siriaco che parlava delle eclissi di sole come di una punizione da parte del suo dio (El-gabal, si chiamavano entrambi, lui e il suo dio, vero?), e tu l'hai fissato con il tuo famoso sguardo di disapprovazione che fa tremare persino i senatori romani, poi hai preso un sasso da terra e l'hai messo tra lui e il sole.
- Se questo sasso cos piccolo pu coprire il sole, immagina che cosa pu fare la luna, che  molto pi grande, e vicina. L'ira del tuo dio non c'entra nulla! - Ricordo come ci  rimasto male.
Ecco, io ti ho scritto perch volevo raccontarti di come si viaggi comodi nei nuovi scompartimenti, con i loro sedili imbottiti al posto delle scomode seggiole di legno di una volta, di quanto sono veloci le nuove locomotive, di come hanno risolto i problemi dei freni che ogni tanto creavano problemi nel vecchio modello, e di come tutti sono contenti delle nuove ferrovie, e invece  venuta fuori una lettera confusa, proprio il contrario di come ti piacciono, e ora le schiave mi dicono che il bagno  caldo e che devo andare! Che rabbia! Vorr dire che ti racconter tutto per bene nella mia prossima lettera, domani.
Tanto il mio tata sa che  sempre nei miei pensieri. Salutami tanto anche Publio Licinio, anche lui  sempre nei miei pensieri, naturalmente. Digli che scriver presto anche a lui.
E tanti saluti anche a Servilia e Caio Giuniano.
La tua
Giulia
Roma, cinque giorni alle Calende di marzo.
Caro Magister, salve!
 opinione generale, che pure io condivido, che nulla vi sia al mondo d'importante, di nobile e di civile che non si discuta nel Senato di Roma, laddove si incontrano i padri coscritti, progenie della stirpe che conquist l'Italia, sconfisse i Punici nella pi grande guerra della storia, pacific la Grecia malata di discordia civile, cacci i vili Siriaci e Parti grazie alla potenza delle legioni, gli stessi che discendono da uomini i quali presso altri popoli per la loro nobilt d'animo e grandezza d'ingegno sarebbero stati re, e che invece a Roma non si contentano ma si gloriano di essere uguali tra uguali, e di discutere tra pari per decidere i destini del mondo.
 opinione altrettanto comune, e io condivido anch'essa, quale onore sia partecipare a queste discussioni, e sentirsi emuli di Caio Fabrizio, che rifiut la corruzione di Pirro, di Attilio Regolo, che per mantenere la parola data sub il supplizio a Cartagine, di Fabio Massimo, che resse con il suo braccio l'Urbe nel pericolo, di Scipione Africano, che sconfisse l'invincibile Annibale, e persino di Scipione Emiliano, il principe che ha governato Roma con la sua saggezza.
E puoi ben immaginare, amico mio, quale sia l'orgoglio che io, figlio dell'onesto ma umile Arpino, uomo nuovo giunto a tali altezze soltanto in forza del mio ingegno, nutro allorquando partecipo alle riunioni del Senato, e vengo onorato dagli altri senatori non soltanto come consolare, com' mio diritto, ma anche come Padre della Patria, titolo che tutti sanno mi venne conferito, per consenso generale, in quanto fui io a salvare Roma dalla follia di Catilina.
Eppure, quale sconforto mi coglie quando partecipo a riunioni in cui un senatore peraltro di nobile lignaggio, che stimo per il suo attaccamento al mos maiorum e per la sua nobilt d'animo, si alza e innanzi a tutto il Senato rivolge indegne accuse a un benefattore del genere umano quale tu sei, Magister, e si scaglia contro di te quasi che tu fossi un pericolo per Roma e la Repubblica e non gi, come tutti sanno, l'uomo che con il suo ingegno l'ha innalzata laddove nemmeno pensava di poter giungere!
Di ci ti voglio parlare, mio buon e generoso amico, e mi perdonerai il breve preambolo con cui ho voluto iniziare questa mia missiva, poich so bene quanto tu hai giustamente care le belle lettere e le Muse, cui dedichi le tue notti insonni, ma l'urgenza rende necessario che tu abbia al pi presto il mio resoconto su quanto occorso proprio oggi in Senato, e quindi non posso dedicarmi ad abbellire i miei concetti con gli ornamenti che il tuo buon gusto meriterebbe.
Ordunque sappi che oggi, appena aperta la riunione, il console che di turno la presiedeva, ovvero Caio Claudio Marcello, che come tu sai non  certo animato da grande simpatia e amore nei tuoi confronti, ci ha comunicato che il senatore Marco Porcio Catone intendeva rivolgersi all'assemblea, bench un tale discorso non fosse all'ordine del giorno e tale evento cogliesse molti di sorpresa, e destasse in alcuni sospetti su quanto sarebbe presto accaduto. E ci non lo dico per disprezzo nei confronti dell'arte oratoria di Catone il quale, bench assai lontano dallo stile ch'io prediligo, possiede e padroneggia un'eloquenza virile e potente, intessuta della filosofia stoica che gli  propria, spoglia e disadorna eppure, ovvero proprio per questo, di grande effetto.
Non fu dunque per il timore che la sua esibizione oratoria non sarebbe stata all'altezza della dignit del consesso, e del prestigio degli ascoltatori, che molti accolsero l'annuncio con sospetto, ma perch presentivano contro quale bersaglio Catone avrebbe lanciato i suoi disadorni strali, e quale successo avrebbe potuto avere un suo discorso di cotale fatta.
E ne avevano ben donde, giacch il loro sospetto mai fu pi giustificato.
E invero, infatti, quando che ebbe la parola Catone lanci, com' uso fare, il suo sguardo corrucciato a tutti i presenti, e quindi inizi il suo discorso rievocando i costumi antichi, sani e virili dei padri dei nostri padri. Erano quelli i tempi in cui v'era vera moralit, e il mos maiorum veniva rispettato: gli uomini si alzavano all'alba, e andavano a dormire al tramonto, dopo aver accudito il loro campo, magari di pochi iugeri, con il bue e l'aratro e i pochi schiavi; le mogli si dedicavano a tessere vesti rudi ma sincere; non v'era lusso n ostentazione o impudicizia, tanto che il suo esimio antenato Catone quando rivest la carica di censore espulse dal Senato un nobile che si era permesso di baciare in pubblico la propria moglie, e un altro che possedeva stoviglie d'argento; i figli rispettavano e temevano i genitori, perch sapevano che la sferza, se non addirittura la morte, era la punizione per la loro indisciplina, e se cos venivano trattati i figli, con tanta pi severit erano trattati gli schiavi; tutti temevano e disprezzavano le novit e onoravano soltanto la tradizione giunta dagli antichi, e ogni cittadino romano era tanto un contadino quanto un legionario e in caso di bisogno poteva, per difendere la Patria, i Lari e i Penati, nonch la famiglia e i campi, impugnare pilo e gladio e far parte di una stretta coorte in cui la forza del gruppo era l'animo saldo di ognuno, cos come un pugno  tanto pi potente quanto pi strette sono le dita della mano. Questa era Roma, questa era la Repubblica, questa la virt che ha permesso ai nostri padri di divenire meritatamente i padroni del mondo, ha esclamato, alzando la voce.
 poi passato a descrivere la situazione odierna, con colori ben pi foschi. I romani non rispettano pi i ritmi della natura, non soltanto perch le nuove lampade permettono di avere luce anche durante la notte, ma perch i nuovi opifici, cos come le miniere, lavorano in ogni stagione: non seguono i ritmi delle semine e dei raccolti; e non hanno pi bisogno n del bue, n dello schiavo per coltivare i campi, perch possiedono macchine rumorose e puzzolenti che compiono per loro i lavori pi faticosi. Grazie alla frequenza dei commerci, facilitati dalle ferrovie e dai piroscafi a vapore, e al denaro che hanno, possono acquistare i cibi e le bevande pi esotiche, che provengono dall'intero Orbe terracqueo, e trascurano cos i sani cibi d'un tempo. Le loro mogli non tessono pi, perch ora le vesti sono confezionate da telai meccanici, e sono tutte uguali, senza virt o pregi.
- Tranne le tue, Catone. Tu sei l'unico a Roma che costringe ancora la propria moglie a tessere come le nostre nonne! - L'ha interrotto qualcuno.
-  vero, e ne sono fiero. - Ha ribattuto lui, mostrando con orgoglio la sua toga di tessuto grezzo. - Poich ritengo immorale cambiare un costume che ha fatto grande Roma, soltanto per rendere pi facile la vita delle mogli.
Non ti nascondo che questa risposta, cos pronta in un individuo di regola non di facile spirito, gli ha suscitato successo e apprezzamenti presso l'uditorio, cosicch ho persino sospettato che Catone, il quale pur essendo uomo di specchiata moralit non rifugge da utilizzare i vecchi trucchi degli antichi retori, si fosse messo d'accordo con il suo interlocutore.
Ripresosi dall'interruzione, comunque, l'oratore ha ricominciato a elencare i vizi del nostro mondo odierno, e puoi ben immaginare anche tu, amico mio, che cosa abbia detto. Tanti romani, sottratti dalle macchine al sano lavoro dei campi, dedicano la loro vita ai vizi oppure, se non hanno il denaro per indulgervi, se lo procurano lavorando umilmente negli opifici, eseguendo compiti da schiavi e abbassando cos la propria dignit, anzich affidarsi come fedeli clienti ai propri nobili patroni, com'era tradizione. E in pi, cos facendo producono i fumi e la puzza che appestano l'aria e il cielo di Roma, un tempo profumati e puliti. E i figli non vengono pi educati dai genitori ai valori della tradizione repubblicana, ma frequentano scholae ove imparano anch'essi a eseguire lavori servili, preparandosi cos non a essere liberi cittadini di una Repubblica ma sudditi di una strisciante tirannia. E questi romani, che non praticano pi la sana vita dei campi ma vivono di notte, oppure lavorano come schiavi negli opifici, non onorano pi le antiche consuetudini, ma attendono con ansia ogni novit, e sperano soltanto in nuove invenzioni che allevino ancora la loro fatica.
Questi romani dall'animo corrotto non sono certo in grado di rimanere saldamente schierati in coorti strette dinnanzi al nemico, e cos sono costretti per sconfiggerlo a ricorrere ad artifici vili e disonorevoli, che lo colpiscono da lontano senza dargli la possibilit di difendersi: fucili e cannoni, armi come tutti sanno da sempre proibiti dal diritto delle genti. E la nostra Roma, la nostra citt un tempo la pi bella del mondo, si ritrova oggi circondata non pi da campi ubertosi, messi e piantagioni, ma da orridi e cupi edifici, ove il clangore dei metalli s'ode giorno e notte, e che eruttano fumo e producono sempre nuove, malefiche macchine.
Dopo aver esaurito tale elencazione di malanni e disgrazie, quasi che Roma non fosse la padrona del mondo ma Ilio conquistata da Agamennone, Catone con aria sempre pi fosca e irata  passato, mi duole persino il ricordarlo ma non posso certo tacerlo a te, che ami le descrizioni precise e accurate, a indicare l'unico responsabile di tante nequizie.
Chi  infatti l'uomo che ha prodotto tanto disonore e tanta immoralit a Roma e nella Repubblica? Si  chiesto, con tono retorico. Chi  il padre delle res novae che attentano alle virt antiche, se non l'inventore della macchina a vapore che traina le locomotive, delle trebbiatrici meccaniche e delle altre invenzioni per l'agricoltura che hanno reso superata la coltivazione servile, delle lampade a gas, dei fucili e dei cannoni e di tante altre novit, tutte miranti a distruggere il mos maiorum?
Chi, se non il nipote dell'uomo che una generazione fa quasi distrusse la Repubblica, conducendo una banda di schiavi e di predoni contro Roma, facendo strage per pura invidia dei componenti delle famiglie pi illustri, instaurando nell'Urbe l'impero del terrore e della morte?
Chi, se non colui il quale fu bandito da Silla, che ben si accorse dei pericoli che recava quel ragazzo schiavo delle mollezze orientali, indegno del sacerdozio di Giove che lo zio, per recar beffa agli di come agli uomini, gli aveva attribuito mentre ancora era infante?
Chi, se non colui il quale esiliato da Roma si  dedicato ad attivit vergognose per un vero patrizio romano, si  sporcato le mani con le macchine e il lavoro manuale, e ha ottenuto di poter tornare a Roma grazie alla licenza permessa da una troppo generosa Lex Didia, e forse anche dalla corruzione che le sue ben capienti tasche gli hanno consentito?
Chi, se non l'uomo che, rientrato a Roma, anzich dedicarsi alle candidature di un cursus honorum il quale, bench iniziato tardi, poteva condurlo comunque a posizioni rispettabili, per odio verso la Repubblica ha rifiutato quanto  onorevole per ogni nobile romano e, nella sua arroganza, ha preferito seguire un'altra strada, del tutto nuova, continuando a dedicarsi a esperimenti, invenzioni e a commerci biasimevoli per un romano di nobile origine, e ora ha adottato anche l'assurdo e disonorevole soprannome di Machinarum Magister?
Dopo aver esibito una tale formidabile serie di invettive, che ha lasciato molti senza parole per la sua violenza ma anche per la sincerit della convinzione che traspariva, Catone ha concluso asserendo che  da sempre compito del Senato difendere Roma e il mos maiorum non soltanto dai pericoli esterni ma anche, e ancora di pi, da quelli interni. Cos ha sempre fatto il Senato ogni volta che un romano aspirava alla tirannide, ha detto, e ha ripercorso gli esempi storici degli interventi eseguiti a tal fine, partendo dai tempi di Bruto e Collatino, di Spurio Cassio e Spurio Melio, per arrivare ai Gracchi, a Saturnino, a Lepido e a Catilina. Sono certo di non aver bisogno di dire a te, che ben conosci la storia romana, la sorte di ognuno degli aspiranti tiranni citati da Catone: sono stati tutti uccisi.
Cos, ha ribadito lui, si devono comportare anche oggi i senatori per mostrarsi meritevoli dei propri padri, quando una nuova tirannide, una tirannide animata da macchine e denaro, minaccia il mos maiorum quanto mai lo  stato prima. In ordine alle sue proposte su quanto il Senato avrebbe dovuto fare per far fronte ai propri doveri, si  riservato di intervenire in una prossima riunione del nostro consesso, per consentire a tutti i padri di riflettere.
E a questo punto il console ha sciolto la riunione, invitando i presenti a meditare attentamente sulle parole di Catone, che lui per parte propria condivideva totalmente e faceva sue.
Tu, amico mio, ami la verit, lo so bene, e pretendi da me la sincerit, anche se a volte educazione e cortesia imporrebbero di fare un torto alla verit in nome dell'amicizia, quasi a contraddire il vecchio Aristotele. Per cui non ti nascondo quanto penso davvero: il discorso di Catone ha fatto una grande impressione su tutti i senatori. Temo proprio che, con mio grande rammarico, egli abbia portato dalla propria parte la maggioranza del Senato, e dubito fortemente che i tuoi amici in Senato, tra i quali mi onoro di appartenere, riescano a rovesciare la situazione, in favore dei tuoi interessi.
Non so, Magister, quali siano i provvedimenti che Catone, con l'appoggio dei consoli e degli ottimati, intende proporre contro di te e le tue res novae. Temo tuttavia, e mi duole dirlo, ma devo, che qualunque essi siano, e anche se saranno durissimi nei confronti dei tuoi interessi, il Senato li approver, nonostante questo tuo vecchio amico impieghi tutta la sua eloquenza e la sua dignit, e tu sai bene quanto siano importanti l'una e l'altra, per impedirlo.
Salve.
Marco Tullio Cicerone
Roma, quattro giorni alle Calende di marzo.
Magister,
questa mia per aggiornarti brevemente sull'ultima richiesta pervenutami per lettera da Cicerone.
Il testo , come sempre, ampolloso e prolisso, per cui ne riassumo la sostanza, sapendo che non hai tempo da perdere.
Il tuo amico si dilunga sull'affetto e la stima che ha per te, che gli impediscono di disturbarti troppo spesso - tu, cos impegnato - con vili argomenti (infatti disturba me per gli argomenti vili, ovvero per le richieste di denaro, forse pensando che io invece non abbia nulla da fare).
Mi riassume il contenuto dell'ultimo discorso di Catone in Senato, di cui peraltro parla tutta Roma, e che ormai conosciamo a memoria. Mi anticipa che secondo lui la maggioranza del Senato  favorevole a Catone e contro di te (e tutta Roma, da quanto ho sentito, ha la stessa opinione).
Mi ribadisce che tuttavia rimarr sempre dalla tua parte, anche se per lui  molto dura parlare contro le posizioni di uomini nobili, che stima, e cos via.
Poi improvvisamente passa a parlarmi dei suoi problemi famigliari: Terenzia  sempre pi bisbetica e pretenziosa, vivere con lei sta diventando difficile (ma quando mai  stato facile vivere con Terenzia, mi chiedo io? D'altronde, lui l'ha sposata per i suoi soldi, si sa). L'ultima crisi  nata perch Terenzia vorrebbe ampliare e abbellire la loro villa in Campania, e il buon Cicerone non se lo pu permettere.
Si dilunga sulle sue attuali difficolt finanziarie, con cui non intendo annoiarti. Sappi per che le sue condizioni non sono affatto floride, anche a causa di errate speculazioni in cui, nonostante io e Pomponio Attico l'avessimo consigliato diversamente, ha voluto impegnare troppo denaro.
In sostanza, mi ha scritto perch vuole dei soldi da te.
Magister, so che questo bifolco arpinate presuntuoso e sciocco ti  simpatico, per motivi che mi sono francamente incomprensibili, ma che ricollego alle vostre ubbie di letterati, e che per questo gi in passato l'hai aiutato generosamente, cos come peraltro fai con tutti.
Ti aspetterai probabilmente che, da tuo amministratore noto per la propria avarizia quale sono, ti consigli di dargli una risposta negativa, come faccio di consueto con chi ti chiede denaro, di regola senza essere ascoltato. Invece questa volta ti suggerisco il contrario.
Sappiamo tutti e due che Cicerone non  dalla tua parte perch condivide le tue opere ma soltanto, per esprimersi brutalmente, perch hai comprato la sua lingua a peso d'oro (hai speso molto di pi, anzi, del suo peso in oro).
In un momento in cui i tuoi interessi sono sotto attacco in Senato, tuttavia, abbiamo bisogno di tutti gli appoggi disponibili. Anche quello di Cicerone, per quello che vale, ormai.
Il mio consiglio dunque : pagalo quanto chiede.
Salve.
Caio Mazio
Appunti per una biografia di Cesare
di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
La prima volta che vidi Caio Giulio Cesare fu ad Alessandria.
Io all'epoca vi gestivo il fondaco di famiglia, ed era un'attivit piuttosto redditizia, perch Alessandria era allora, prima che fossero introdotti i piroscafi a vapore, il primo porto del Mediterraneo. Il fondaco non era altro che un magazzino, dove confluivano merci dal Mediterraneo orientale, dall'Arabia, dalla Persia e dall'India. Era un luogo in cui il denaro scorreva a fiumi, che io cercavo di dirigere con l'aiuto di schiavi fedeli. Per la verit, erano loro a fare quasi tutto il lavoro, e io mi limitavo ad annoiarmi.
Ero giovane, e anche frustrato, perch quello era un compito che richiedeva pi diligenza che intraprendenza, e io ero un ragazzo dal sangue caldo, che sognava grandi avventure, non una vita da capo-contabile, per quanto ricco e rispettato. L'idea di trascorrere l'esistenza a controllare i libri delle entrate e delle uscite dei nostri magazzini, o a contare i sacchi di spezie provenienti dall'India, mi riempiva di orrore.
Cesare capit nel fondaco di prima mattina. Avevamo appena aperto, per cui non c'era ancora nessun cliente. Ricordo bene, chiss perch, che quel giorno aspettavamo una nave che doveva venire dal Bosforo. E ricordo perfettamente che lui indossava una toga romana, non portava mai altro, ma con un tocco di trascurata eleganza orientale che lo rendeva splendido, come una stella solitaria che brilla in un cielo scuro. Era anche in quello del tutto diverso dagli altri romani, che di regola vestono senza gusto.
- Tu sei Apollodoro Siculo, vero? - mi chiese, in un greco perfetto, persino migliore del mio. Ha sempre avuto un gran talento per le lingue. - Ho sentito parlare di te.
Naturalmente anch'io avevo sentito parlare di lui. Chi, ad Alessandria, non aveva udito notizie del giovane patrizio romano esiliato dal dittatore Silla, che addirittura si diceva avesse avuto timore di lui? Principalmente, per, tutti parlavano del tenore di vita che quel giovane aveva adottato ad Alessandria: non aveva un soldo, a quanto si diceva, per faceva una vita da gran signore, spendendo con generosit come se il denaro non fosse nulla per lui, e i conti non dovessero mai esser regolati. Nel mio ambiente di mercanti un atteggiamento simile non era visto di buon'occhio: anch'io ne avevo conosciuti, di giovani nobili di quel tipo, viziati e dissipatori, capaci soltanto di spendere denaro che non sapevano guadagnare, e non li stimavo.
Eppure, negli ambienti giusti di Alessandria chi non aveva sentito parlare con simpatia di questo elegante vagheggino, del raffinato collezionista d'arte, del conversatore squisito e spiritoso, dell'animatore di ogni festa, dello scialacquatore sfrenato che rispondeva al nome di Giulio Cesare?
- Il mio nome  Caio Giulio Cesare - mi disse.
Io annuii. L'avevo riconosciuto subito, perch anche il suo aspetto era famoso, eppure mi sembrava diverso da come me l'avevano descritto. Da giovane, Cesare era bellissimo: il volto teso e gi autoritario, la carnagione di un pallore elegante, il naso aquilino, i capelli non folti ma pettinati con gusto raffinato, tendenti al biondo, la corporatura alta e snella, lo rendevano gi di per s riconoscibile anche ad Alessandria, che pure era la citt multietnica per eccellenza. Ne riconobbi la descrizione che mi avevano fatto, eppure notai molto altro in lui. Sin da giovane Cesare pareva animato da un'energia irrefrenabile e indomabile, da una sicurezza e padronanza di s assoluta che rendeva ogni sua richiesta un ordine cui non si poteva non ubbidire. E i suoi occhi chiari e luminosi... curiosi, ironici, pieni di un'intelligenza senza limiti. Non appena li fissai, mi innamorai di lui.
Qui mi devo per permettere alcune digressioni. Nonostante quanto si  detto in seguito, e si diceva gi allora, Cesare ama le donne, non gli uomini. Il pettegolezzo secondo cui sarebbe stato l'amante di alcuni uomini, per quanto io da greco illuminato quale sono non ci veda nulla di male, anzi, e non capisca lo sdegno che a Roma provano per quest'idea,  sicuramente falso. Credo sia dovuto in parte alla malignit dei suoi nemici, e in parte al fatto che nella sua virilit, e Cesare  senz'altro l'uomo pi virile che abbia mai conosciuto, c' anche una certa raffinatezza femminea, tipica degli uomini bellissimi. Lui comunque ama certamente le donne, e ne ha avute pi di qualunque altro io conosca, perch tutte le donne sono attirate da lui come il ferro dalla calamita, e non riescono a resistergli. Cesare a volte oggi scherza sui pettegolezzi circa la sua omosessualit, ma da giovane l'hanno molto ferito, e credo che, essendo lui un vero romano anche nei pregiudizi, ne soffra ancora, sebbene lo nasconda molto bene.
Quanto a me, da buon greco credo che il vero uomo debba naturalmente trarre piacere dagli altri uomini, non dalle donne, che servono soltanto alla procreazione. Ho capito subito per che il mio amore per Cesare sarebbe stato senza alcuna speranza e cos, in quell'attimo brevissimo in cui i nostri sguardi si incrociarono per la prima volta, decisi che se non avessi potuto amarlo, almeno l'avrei servito fino alla fine dei miei giorni.
Questi per sono appunti per una biografia di Cesare, non mia, quindi sar meglio che torni a lui, e a quel nostro primo incontro.
Lui si guard attorno. Il fondaco era pieno di merci di ogni tipo, delle pi preziose. Vidi i suoi occhi che si illuminavano, ma non di avidit, bens di curiosit. Poi scosse la testa, come chi si costringe a tornare al dovere.
- Ho bisogno di aiuto, Apollodoro - mi disse, con il tono di chi pensa che aiutarlo sia il pi grande onore che si possa avere nella vita. Intanto mi fissava con l'aria rilassata, perfettamente a proprio agio.
- S, Cesare. - Gli risposi. Io avevo in mano una pergamena con l'elenco del carico della nave che aspettavo. La appoggiai, totalmente dimentico del carico e della nave. In quel momento, se mi avesse chiesto di regalargli il mio fondaco l'avrei fatto senza un attimo di esitazione. Lui ha questa capacit di guadagnarsi immediatamente la devozione degli uomini, e la sfrutta senza scrupoli.
Lo accompagnai nel mio ufficio, in modo da essere al riparo dai pettegolezzi degli schiavi. Il mio inatteso ospite si sistem con naturalezza sulla poltrona pi bella, quella che di regola utilizzavo io, che invece sedetti su uno sgabello, proprio davanti a lui.
- Ci sono degli uomini che mi inseguono. - Mi spieg, in modo sereno. Mi vide turbato, e mi rassicur: - Non preoccuparti, non sono sicari di Silla. Il vecchio assassino sta tirando le cuoia, e non si preoccupa pi di me. Sono inviati dai banchieri cui devo... - ci pens un attimo, poi sorrise e agit la mano, come a dire che la cifra esatta era irrilevante, - una somma gigantesca, secondo loro. Naturalmente  vero.
- S, Cesare. - Stavo per dirgli che se voleva un prestito, temevo che le mie sostanze non fossero sufficienti per aiutarlo, ma lui non mi lasci parlare. Il suo tono era serio, ma gli occhi mi parevano divertiti da quella situazione.
- Non capiscono che hanno prestato denaro all'uomo che diventer il pi grande di tutti i romani. - E qui mi fiss, i suoi occhi divennero gelidi, e io tremai. Fu la prima, ma certo non l'ultima volta che mi accadde con lui. - Perch io, Apollodoro, diventer il pi grande romano di tutti i tempi. Silla l'ha capito e ha cercato di impedirmelo, ma io ci riuscir, a ogni costo.  il mio destino. Ne sei convinto?
- S, Cesare. - Gli risposi, senza nemmeno pensarci. La forza della sua convinzione era schiacciante. - Qui sei al sicuro. I miei uomini impediranno a chiunque di entrare. - E gli spiegai che il fondaco era protetto da guardie armate.
Lui scosse il capo.
- Non posso rimanere qui per sempre, Apollodoro. E non ho intenzione di farlo, n di fuggire da Alessandria su una delle tue navi. Cesare non abbandona una citt di nascosto, come un ladro, inseguito dai creditori. - Cos bocci la mia proposta successiva, prima ancora che io gliela formulassi. - Per devo trovare un modo per evitare i miei inseguitori, per il momento, e tornare al mio palazzo. Mi puoi aiutare?
Lo far, decisi, senza un attimo di esitazione. Lo far, anche se dovesse costarmi la mia fortuna, e la mia vita. Ma come? Pensai a una lettiga coperta, ma sicuramente i suoi persecutori avrebbero frugato ogni mezzo di trasporto. Pensai a un travestimento, ma non era possibile nascondere la sua corporatura. Mentre io mi arrovellavo sulla strada migliore da intraprendere Cesare attendeva, tranquillo, e intanto stava esaminando le mie sete orientali pi preziose. Capii che per me quello era una specie di esame: se mi fossi dimostrato in grado di aiutarlo, mi sarei guadagnato la sua fiducia, e la sua gratitudine. Per un uomo come lui, patrizio romano fino al midollo, quello era un debito che avrebbe onorato anche con il sangue. E io volevo guadagnarmi la sua fiducia.
Fu la sua corporatura, cos alta e magra, a darmi l'idea, credo. O forse furono gli di, che avevano gi deciso che avrei dovuto seguirlo per tutta la vita, che me la ispirarono.
- Un tappeto! - esclamai, compiaciuto.
Lui mi guard.
- Cesare, uscirai dal mio fondaco avvolto in un grande tappeto arrotolato e chiuso, che sar trasportato al tuo palazzo. Nessuno sospetter. Tutti penseranno che sia un oggetto che hai acquistato per la tua casa.
Lui sorrise.
- Mi piace. Mi piace.  una bella idea. - Assent, compiaciuto. Poi mi disse: - Purch sia il tappeto pi prezioso che hai. Cesare non merita nulla di meno.

2.

Cesare, cacciato da Roma, si ritrov in gravi difficolt. Era privo di sostanze, poich la sua famiglia, pur se si diceva discendesse da Enea e Venere, non era ricca, ma anzi da tempo impoverita. Grazie agli aiuti di alcuni parenti, e soprattutto a quelli di un giovane amico chiamato Caio Mazio, si sistem ad Alessandria d'Egitto. Qui, in attesa che a Roma la situazione migliorasse, e quindi di potervi rientrare, animato da insaziabile curiosit com'era, cominci a frequentare la Biblioteca e il Museo, ove conobbe e divenne amico di Erone il Vecchio. Era costui un matematico della scuola di Archimede, famoso soprattutto per le sue macchine a vapore, con cui divertiva le corti e suscitava l'impressione dei devoti nei templi. Cesare divenne suo discepolo ma in breve super con le sue invenzioni il suo stesso maestro. Fu in questo periodo che cominci a essere soprannominato Machinarum Magister.
Plutarco, Vita di Cesare
Baia, il giorno prima delle None di Aprile.
Caro tata,
non sai chi  arrivata a trascorrere un periodo di riposo in una delle ville vicina alla nostra. Anzi magari lo sai perch tu sai sempre tutto, ma voglio comunque dirtelo lo stesso: Clodia.
Non ho bisogno di spiegartelo io, ma  proprio quella stessa Clodia che, quando era pi giovane, semin pi volte lo scandalo tra gli ottimati a Roma. Proprio la Clodia che, a quanto si dice, era l'amante del fratello Clodio, il famigerato tribuno della plebe. La Clodia che, sempre a quanto si dice perch nessuno ha mai provato nulla, e tutti ci credono proprio per questo, stanca del marito Metello Celere invece di chiedere il divorzio lo avvelen. E anche la Clodia che, dopo essere stata l'amante, tra gli altri, di quel Curione che proprio quest'anno  tribuno della plebe, e di quel Celio che per causa sua fu accusato di gravi delitti, spos poi il l'amico di entrambi Catullo, che da giovane le aveva dedicato poesie piene d'amore o odio (e che io leggevo di nascosto, da ragazzina, fin quando tu non mi hai scoperto e ridendo mi hai autorizzato a leggerle, nonostante la disapprovazione di Servilia. Da quando non sono pi state proibite, le ho trovate meno interessanti, ma tu lo sapevi e l'hai fatto a bella posta, vero?).
Le altre matrone sono naturalmente tutte scandalizzate. La pi scandalizzata di tutte , ancor pi naturalmente, la severa Terenzia anche perch Clodio e Cicerone si odiavano, e Terenzia credo accusi la sorella di aver causato questi attriti (ma Clodia si  concessa anche a Cicerone? Sono sicura che tu lo sai, ma non me lo diresti mai! Devo provare a chiederlo a Servilia).
Dato che sono tua figlia, quando Clodia ieri sera mi ha invitato a cena non ho esitato un attimo ad accettare. Per la verit, lei ha invitato tutte noi matrone che in questo periodo siamo a Baia, ma soltanto io ho accettato. Temo che la buona Terenzia se ne sia ancor pi scandalizzata! Non ho fatto male, vero? Lo so che tu non hai mai escluso nessuno dalla tua presenza, per quanto fosse cattiva la sua reputazione, e hai sempre trattato tutti, dai re ai servi, allo stesso modo.
Quanto  cambiata da quei tempi scandalosi, comunque, la famigerata Clodia!
Ora  una tranquilla matrona che si avvia verso i cinquant'anni: il fisico le si  appesantito, la pelle  un po' rugosa (nonostante tutto quello che mi dice spende per i cosmetici egizi, non hai mai pensato di buttarti in quel ramo di attivit? Deve essere molto redditizio!), i capelli un tempo corvini si stanno facendo grigi ma gli occhi, non te lo nascondo, sono sempre magnifici e terribili, e non mi stupisce che qualcuno, quand'era giovane, l'abbia paragonata a Medusa.
E di che cosa hanno parlato questa Gorgone invecchiata e la mia ingenua figliola, ti chiederai?
In realt, di nulla di particolarmente piccante o scandaloso, purtroppo. Nessun succoso pettegolezzo sul terribile Clodio (e quante ce ne sarebbero da dire!), n sulla morte di Metello Celere.
La villa di Clodia e di Catullo  un po' pi lontano dal mare della nostra, scusa se divago, tata.  piccolina ma carina, ed  corredata di tutte le tue pi moderne invenzioni: hanno la caldaia a carbone per il riscaldamento, l'acqua calda corrente nei bagni, le lampade a gas per la notte, la stufa a legno per il cibo, tutto ci che deve avere insomma una casa che non sia governata da una tradizionalista accanita come Terenzia.
Ci siamo accomodate sui triclini e abbiamo consumato una cena ben cucinata, ma non raffinata come avrei pensato: soltanto cacciagione, annaffiata da un vinello locale, molto annacquato.
Lei  stata comunque molto gentile e simpatica, e abbiamo parlato tutta la sera di uomini (ma in modo cos serio che persino nonna Aurelia non se ne sarebbe scandalizzata). Era per di umore un po' infelice: credo sia triste perch le matrone pi rispettabili, in memoria dei vecchi tempi, rifiutano di accettare i suoi inviti, e non vogliono avere nulla a che fare con lei. Era molto stupita, per la verit, e anche fiera, che io avessi fatto il contrario.  una donna che sta invecchiando, e si sente sola, mi pare.
Mi ha chiesto di te, e mi  sembrava bizzarramente rincresciuta all'idea di non averti mai incontrato, quando lei era la temibile Lesbia che faceva impazzire gli uomini.
- Che cosa avremmo potuto fare, io e il tuo tata, quando eravamo giovani, se ci fossimo conosciuti! - Si  lasciata scappare, e un lampo dei suoi occhi mi ha davvero ricordato la vecchia Lesbia di cui parlava Catullo. Poi per si  subito pentita, timorosa che mi fossi offesa, ma io le ho risposto che sapevo bene come il mio tata fosse l'uomo pi desiderato dalle matrone di Roma, e la cosa non mi offendeva ma mi lusingava.
- E tuo marito, Publio Licinio? - mi ha chiesto allora lei, come a cambiare discorso. -  il secondogenito di Crasso il Ricco, vero?
Io ho annuito.
- Come ti trovi, con lui? - mi ha chiesto. Mentre me lo domandava rigirava lentamente il bicchiere con il vino che teneva in mano, quasi fosse la pozione di una fattucchiera.
-  un giovane molto buono, onesto, coraggioso - le ho risposto.
Non sapevo bene dove volesse andare a parare con le sue domande, per la verit. - Sono davvero fortunata che mio padre me l'abbia scelto come marito.
Lei ha annuito, ha sospirato, e ha cominciato a parlare di suo marito, Caio Valerio Catullo.
Non  facile, mi ha spiegato, avere un marito che ha sette anni meno di te. Anche se lui mostra di essere innamorato in modo persino imbarazzante, lei ha sempre il timore che un giorno, quando sar troppo invecchiata, lui se ne accorger e la ripudier, e questo la rende credo un po' insicura. Mentre diceva queste parole parlava lentamente, come se le dicesse a se stessa, prima ancora che a me.  strano, e anche un po' triste, vedere una donna che ai suoi tempi aveva ai propri piedi molti dei pi importanti uomini di Roma, e ora teme di perdere quello che ha sposato.
Mi ha raccontato che in realt, anni fa, lei intendeva sposare Celio o Curione, che ora  tribuno della plebe e parla sempre male di te, se non sbaglio, ma che Catullo era cos insistente, che alla fine ha scoperto di amare lui, e non gli altri. La cosa singolare  che Catullo, Celio e Curione ora sono amici, e che anche lei  rimasta amica con i due che non ha sposato.
- Che cosa strana  l'amore, e la vita, non trovi, ragazza mia? - mi ha chiesto, e io non ho potuto che darle ragione, per quanto l'osservazione mi sembrasse banale.
Poi si  lamentata di quanto  dura la politica romana per un homo novus come Catullo, che viene da Verona,  benestante ma non ricchissimo, e non appartiene a nessuna famiglia famosa.
- Certo, la discendenza non  tutto - ha aggiunto. - Guarda tuo padre: non c' nessuno a Roma che possa vantare una discendenza pi illustre della sua, eppure non  nemmeno senatore.
-  stata colpa di Silla. - Le ho detto allora io, temo con un tono un po' aspro, perch se c' una cosa che non sopporto  il pensiero dell'ingiustizia che ti fece quell'orribile uomo. -  stato Silla a bandire mio padre da Roma, perch lui non aveva voluto ripudiare mia madre, la figlia di Cinna, che era stato suo nemico e che il dittatore continuava a odiare anche se era morto da anni. Soltanto grazie a Crasso che ha interceduto per lui mio padre ha potuto fare ritorno. E una volta tornato a Roma, piuttosto che iniziare da zero la carriera politica, ha preferito continuare a occuparsi di invenzioni e commerci, in cui aveva avuto tanto successo.
- S, s, conosco la storia.
Poi ha proseguito a raccontarmi di suo marito. Mi ha detto di essere un po' pentita perch  stata lei a indurlo ad abbandonare le lettere e darsi alla politica, pensando che l'appoggio delle schiere di Clodio, che lei portava con s, sarebbe stato sufficiente a rendere Catullo un uomo importante. Cos non  stato, un po' perch Catullo non  un demagogo come il suo defunto fratello (per fortuna!) e un po' perch i tempi sono cambiati, cos lui ora  infelice, a detta di lei, anche se cerca di non farglielo capire.
-  un uomo onesto e capace, - mi ha detto, scuotendo la testa - e sta gettando via la propria vita in Senato.
Ma bando a queste tristezze, anche perch so che tu non le sopporti. Mi ha raccontato anche una strana storia e penso che tu, che raccogli questi fatterelli, potresti trovarla interessante.
I servi le hanno riferito di una sciocca superstizione nata in questi giorni: si dice che Giove, in un momento d'ira, abbia scagliato Ganimede e altri coppieri divini gi dall'Olimpo, e quelli sarebbero precipitati alle falde del Vesuvio. La storia, a quanto dice Clodia, nascerebbe dal fatto che pochi giorni fa alcuni grossi oggetti, simili a meteoriti, sarebbero caduti dal cielo conficcandosi proprio nel suolo, alle pendici del vulcano. Ancora ora, dice, si vedono grossi crateri fumanti, che i contadini superstiziosi vanno a visionare, per poi andare di corsa al tempio a fare un sacrificio agli di.
Tua figlia Giulia per  davvero degna di essere la progenie del Machinarum Magister, perch questa storia mi ha incuriosito, ho approfondito un po' l'indagine, e sai che cosa ho scoperto? Che questi oggetti sono caduti dal cielo proprio lo stesso giorno, e forse addirittura poco dopo, sembra, che i globi lucenti hanno attraversato il cielo di Roma, e le esplosioni l'hanno scosso. Curioso, no? Ci pu essere un rapporto tra le due cose? Questo lo lascio scoprire al mio famoso e geniale tata cui, come sempre, voglio molto bene.
Salutami Publio Licinio, a cui ho scritto ieri. E salutami, naturalmente, anche Servilia e Caio Giuniano.
La tua
Giulia
Verbale dell'incontro tenutosi alle None del mese di aprile, sotto il consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus, redatto da Apollodoro Siculo, segretario privato di C. Giulio Cesare.
Sono presenti all'incontro: C. Giulio Cesare, C. Giulio Cesare Giuniano, C. Mazio, M. Licinio Crasso Dives, T. Pomponio Attico, L. Cornelio Balbo, C. Oppio, M. Azio Balbo.
Cesare esordisce esponendo di avere, su richiesta di Crasso, convocato la riunione onde decidere una presa di posizione comune circa la minaccia agli interessi di tutti rappresentata dalle intenzioni esposte da Catone in Senato.
Mazio precisa che i presenti sono i principali soci delle societ industriali che utilizzano le res novae attaccate da Catone, e che sono quindi i maggiori interessati a reagire al problema.
Cesare Giuniano specifica che lui, essendo senatore, non pu legalmente svolgere attivit commerciale, e che quindi non  socio delle societ citate da Mazio ma, in verit, le ha soltanto finanziate acquisendo un diritto di prelazione sugli utili.
Crasso (in tono fortemente ironico) ringrazia per la precisazione, che riguarda ovviamente anche lui.
Cesare riprende la parola esponendo che, secondo le sue informazioni, l'ultimo discorso di Catone ha convinto il Senato, e che quindi le sue proposte qualunque siano verranno probabilmente accolte. Chiede se i presenti abbiano le medesime informazioni.
Pomponio Attico suppone che la fonte di informazioni di Cesare sia la stessa che ha lui, ovvero Cicerone, e quindi non pu che assentire.
Mazio precisa che vi  una differenza, e cio che a Pomponio le informazioni Cicerone le fornisce gratis.
Cesare lo interrompe, visibilmente spazientito, e chiede a Crasso e Cesare Giuniano, gli unici senatori presenti, una loro valutazione sugli equilibri politici in Senato.
Crasso significa che i senatori suoi amici (nota del redattore: quando Crasso parla di senatori suoi amici in realt intende quelli cui ha prestato molto denaro senza interessi, ma con l'obbligo di restituzione a semplice richiesta, e che quindi pu rovinare in qualsiasi momento) probabilmente si schiereranno dalla nostra parte, ma sono purtroppo una minoranza. E comunque il discorso di Catone ha convinto persino alcuni di loro. Ritiene che indubbiamente oggi gli equilibri in Senato ci siano sfavorevoli.
Cesare Giuniano assente e, in modo piuttosto prolisso, spiega i motivi di ci: Catone incarna la vera tradizione repubblicana e il mos maiorum che ha reso grande Roma, e quindi nessun vero nobile romano pu dissentire da lui.
Cesare, manifestamente infastidito, gli chiede, se la pensa cos, che cosa ci fa in quella riunione, e perch ha investito tanti soldi in ferrovie, opifici tessili e meccanici, cosa che Catone non ha fatto, essendo attivit contrarie alla tradizione repubblicana.
Cesare Giuniano, assai imbarazzato, replica debolmente di avere obblighi famigliari.
Crasso, irritato, sbotta che Catone  soltanto un beone ottuso e ringhioso.
La definizione incontra l'assenso dei presenti, tranne ovviamente quello di Cesare Giuniano, che ne appare indignato e scruta Crasso con aria ostile.
Cesare, tirando le fila, riassume che quindi tutti concordano sul fatto che la maggioranza del Senato  loro avversa.
Anche Balbo, Oppio e Azio confermano, pur specificando che verosimilmente le loro fonti d'informazione non sono dirette come quelle degli altri presenti.
Mazio chiede se qualcuno immagina quali possano essere le proposte che Catone porter in Senato.
Crasso propone che Cesare Giuniano, il quale  genero e nipote di Catone, e ha con lui buoni rapporti, oltre che per lui una cos evidente ammirazione (e qui il tono si fa ironico), si informi e poi ne riferisca.
Cesare Giuniano afferma che non potrebbe mai tradire la fiducia di Catone, facendo la spia a suo danno.
Cornelio Balbo interviene, dicendo di sperare che questo valga anche all'opposto, nel senso che Cesare Giuniano non riferisca a Catone quanto viene detto qui.
Cesare Giuniano protesta contro una simile mancanza di fiducia, asserendo con forza che mai tradirebbe Cesare.
Cesare lo rassicura sulla fiducia che nutre verso di lui, suo figlio adottivo, e nel suo senso dell'onore.
Mazio ritorna sulla propria domanda: qualcuno ha idea di ci che trama Catone?
Nessuno ha notizie di prima mano, poich Catone come sempre non si  confidato con nessuno,  la risposta generale.
Cesare afferma che anche lui non ha informazioni precise. Sa per che Catone  da sempre a favore delle misure pi radicali e severe, in ogni campo. Pu immaginare quindi che i provvedimenti che presenter contemplino per esempio il divieto per tutte le res novae e la confisca dei profitti ottenuti tramite esse.
Crasso interviene, in tono molto affannato, rilevando che se saranno approvate misure del genere, saranno tutti rovinati. Si alza, quasi non riuscisse a contenere l'emozione, e afferma che non permetter a Catone di rovinarlo e distruggere la sua vita e la sua famiglia.
Pomponio Attico rileva che a nessuno piace essere rovinato, bisogna per capire come fare perch non accada.
Occorre, conclude Cesare, impedire che il Senato voti le proposte di Catone.
Per alcuni istanti tutti tacciono.
Crasso si chiede come questo possa essere possibile, considerando che i due consoli, per i quali ha espressioni ancora pi severe che verso Catone, ci sono sfavorevoli.
In ogni modo, dice Cesare recisamente (nota del redattore: quando Cesare si esprime in termini cos netti, e poi fissa i presenti con i suoi occhi azzurri, gelidi come il Mare Oceano, non c' uomo credo che non senta la forza della sua naturale autorit, e non capisca di avere di fronte un uomo che, se ne avesse avuto la possibilit e questa non fosse Roma, poteva davvero divenire un autocrate).
Nei limiti della legalit repubblicana, naturalmente, precisa Cesare Giuniano con voce debole.
Cesare fissa il figlio adottivo con quella sua aria severa. Dice che, per quanto lo riguarda, la legalit repubblicana non  che un soffio d'aria, un velo che copre l'arbitrio degli ottimati eredi di Silla. Mentre Cesare Giuniano sta iniziando a protestare, gli sorride con aria complice e aggiunge che, comunque, dato che tutti i presenti sono buoni romani, fedeli alla Repubblica, certamente si rispetter in maniera scrupolosissima (e sottolinea l'avverbio con un tono particolarmente ironico) la legalit repubblicana.
Azio Balbo ribadisce per che non vede come questo sia possibile.
Cesare ribadisce che, se tutti sono d'accordo, se ne occuper lui.
Tutti appaiono sollevati.
Cornelio Balbo interviene per specificare che tutti loro hanno la massima fiducia che il Machinarum Magister agir, come sempre, nel migliore interesse di tutti, e che quindi non ha la minima esitazione a delegargli quell'incarico, dichiarandosi sin da ora disponibile a mettere a disposizione tutti i fondi occorrenti.
Pomponio Attico, Oppio e Azio concordano.
Mazio precisa che ultimamente il Magister  stato molto impegnato su nuove linee di studi che hanno preso molto del suo tempo, e che hanno comportano un esborso economico assai rilevante, e parla degli studi sull'elettricit e sulla nafta, che per ora non hanno avuto ritorni economici, n si prevede che ne abbiano a breve.
Crasso chiede se sia necessario impegnare tanti soldi in settori nuovi e sconosciuti, quando si devono ancora sviluppare appieno settori ancora quasi vergini come quello delle macchine a vapore o della polvere da sparo.
Cesare, in tono definitivo, replica di lasciare le decisioni sullo sviluppo scientifico a lui.
Pomponio Attico, in modo per la verit piuttosto ironico, replica che cos si  sempre fatto, con grande soddisfazione di tutti.
Cesare sorride, ringraziando tutti della fiducia. Improvvisamente, chiede se abbiano notizie dalla Campania.
Tutti sono sorpresi e chiedono a che proposito.
Cesare espone di aver avuto notizia che le esplosioni che si sono udite e i globi cadenti che si sono intravisti alcuni giorni fa a Roma sarebbero collegati a qualcosa contemporaneamente caduto sulle montagne campane, sul Vesuvio, per la precisione.
Nessuno ne sa nulla. Pomponio Attico osserva che i pi pensavano che il fenomeno avvertito a Roma derivasse da qualche nuovo esperimento del Magister.
Cesare lo nega, ma dice di non contraddire questa voce, che potrebbe confondere i nostri nemici.
Balbo ipotizza che si tratti di un qualche fenomeno celeste, come la caduta di meteoriti.
Cesare Giuniano, in termini piuttosto prolissi, espone la teoria di Aristotele sulla incorruttibilit dei cieli, peraltro pi o meno conosciuta da tutti, per concludere che la caduta di meteoriti non pu definirsi fenomeno celeste, ma terrestre.
Cesare precisa che su questo argomento il suo amico astronomo Sosigene avrebbe osservazioni interessanti da fare, ma non  il momento.
Crasso rileva, piuttosto debolmente, che non si pu escludere l'intervento divino nel fenomeno descritto. Dopo tutto, non  la prima volta che oggetti divini cadono a terra dal cielo, si pensi agli scudi dei Salii.
L'osservazione lascia tutti piuttosto perplessi.
Cesare asserisce, in tono scherzoso, che lui, in quanto diretto discendente della dea Venere,  il pi titolato del consesso a interloquire sulle cose divine, e in questo caso ritiene che gli di non c'entrino nulla.
Crasso, e anche Cesare Giuniano e Mazio, appaiono piuttosto turbati dall'affermazione di Cesare, ma non dicono nulla.
Cesare conclude la riunione riservandosi di comunque indagare sull'argomento.
Il presente verbale riporta fedelmente quanto detto dai partecipanti alla descritta riunione, ed  redatto e sottoscritto da me, Apollodoro Siculo.
Roma, le None di Aprile.
Mia cara Giulia,
consideralo forse un segno di debolezza, ma sento di aver bisogno di qualcuno con cui confidarmi, e ho pensato a te. Tu sai che ho un carattere piuttosto aspro, a dir poco, per cui non posso dire di avere delle vere amiche. L'unica persona di cui davvero mi fido totalmente  tuo padre, ma quando leggerai il resto della mia lettera capirai perch non posso raccontare a Cesare quello che ho fatto e, per gli stessi motivi, nemmeno a mio figlio Giuniano.
Per quanto tra di noi non vi sia mai stato un vero rapporto di madre e figlia, perch io non ho mai voluto sostituire la tua vera madre, credo tuttavia che, sebbene in modi diversi, io e te ci apprezziamo, in quanto ognuna di noi capisce che l'altra ama Cesare pi di se stessa, per cui penso di potermi fidare di te.
So poi che sei informata della situazione politica di Roma, e so anche che la capisci quanto la capisco io, perch sei figlia di tuo padre, anche se preferisci sembrare una ragazza un po' sciocca e fatua.
Capirai allora quanto sono preoccupata per lui, e per il suo futuro. Tale  la mia preoccupazione, che ho fatto qualcosa che non mi sarei mai aspettato, e che ancora mi stupisce. Forse anche tu avrai sentito parlare di un indovino, un aruspice etrusco di nome Spurinna, che incontra molto successo tra le matrone romane e che abita nella Suburra, non lontano dalla nostra casa. Ebbene, l'ho consultato.
Adesso stai sorridendo, lo so, perch proprio come tuo padre e mio figlio non credi a queste superstizioni. La verit  che non ci credo nemmeno io, ma avevo bisogno di fare qualcosa, e questa  la prima e la pi innocua che mi  venuta in mente. E comunque, non potrei sopportare di vedere nello sguardo di Cesare o di Giuniano il disprezzo che proverebbero per me se sapessero quello che ho fatto, mentre da te lo posso sopportare.
Questo Spurinna abita, come ti ho detto, in una vecchia casa della Suburra, poco lontano dal nostro palazzo, in una via stretta e buia, un po' nascosta, accanto alla bottega di un vasaio, un certo Equizio. Proprio sulla porta della casa c' l'immagine di un demone etrusco, che immagino serva a spaventare i superstiziosi.
- Bah! - Ho pensato io, entrando. - Incominciamo bene.
L'interno della casa  proprio quello che ti puoi aspettare dall'abitazione di un indovino, pieno com' di immagini dipinte strane e tenebrose, e di raffigurazioni di organi interni di animali attraversate da linee e cerchi. C'era anche un forte odore di cibo speziato, che mi fece tossire. Ero sul punto di tornare indietro, quando un servo mi ha accompagnato sino a lui.
 un uomo ancora piuttosto giovane, Spurinna, dal volto un po' tondo e l'espressione scanzonata, gli occhi sorridenti come quelli di un bambino. Indossava una tunica immacolata ma un po' lisa, e parlava latino con uno strano accento, aspirando le consonanti, ci che immagino sia tipico degli Etruschi.
- Il mio nome  Drusilla, indovino. - Gli ho detto, poich avevo deciso di celargli la mia identit. - Sono venuto a consultarti.
Lui mi ha guardato e ha scosso la testa, come se avesse a che fare con una bambina un po' discola.
- Ascolta, domina, forse sarebbe meglio se tu iniziassi dicendomi la verit. - Mi ha risposto infine, con aria maliziosa. - Nascondermi che sei Servilia, la moglie di Cesare, non ti sarebbe molto utile ai fini della divinazione.
Io so di averlo osservato con aria irosa, perch non mi piace essere colta in fallo.
- Adesso vuoi farmi credere che le arti occulte ti hanno svelato il mio nome? - Gli ho chiesto provocatoriamente.
Lui, stranamente, si  messo a ridere, e questo mi ha sconcertato.
- No, domina - ha negato. - Io abito nella Suburra ormai da qualche anno. Pensi davvero che uno possa vivere qui e ignorare l'aspetto della moglie del nostro Re, Cesare?
Lo so, ho un brutto carattere, Giulia. Tutti voi me lo ripetete continuamente. Devo confessarti, per, che la sincerit di quell'uomo mi divert, e che lui mi piacque subito, non so nemmeno io perch, cos mi misi anch'io a ridere.
- Bene, Spurinna, apprezzo il tuo spirito. - Gli ho risposto. - Sai anche perch sono venuta a consultarti?
Lui ha scosso la testa.
- Non con certezza, Servilia. Per, ascolta: io sono un cittadino romano, anche se non mi occupo delle questioni politiche. Dovrei essere sordo e cieco, tuttavia, per vivere qui e non sapere che certi senatori molto importanti stanno cercando di distruggere tuo marito. Posso supporre allora che vuoi sapere qualcosa del suo futuro politico?
Ho annuito, e lui ha annuito a sua volta, sorridendo con aria infantile. La far breve, Giulia, per quanto riguarda la divinazione, perch so che entrambe troviamo ridicole queste cose: ti dir soltanto che l'aruspice  andato in cortile, ha tirato il collo a un pollo, l'ha aperto con un coltellino, ne ha estratto il fegato e poi, utilizzando con le sue dita grassocce uno strumento metallico, ha cominciato a misurarlo. Ci ha messo un bel po', e ogni tanto emetteva qualche suono, del tipo:
- Ah, s... che strano... davvero curioso.
Io ero gi abbastanza seccata dall'attesa, e stavo per andarmene, sentendomi imbrogliata da quel truffatore etrusco, quando lui ha alzato lo sguardo e mi ha fissato. Mi  sembrato sinceramente sconcertato, e questo mi ha stupito, perch non credo proprio che un imbroglione debba dare questa impressione alle sue vittime.
-  davvero strano, Servilia. - Ha detto, infine, scuotendo la testa. - I segni per sono inequivocabili. Un grande pericolo minaccia Cesare, e tutti noi. Non per quello che tu temi, ma uno ben pi grande e tremendo, che non si  ancora rivelato. Il pericolo attuale verr superato senza difficolt. Vincere quell'altro, invece, sar molto pi difficile, e molto dipender dalle decisioni di Cesare. Il destino della stessa Roma dipender da lui. L'esito non  ancora deciso, per, perch per quanto micidiale sia il pericolo, se prender le decisioni giuste Cesare sapr trovare la strada per salvare Roma. - Se Spurinna  un attore, dovrebbe lavorare in teatro, e non fare l'aruspice, perch sembrava davvero spaventato. Ha sospirato, e ha concluso: - Questo  tutto quanto ti posso dire, Servilia. Mi spiace di non poterti dire di pi, ma questo  tutto ci che mi dicono i segni.
Io ho taciuto per alcuni istanti. Non ti nascondo che mi sentivo un po' turbata. Poi mi sono riscossa, e gli ho chiesto:
- Quanto ti devo per la divinazione, indovino?
Lui ha scosso la testa.
- Nulla, domina. Perch se tuo marito prender le decisioni sbagliate, Roma sar distrutta, e allora tutto il tuo denaro non mi servir a nulla. Se invece prender quelle giuste, allora avr salvato anche la mia vita, e non voglio esser pagato da chi mi salver la vita. - Si  interrotto, poi ha proseguito: - Non gli dirai nulla di tutto ci, vero, Servilia?
- No. - Gli ho risposto io.
Lui ha annuito.
- Forse  meglio cos. - Si  alzato e se ne  andato. - Addio, Servilia.
Capisci, Giulia, che sono rimasta sconcertata da tutto ci, e che dovevo raccontarlo a qualcuno?  costui un imbroglione abilissimo, e dalla tattica assai inconsueta? Probabilmente s. Sto cercando di convincermi che  cos.
Ti saluto con affetto.
Servilia
Il tramonto del _Machinarum Magister?
di Marco Terenzio Varrone
Pochi, in questo giornale e in tutta la Repubblica, hanno seguito l'incredibile parabola di Giulio Cesare, da nipote prediletto di Mario a reietto di Silla, da inventore e capitalista in Egitto a genio dell'industria a Roma e uomo pi ricco del mondo, con maggiore interesse e simpatia di me. La sua vita testimonia in modo inoppugnabile quali opportunit offra il sistema romano a chiunque abbia l'ingegno necessario per sfruttarle, ed  la migliore risposta a chi lo critica.
 quindi con tristezza mista e sconcerto che non posso non prevedere una nuova imprevedibile svolta della sua parabola, questa volta in senso negativo.
Tutti abbiamo sentito parlare dello straordinario discorso tenuto in Senato dal pi tenace avversario di Cesare e delle sue res novae, Marco Porcio Catone.
Questo giornale ha ricevuto molte lettere in proposito: molti si sono detti sdegnati dalla violenza delle sue affermazioni, altri si sono dichiarati concordi con lui, altri ancora, pur condividendone gli ideali repubblicani e la nobilt delle intenzioni, trovano esagerate le sue critiche al mondo moderno.
Tutti per concordano sul fatto che le posizione di Catone godano oggi di una solida maggioranza in Senato, e che i pochi e divisi amici di Cesare (il gruppo di Crasso, Cicerone, il figliastro Giuniano e pochi altri) siano ormai una sparuta minoranza.
E tutti concordano anche che, non appena potr, Catone proporr in Senato misure durissime contro Cesare: probabilmente il divieto di tutte le res novae. Niente pi filatoi meccanici, treni, lampade a olio, stamperie a vapore, fucili e cannoni, dunque?
 possibile che Catone proponga qualcosa del genere, perch tutti sanno quanto ami le misure radicali. Un simile provvedimento provocherebbe certamente grandi reazioni negative, proteste, forse sommosse, perch il popolo romano si  abituato da tempo alle comodit introdotte da Cesare. Non c' dubbio tuttavia che la Repubblica, in questi decenni divenuta sempre pi forte, saprebbe venirne a capo, essendo tra l'altro quest'anno guidata da due consoli energici e concordi come Caio Marcello e Publio Lentulo Crus.
Ed  altrettanto indubbio che un simile provvedimento provocherebbe la fine di Cesare. Se decidesse di opporvisi con la violenza, sovvertendo gli ordinamenti della Repubblica, potr certo metterli in grave pericolo, ma alla fine sar sconfitto, perch per quanti appoggi abbia Cesare tra la plebe romana, le legioni che i consoli non esiterebbero a utilizzare non potrebbero che vincere, alla fine, ogni resistenza. E se invece decider di non opporsi a questi provvedimenti, la sua ricchezza verrebbe distrutta, il suo prestigio annientato, i suoi alleati capitalisti terribilmente indeboliti, se non impoveriti come lui.
Cesare  un uomo pieno di risorse, e di coraggio. In Egitto ha ancora amici potenti, e potrebbe probabilmente ripartire da l, se volesse. Certamente per la sua influenza sulla politica romana sarebbe finita, e ridiverrebbe il reietto che era all'inizio della sua parabola.
Non c' nulla che possa fare per impedire questo triste destino? Per quanto grande sia la sua fortuna, il suo ingegno e la sua volont, crediamo proprio di no. La maggioranza che Catone ha creato contro di lui in Senato pare consistente, e poco incline a farsi convincere dagli argomenti della minoranza.
Del resto, Cesare non  un politico, ma uno scienziato e un capitalista, e probabilmente nemmeno comprende davvero le dinamiche interne del Senato, di cui non ha mai fatto parte. Non si dimentichi che negli anni in cui i giovani nobili cominciano a fare esperienza della vita politica romana, lui era in esilio ad Alessandria. Questo gli impedisce di avere un'esatta comprensione della politica romana, ed  difficile difendersi da ci che non si comprende. L'unico che potrebbe salvarlo , paradossalmente, proprio Catone, rinunciando al suo attacco, ma le probabilit che ci accada sono davvero inesistenti, crediamo.
 dunque la fine del Machinarum Magister, pare, e i pi superstiziosi tra i romani la ricollegano allo strano fenomeno, le esplosioni, e i globi luminosi nel cielo di Roma, che si sono visti giorni fa: si sa che quando cade un grande, infatti, i cieli preannunciano sempre l'evento con prodigi, e fenomeni inspiegabili.
Sono superstizioni che a noi moderni sembrano irrazionali e prive di valore, ma che hanno sempre accompagnato la storia di Roma, e di cui occorre avere rispetto.
Da Rei Pubblicae Acta.
Otto giorni alle Idi di Aprile
Roma, sette giorni alle Idi di Aprile.
Mia amata Clodia,
sono soltanto pochi giorni che hai lasciato Roma, e soprattutto me, per andare in Campania, e io gi muoio per la tua lontananza. Come posso vivere senza di te? Il mio cuore si strugge, il mio umore deperisce, il mio animo s'intristisce. Vedi, gi scrivo in modo ovvio, come qualsiasi amante abbandonato dall'amata. Senza di te, anche le mie lettere, di cui un tempo ero cos fiero, non sono pi le stesse. Quando ritorni? Per quanto tempo mi lascerai qui, a Roma, da solo, perch se non ci sei tu io sono solo, anche quando sono in Senato o nel Foro, e centinaia di persone mi circondano? Soltanto la tua presenza, povero me, mi rende vivo.
Qui a Roma, come sempre, soltanto intrighi politici. Gli ottimati, l'avrai sentito, hanno scatenato la loro battaglia finale contro il Machinarum Magister, e gli hanno lanciato contro il loro strumento pi affusolato, Catone.
Il quale ha fatto davvero un grande discorso in Senato, non avevo idea che potesse essere un oratore cos brillante.  stato davvero eccitante. Secondo me si  riletto e studiato le orazioni di Catone il Vecchio, perch le sue frasi avevo un costrutto un po' arcaico, ma molto nobile e vigoroso, che non avevano mai avuto. Quanto ai concetti, erano quelli che ti puoi immaginare: quanto andavano bene le cose quando le donne filavano e Roma era povera e virtuosa, guai a tutte le nuove idee, le nuove cose, le nuove abitudini. Idee che erano gi vecchie quando Catone il Vecchio le scagliava contro Scipione Africano, e proprio per questo ai senatori, che non sono certo degli innovatori, piacciono molto.
Questa volta non credo proprio che Cesare riuscir a cavarsela, sai? Sappiamo tutti quanto sia un uomo geniale, pieno di risorse e soprattutto di soldi. Ho sempre pensato per che, in realt, di politica non ne capisca granch. Rimane pur sempre un mariano e, soprattutto, tutti quegli anni passati ad Alessandria d'Egitto gli hanno fatto perdere un po' i contatti con la realt romana. In ogni modo, questa volta n il gruppo di Crasso n l'eloquenza di Cicerone lo potranno aiutare. Catone ha portato dalla propria parte la maggioranza del Senato che, quando si rievocano le vecchie tradizioni e i vecchi tempi, non tradisce mai. E i consoli di quest'anno, che lo hanno sempre odiato, sono naturalmente entusiasti.
Cesare quindi oggi , per usare un'immagine un po' truculenta, nient'altro che un morto che cammina. Lo lasceranno ancora respirare, mangiare, bere e dormire sino al prossimo discorso di Catone, e poi stringeranno il cappio e la sua sorte sar segnata. Di nuovo in esilio, probabilmente. Oppure si uccider, dato che  un uomo orgoglioso e fiero, si dice.
Quanto meno, questo  quanto dicono tutti sia nel Foro che alle terme. In entrambi i luoghi non si fa altro che parlare del futuro senza speranze di Cesare, e scommettere sulla sua fine. Questa mattina, mentre leggevo l'articolo di Varrone sul giornale, pieno di tutta la sua prosopopea aristocratica, mi  quasi venuto voglia di buttare via un po' di soldi e scommettere che se la caver, soltanto per spirito di contraddizione.
Che cosa cambia per me, in ogni modo? Credo un bel niente. Come sai, dato che ne abbiamo parlato pi volte, le possibilit che un homo novus come me, ricco ma non coperto d'oro come Creso, arrivato da Verona, il quale da giovane ha scandalizzato tutta la buona societ con le sue poesie troppo innovatrici, possa arrivare non dico al consolato ma anche soltanto alla pretura sono pressoch inesistenti. Ho avuto il mio momento di gloria quando ero edile, ho pagato i miei giochi, sono piaciuti, credo di dovermi accontentare di questo.
E questo sia che vinca Catone, sia che, incredibilmente, Cesare riesca a scamparla. Dopo tutto, se Catone vince, com' probabile, gli ottimati trionfanti si chiuderanno ancora pi in se stessi, e non lasceranno nessuno spazio a chi non  dei loro, come me. E Cesare, se vincesse, perch mai dovrebbe aiutarmi? Sa bene quanto sono amico di Curione e Celio, che parlano sempre male di lui. Il fatto che sono amico anche di Antonio, che  pur sempre suo parente, anche se entrambi fingono di dimenticarsene, non sembra aver mai contato molto.
Ma perch riempio la mia lettera di questi pettegolezzi politici, quando scrivo alla mia amata? Lo so che tu sin da bambina sei cresciuta tra questi intrighi, e che ti divertono, ma non  questo che dovrebbe scrivere un amante alla sua amata lontana.
Eppure voglio chiudere la mia lettera con un altro, triste racconto, perch so che tu non me lo perdoneresti se te lo tacessi. Il fatto , mia amata, che sono molto preoccupato per Curione. Tu l'hai amato, un tempo, e hai ancora simpatia per lui, ed  giusto, perch  un giovane davvero di valore, forse il pi brillante del nostro gruppo.
Ebbene, temo che purtroppo il nostro Curione questa volta abbia fatto il passo pi lungo della gamba. Tu sai che finanziariamente non ha mai navigato in buone acque, e che spesso in passato l'ho aiutato. Ora la situazione  terribilmente peggiorata. Oggi  venuto da me, con le lacrime agli occhi, e mi ha detto la verit: i suoi debiti sono molti di pi di quanto io e te abbiamo mai immaginato, pi di quanto potrei saldare anche impegnando tutte le mie sostanze.
I suoi creditori lo assediano, non lo lasciano pi vivere, ed egli  molto angosciato. Se gli intenteranno causa, come minacciano di fare, sar cacciato dal Senato, e per la vergogna ne morir. Tu sai che, anche se finge di essere cinico e sprezzante, la politica per lui  tutto, e temo davvero che possa commettere una qualche pazzia.
Mi rattrista darti un dolore con queste notizie, ma ho ritenuto fosse meglio per te venirlo a sapere da me, piuttosto che da altri. Non ti dir che non ti devi crucciare, perch so che non  possibile, e non sarebbe nemmeno giusto, essendo Curione un nostro buon amico. Sappi per che far tutto quanto posso per aiutarlo, anche se in questo momento non saprei proprio che cosa potrei fare.
E allora stai in buona salute, e non ti disperare troppo.
Caio Valerio Catullo
Roma, sette giorni alle Idi di Aprile.
Mia cara Giulia,
sono felice che tu ti trovi bene a Baia, e come potrebbe essere altrimenti, in un posto cos stupendo?
Sono invece sorpreso che dimostri tanta amicizia per Clodia, di cui ho sempre sentito dire molte cose cattive.
In ogni caso goditi questo periodo finch puoi, anche se qui tutti rimpiangono la tua allegria e la tua vivacit, e soprattutto a me manchi molto, perch  bene che tu sia lontana da Roma.
 giusto che tu sappia che qui infatti la situazione si sta molto complicando. Temo proprio che Catone otterr la maggioranza del Senato nel suo attacco contro tuo padre, di cui immagino avrai letto. Ignoro quali siano i provvedimenti che proporr ma, conoscendo il suo odio per le res novae, e soprattutto per tuo padre, sar senz'altro qualcosa di terribilmente dannoso per gli interessi dei nostri genitori. Questa volta non so davvero come potranno cavarsela.
Mio padre  preoccupatissimo: l'ho visto aggirarsi per casa gemendo e lamentandosi che la rovina incombe sulla nostra famiglia. Alla sua et, una simile preoccupazione non gli fa certo bene. Sono molto in ansia per lui, perch non mi  mai sembrato cos vecchio e fragile. Anche mio fratello Marco junior  convinto che ci sia poco da fare. Giorni fa mi ha confidato che sta cominciando a spostare parte delle proprie sostanze in Egitto, per essere pronto a fuggire quando accadr l'irreparabile.
Cesare, invece,  Cesare, e tu lo sai meglio di chiunque altro. Nessuno sa che cosa pensi davvero, comunque ostenta la pi completa serenit e tranquillit. Molti che si contendevano la sua presenza a cene e feste ora lo ignorano, ma lui non sembra nemmeno accorgersene. Ieri sera  andato a teatro, ad assistere a una commedia di Menandro, e dovevi vedere come se l' goduta! Ha salutato tutti i presenti, anche quelli che cercavano di evitarlo, con un sorriso e una battuta, e finita la rappresentazione  andato anche a parlare con gli attori, con cui ha fatto a gara di citazioni in greco. Naturalmente ha vinto lui, per ha voluto comunque fare un regalo principesco a tutta la compagnia.
-  troppo, Cesare. - Si  schermito il capocomico, persino imbarazzato per la sua generosit.
E lui, naturalmente:
-  troppo per te che ricevi, ma  poco per me che dono.
La padronanza di s,  a tratti mostruosa. Sembra che la tensione scivoli su di lui come olio.
Detto questo, la situazione  davvero difficile, e molti dubitano che persino Cesare, con tutte le sue risorse, possa cavarsela. So che non puoi farci nulla, se non crucciarti inutilmente, ma mi sembrava giusto che fossi informata.
A presto. Stammi bene.
Publio Crasso

3.

Cesare fu infatti il primo a capire che le macchine a vapore potevano servire ad altro che a divertire i potenti o intimorire gli incolti. In societ con Mazio, si fece prestare una somma ingentissima dai sacerdoti di Tebe, e ottenne da Tolomeo XII Aulete re d'Egitto il monopolio del lino egiziano. Poi costru grandi opifici in cui tessitoi a vapore di sua invenzione trasformavano il lino grezzo in vesti tutte uguali, che costavano meno di un decimo di quelle dei concorrenti. In questo modo Cesare cominci a vendere i suoi prodotti in tutto il Mediterraneo, e divenne ricchissimo.
Fu in questo periodo che entr in contatto con Crasso, chiamato il Ricco. Costui gli scrisse che lui, in quanto Romano, doveva arricchire Roma, non l'Egitto. Cesare gli rispose per lettera che fin quando fosse stato ripudiato da Roma, avrebbe arricchito chi l'accoglieva. Se gli fosse stato permesso di tornare Roma, avrebbe arricchito chi gliel'aveva consentito. Crasso cap ci che Cesare intendeva, e riusc a ottenere, tramite un tribuno della plebe suo cliente, un certo Didio, che il popolo votasse una legge con cui si ridava a Cesare la cittadinanza romana.
Plutarco, Vita di Cesare
Baia, sei giorni alle Idi di Aprile.
Caro Caio Giuniano,
scusami se ti scrivo direttamente, da sorella a fratello.
Sono molto preoccupata per la sorte del nostro comune padre, Cesare. Non oso scrivergli, ma tutti mi dicono che la sua situazione  disperata, e che Catone lo distrugger.
Perdonami se mi permetto di chiedertelo, Giuniano caro, in nome di tutto quello che nostro padre ha fatto per te, e dell'amore che ti ha sempre dimostrato: tu sei amico di Catone, oltre che suo genero e nipote, non puoi convincerlo a interrompere questo tremendo attacco contro un uomo buono come il tata?
Ti saluto con affetto.
Giulia
Roma, cinque giorni alle Idi di Aprile.
Cara Giulia,
 soltanto per l'amore che ti porto, e per quello che so tu nutri per tuo padre, che posso perdonare la tua richiesta, incredibilmente offensiva.
Dovrei cercare di influenzare la volont di un uomo retto e onesto come Catone, cercando di farlo deviare dai suoi principi, in nome dell'amicizia che ha per me, e della nostra parentela? Sarebbe per lui un gesto assai disonorevole, se accettasse, perch significherebbe che mette l'amicizia che ha per me innanzi alla salvezza della Repubblica. Anche soltanto chiederglielo significherebbe insultarlo terribilmente.
E sarebbe disonorevole anche per me, cercare di indurlo a fuoriuscire dalla via della virt per uno sciocco sentimentalismo. Nessun uomo retto e rettamente ispirato da una saggia filosofia si comporterebbe mai in modo cos basso.
Mia cara Giulia, tu sei donna, non ti interessare quindi della politica, che  troppo al di l delle tue capacit di comprensione. E non ti preoccupare per il tuo futuro: ho delle sostanze investite in attivit diverse da quelle di Cesare cosicch, se anche lui e Crasso dovessero essere rovinati, mi occuperei di te con gioia.
Sinceri saluti.
Caio Giulio Cesare Giuniano
Appunti per una biografia di Cesare
di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Cesare  alto, di ossa piccole e incarnato chiaro. La sua complessione  magra, e il volto  affusolato, dominato dal naso aquilino. I capelli, un tempo biondi, si stanno ingrigendo e sono ora sempre pi radi in cima al capo, e li porta pettinati all'indietro, per nascondere la calvizia (ma io lo trovo comunque bellissimo, naturalmente). I suoi occhi sono chiari e profondi, indagatori, a volte terribilmente severi, ma il pi delle volte giocosamente allegri. Per quanto sia un uomo molto impegnato, ama infatti gli scherzi, e le feste. Credo anzi che tra tutti i romani sia quello che pi ama partecipare a feste e intrattenimenti, cui  invitato incessantemente da coloro che apprezzano la buona conversazione, perch con il suo spirito riesce a rendere interessante ogni convivio.
Bench di salute un po' malferma, grazie all'incredibile forza di volont sopporta ogni fatica e ogni strapazzo. Le sue giornate hanno infatti sempre dei ritmi incredibili. Prima ancora della fine della quarta vigilia i suoi servi aprono le porte, e una marea di gente di tutti i tipi, ogni giorno, invade l'atrio della sua bellissima villa nella Suburra. Ci sono cavalieri che vogliono proporgli affari, artigiani e contadini che chiedono di essere assunti nei suoi opifici, mercanti che gli vogliono vendere i loro prodotti, poveri che vogliono un prestito, o un regalo, o l'assistenza di uno dei suoi legali, inviati di principi stranieri che si rivolgono a lui per i motivi pi disparati, greci, ebrei, orientali di tutti i tipi, ma anche galli, e italici, e spagnoli, persino schiavi, che gli chiedono di tutto. Alcuni lo scambiano per un oracolo, altri per il loro patrono, altri ancora... non so nemmeno io per che cosa.
L'atrio si riempie di ogni tipo di odore, anche i pi volgari, e di rumori fastidiosi ma Cesare, bench sia uomo di gusti raffinatissimi, finge di non accorgersene e ascolta tutti, per ore e ore. Mentre i suoi servi distribuiscono biscotti e bevande ai postulanti, rendendo il tutto simile a una sagra paesana, lui domina la situazione con il suo sguardo, come farebbe un potente sovrano con la sua corte. Non si spazientisce mai, n d a chi l'ascolta l'impressione d'essere distratto, anzi frequentemente sembra davvero interessato alle loro narrazioni. Spesso ne ascolta due o tre insieme, quando le loro questioni sono semplici, e riesce a non perdere il filo di nessuno dei loro racconti, anzi quando lo si interroga dimostra di ricordarli perfettamente. Per ognuno ha una parola, un consiglio, del denaro, un aiuto qualunque. Non manda mai via nessuno a mani vuote e, pi la questione si complica, pi la difende con accanimento.  per questo che il popolo che vive a Roma, romano e non solo, lo ama, e star sempre dalla sua parte.
- Non c' motivo di stupirsene. - Ricordo che mi disse, anni fa, quando gli chiesi conto della sua attenzione per tutta questa povera gente che a me, mercante greco nato in Sicilia ma cresciuto in Egitto, sembrava incomprensibile. -  dovere di ogni nobile romano aiutare i propri clienti. E nemmeno Silla ha potuto fare di me qualcosa di diverso da ci che sono: un patrizio romano, con doveri verso chi chiede aiuto. Questo io sono, e sar sempre, a dispetto di quanto dicono le loro leggi.
Con il tempo ho scoperto che questo suo comportamento rende furibondi i nobili romani. Che un esiliato, per quanto autorizzato a tornare, che ha rifiutato di entrare in Senato e si  inserito soltanto nelle liste dei cavalieri, si comporti come uno di loro, e abbia addirittura pi clienti e popolarit di ogni altro nobile romano sembra loro, per quanto non vi sia alcuna legge che lo proibisca, una terribile violazione delle consuetudini, e si sa che non c' nulla che faccia infuriare un patrizio romano pi del mancato rispetto delle consuetudini (che loro chiamano mos maiorum).
Incasellano questo comportamento di Cesare in quella che definiscono arroganza, che  poi la principale accusa che gli rivolge chi non lo sopporta. Ora che lo seguo da anni, posso dire che l'accusa  infondata: Cesare non  arrogante. Cesare sa per con assoluta certezza di essere superiore a tutti gli altri romani per intelligenza, cultura, volont, intraprendenza e ogni altra virt. Ci che lo stupisce, e che ogni tanto lo fa agire in modo irritante per il prossimo,  che alcuni non se ne rendano conto.
Quando ha finito di ricevere i clienti di solito si  fatta almeno l'hora quinta, e a quel punto si reca nei laboratori. Qui si consulta con Sosigene, l'astronomo che si  portato da Alessandria, e Mamurra, il suo capo ingegnere. Insieme studiano i progetti, lui illustra le sue nuove invenzioni, controlla le ultime realizzazioni. Questo , secondo me, il momento in cui  pi felice di tutta la sua giornata, perch le officine e i laboratori sono il campo d'attivit che sente pi suo.  magnifico seguirlo mentre saluta e scambia due parole con uno dei tanti meccanici, di cui ricorda naturalmente alla perfezione non soltanto il nome ma anche vita famigliare ed esperienza professionale, o vederlo mentre avvita lui stesso un bullone, o prende in mano uno strumento e insegna a un operaio come utilizzarlo. Sono attivit che qualsiasi romano appena al di sopra del ceto proletario un tempo avrebbe considerato disdicevoli, ma non Cesare. Della meccanica, infatti, lui sa tutto, la ama e sembra nato per essa. In questo senso, mai soprannome fu pi giusto del Machinarum Magister che gli  stato dato.
Di solito pranza all'hora octava, ma rapidamente poich non ha bisogno di molto per nutrirsi. Da giovane, mi ha detto una volta, pensava di diventare un grande condottiero, come suo zio Caio Mario, e per questo sin da bambino si era imposto di abituarsi a mangiare ogni cosa, a vivere poveramente e a dormire per terra, in modo da essere pronto per gli strapazzi della guerra quando sarebbe venuto il momento. Cesare generale! Che strana idea!
Eppure, pieno di contraddizioni com', ha fama di essere uomo dedito a quelle che per i romani sono le pi sordide mollezze orientali. In effetti indossa soltanto abiti costosissimi, in casa si circonda di oggetti d'arte rari e raffinati, e ai suoi banchetti vengono serviti esclusivamente cibi ricercati e vini squisiti, che peraltro di solito lui nemmeno assaggia.
- Cesare non vuole attorno a s nulla che sia meno che perfetto. Null'altro  degno di lui. - Ripete, a chi gli chiede spiegazioni. E molti che lo ascoltano si confermano nella loro opinione:  un arrogante.
In ogni caso, mentre pranza, e anche dopo, si dedica alla corrispondenza, poich riceve una moltitudine di lettere. Alcune trattano questioni riservate, perch una delle sue passioni  conoscere ci che accade prima degli altri, e per questo ha in ogni luogo e ambiente agenti che lo tengono informato tramite lettere spesso scritte in codici segreti che ha inventato lui stesso. Poi riceve naturalmente anche lettere da ammiratori, questuanti, amici, alleati, parenti e quant'altro.
Risponde a tutti:  cosa nota come riesca a dettare anche quattro o cinque lettere contemporaneamente.  cosa nota, ma  anche vera, perch sono anni che glielo vedo fare, ogni giorno.
Terminata la corrispondenza, di solito nel resto del pomeriggio si dedica agli incontri pi riservati. Spesso si vede con Caio Mazio, che  il suo pi stretto collaboratore per ci che riguarda gli aspetti industriali e finanziari della sua attivit, nonch il suo pi vecchio amico, oppure altri capitalisti. In verit, per, anche di pomeriggio incontra gente di ogni tipo, dai re orientali a personaggi equivoci come quel Lucio Vezio che ogni tanto vedo entrare, con aria furtiva, nel suo studio.
Questo naturalmente quando non si dedica ad altri suoi interessi: l'equitazione e il teatro, per esempio, oppure non visita la scuola per gladiatori che possiede a Capua o le scholae machinarum che ha fondato a Roma, per insegnare ai giovani plebei i fondamenti della meccanica.
Il pi delle volte, comunque, quando non  invitato a feste o banchetti, prosegue anche a cena i suoi incontri. Questa sera, per esempio, ha incontrato un certo Gaio Valerio Catullo.
- Da giovane era un poeta di un certo pregio - mi ha spiegato. - Ha cercato, insieme ad altri, di portare a Roma lo stile letterario dei nuovi poeti alessandrini, quindi la cosa dovrebbe interessarti.
- Cesare, io ho sempre ritenuto i poeti dei perdigiorno e dei mangiapane a sbafo... - Gli ho risposto.
Si  messo a ridere.
- Sbagli, Apollodoro. I poeti a volte sanno cogliere l'anima dei tempi meglio dei politici o degli storici. Comunque, Catullo e i suoi poeti nuovi non hanno avuto troppo successo. Lo sai che noi romani siamo tradizionalisti, anche in letteratura, e infatti poeti nuovi era il modo con cui li chiamavano i loro avversari, per denigrarli. Per quelli che si credono gli unici veri romani, quelli come Catone, insomma, l'aggettivo nuovo indica infatti sempre qualcosa di negativo, mai di positivo. Dopo questo insuccesso Catullo, che viene da una buona famiglia della Gallia Transpadana,  di Verona, ha deciso di dedicarsi alla politica. Ha sposato Clodia, la sorella del famoso tribuno della plebe, e ha ereditato parte del suo seguito. Ma non ha avuto molto successo neanche in questa attivit. Dubito molto che possa farsi eleggere pretore, quando sar il momento.
- E allora, Cesare, perch perdi tempo a incontrarlo? - Gli ho chiesto, perplesso. Poi non ho pi saputo trattenermi, e gli ho chiesto: - Tutti pensano che tu sia finito, che Catone ti distrugger. Come fai a non preoccupartene?
Lui mi ha fissato con aria divertita.
- Non preoccuparti di Catone, Apollodoro. Catone e quelli del suo stampo non possono sconfiggere Cesare.
Arroganza, ho pensato, scuotendo la testa. A volte sembra davvero il suo difetto principale.
La serata  stata, per quanto mi riguarda, un disastro. Cesare e Catullo hanno passato ore a discorrere di oscuri poeti greci, che io non avevo mai sentito nominare, ma di cui entrambi conoscevano a memoria le liriche. Credo che si siano divertiti molto, loro.
Se conosco Cesare, dopo aver fatto accompagnare indietro Catullo dai suoi servi non sar andato a dormire (dorme pochissimo), ma avr ancora passato ore e ore a leggere, studiare o a scrivere. A volte penso che abbia inventato la lampada a gas soltanto per poter stare alzato tutta la notte a lavorare!
(lettera inviata in codice, via telegrafo, su una linea riservata)
Da qualche parte alle pendici del Vesuvio, tre giorni alle Idi di Aprile.
Magister,
come da tue disposizioni, ti invio il mio primo rapporto relativo al fenomeno accaduto alle falde del Vesuvio.
Ho raggiunto ieri la zona interessata, dapprima in treno, poi ho dovuto noleggiare un mulo. Ho affittato una locanda in un villaggio tanto piccolo da nemmeno avere nome (a parte segue il dettaglio delle spese sostenute per il loro rimborso).
I paesani di qui sono tutta gente molto umile, italici di stirpe sannita, per lo pi contadini e qualche piccolo artigiano e commerciante e vivono in maniera molto semplice e primitiva, come cent'anni fa. Le res novae da te portate a Roma qui non sono ancora arrivate.
L'atmosfera che ho trovato in paese  tesa e preoccupata, anzi direi spaventata. Considera che questo  un tipico villaggio del Mezzogiorno, assolato e sonnolento, con le case imbiancate, e i vecchi che siedono sulla porta e osservano con aria scontrosa gli sconosciuti, a cui nessuno rivolge la parola. In particolare, nessuno voleva parlare di quanto  successo, delle cose cadute dal cielo, perch ne sono tutti terrorizzati. Hanno iniziato a rispondere soltanto dopo molte insistenze e bisbigliando, impauriti come se temessero che qualcuno li ascoltasse. Qualcosa infine ho saputo, ma  difficile farsi un'idea concreta di quanto  successo, perch i pi preferiscono riferire le loro ipotesi piuttosto che raccontare quello che hanno davvero visto.
Tutti sono comunque convinti che gli di c'entrino in qualche modo, chi parla di Giove Ottimo Massimo irato, chi di Castore e Polluce, chi di Vulcano, chi di divinit locali di cui non ho mai sentito parlare. Ogni paesano con cui ho parlato sa con certezza che c'entrano gli di, e che quanto  successo  un segno nefasto. Si attendono tutti disgrazie, e sono in attesa che succeda qualcosa.
Le descrizioni pi chiare sono riuscito a ottenerle dai bambini, che sembrano invece pi incuriositi che spaventati. In realt, non  che avessero granch anche loro da raccontare: hanno sentito una serie di grandi esplosioni, che sembravano provenire dall'alto; poi hanno visto dei globi luminosi, chi dice cinque, chi dieci, cadere velocissimi dal cielo; infine hanno sentito la terra tremare, alle prime pendici del Vesuvio, come per un terremoto.
Alcuni bambini coraggiosi sono persino riusciti a sfuggire ai genitori per andare sul posto, e dicono di aver visto una serie di profondi crateri. Sono tornati tanto agitati e spaventati che le loro madri li hanno chiusi in casa, e non li lasciano pi uscire.
Una volta effettuata questa indagine preliminare, ho deciso di recarmi sul posto per valutare di persona il fenomeno. Ho quindi ingaggiato come guida uno di questi bambini, si chiama Caio Pullio,  orfano ed  una specie di delinquente di strada che, con un sorriso gaglioffo, mi ha detto di non temere gli di nemmeno se cadono dal cielo. In cambio di una lauta mancia, io con il mio mulo e lui a piedi ci siamo avviati alle pendici del vulcano. Man mano che si sale su per gli stretti sentieri che portano alla bocca del vulcano, il paesaggio si trasforma in modo inquietante. Gli alberi e la vegetazione si fanno sempre pi pallidi, e morenti, colorati di un tono livido e smorto, come se una qualche malattia li avesse ammorbati.
Ancora pi su ogni cosa, erba, alberi, sterpaglie,  bruciata. E una fortissima puzza di zolfo aggredisce le narici e la gola.
- Ehi, tu, ragazzo, ma  normale che sia cos? - Ho chiesto a Caio Pullio, prima di mettermi a tossire. Ti confesso, Magister, che il sudore mi aveva inzuppato gli abiti, e non soltanto perch la giornata era torrida, o per la fatica della salita.
- No, signore. - Ha risposto lui, in tono mesto. - Qui prima era tutto verde. Poi sono caduti gli di dal cielo. - Per la prima volta, persino lui mi  sembrato un po' spaventato.
Alla fine siamo arrivati a destinazione. Ti assicuro, Magister, che  una cosa da vedere. La pendice del vulcano era totalmente spoglia, non c'era pi nulla di vivo, e il suolo era scuro, bruciato. Non sembra di essere nella nostra dolce Italia, ma in qualche terra sconosciuta, punita dagli di. La puzza era ancora pi forte, di zolfo mescolato a qualcosa d'altro di incomprensibile e ignoto, ed era cos insopportabile che il povero Pullio  corso via. Io, per sopportarla, ho dovuto inzuppare il mio fazzoletto di aceto e coprirmi il volto con quello.
Su questa superficie aspra e bruciata, devastata da qualcosa di terribile, si aprono davvero dei grandi crateri. Ne ho contati sette, ma  possibile che siano anche di pi, perch non sono riuscito a inerpicarmi oltre. Non sono altro che profondi buchi nel terreno, un po' come se dal cielo fossero caduti grandi e pesanti oggetti rotondi.
Il diametro di ciascuno dei buchi  di diverse pertiche, purtroppo non sono stato in grado di misurarlo in maniera pi scientifica, ma lo far e ti far sapere. Non so dirti quanto sono profondi, e ora te ne dir il motivo, Magister.
I crateri emanano un vapore denso e acre, terribilmente puzzolente, che fa pizzicare gli occhi e ne occulta il fondo. Sembra che qualcuno abbia acceso un grosso pentolone con una qualche infernale pietanza, e i fumi vengono su fino a noi.
Non ti nascondo, Magister, che la vista di questo paesaggio brullo e desolato, cos strano da sembrare alieno, i buchi profondi nel terreno, il vapore pestilenziale che ne emana in continuazione, la puzza insopportabile,  tutto molto inquietante e oscuro.  come se un pezzo d'Averno fosse stato portato sulla terra dei vivi, e uno qui si pu immaginare che da un momento all'altro escano dalle buche i morti per portarlo via con s. Davvero qui c' la sensazione che qualcuno di terribile stia per accadere, e che un destino malefico stia per colpirci. Ho avuto i brividi, lunghi brividi di paura, e sono davvero molti anni che non mi succede, Magister.
Dopo essere stato qui qualche minuto, ho rivalutato i paesani del luogo, che non mi sembrano pi sciocchi superstiziosi, dato che io stesso sono preda della loro paura. E apprezzo ancora di pi il coraggio della mia piccola guida, Caio Pullio, che ha accettato di tornare quass, pur sapendo ci che avrebbe trovato.
In ogni modo, io non sar da meno di lui, e ho intenzione di non deluderti, Magister. Ora che so che cosa aspettarmi, appena possibile torner qui pi organizzato: ho gi acquistato delle corde, mi far accompagnare da un paio di robusti contadini del luogo (che sar costretto a pagare in modo esagerato, tienine conto) e mi caler in uno dei crateri, per scoprire che cosa c' in fondo.
Ti mander un mio pi preciso rapporto non appena sar possibile.
Per ora, salute e fortuna a te, Magister.
Lucio Vezio
Troppa fantasia, Lucio Vezio!
(Commento manoscritto di Cesare a margine della lettera.)
Cicerone: non sono mai stato alleato di Cesare
di Marco Terenzio Varrone
E dunque, siamo giunti al gran giorno in cui si decider il destino di Cesare, il Machinarum Magister. Oggi infatti il suo pi feroce avversario, Catone, presenter in Senato le proprie proposte contro le res novae. Nessuno ne sa molto, ma tutti immaginano, ben conoscendo l'accanimento che ha sempre mostrato contro Cesare, che proporr provvedimenti tali da rovinare lui e i suoi amici. E pochi dubitano, conoscendo l'umore attuale del Senato, che verranno approvati.
Abbiamo provato a parlarne con uno dei maggiori esponenti della minoranza filo-cesariana, Marco Tullio Cicerone, il pi grande avvocato e oratore contemporaneo, Padre della Patria, salvatore di Roma dalle mene di Catilina nonch uomo di profondissima cultura. Ci che ci ha detto , per certi versi, sorprendente.
D: Marco Tullio, tu che sei un alleato e amico di Cesare, come vedi la situazione attuale? Pensi che Cesare abbia qualche possibilit di cavarsela?
R: Marco Terenzio, vorrei in primo luogo fare una precisazione. Tu mi hai chiamato amico di Cesare e questo  vero, poich lo conosco da anni, ed  una persona di grande cultura, con cui  un piacere discutere di retorica, filosofia, letteratura. A dispetto di quanto pensano in molti, infatti, non  devoto soltanto alle arti applicate o alla matematica, ma anche alle scienze umane.
D: E dunque?
R: Per mi hai anche chiamato alleato, e questo non  corretto. A mia memoria, infatti, non ho mai avuto con Cesare una sola conversazione che abbia toccato temi politici, o comunque di attualit. E quindi certo non posso essere definito suo alleato, no?
D: Non puoi negare per di avere spesso sostenuto in Senato le posizioni di Cesare.
R: Io non ho affatto sostenuto le posizioni di Cesare! Lo nego, certo che lo nego! Io ho sostenuto le mie posizioni. Che poi queste coincidessero con quelle dei veri alleati in Senato di Cesare, cio il gruppo di Crasso, non significa affatto che io sia dei loro, ma soltanto che erano posizioni conformi alla virt e al decoro. Lasciami aggiungere ancora una cosa.
D: Prego.
R: Io sono amico di Cesare, ma non sono meno amico di Catone. Pi ancora: ammiro molto la sua fermezza, il suo rigore, la sua onest, la sua energia. Durante la congiura di Catilina, quando come tutti sanno salvai la Repubblica, Catone mi aiut, fu per cos dire un mio collaboratore. Da allora sono suo amico, e non ho mai smesso di esserlo, anche se  molto pi giovane di me, certo.
D: Dunque Cicerone non  un alleato di Cesare, ma con lui parla soltanto di argomenti culturali, mentre  buon amico di Catone?  questa la notizia?
R: Non  una notizia,  la verit.
D: Fatta questa precisazione, come vedi la posizione di Cesare, Marco Tullio?
R: Piuttosto disperata. Catone ha con s la grande maggioranza del Senato, credo. Non conosco i provvedimenti che Catone proporr, ma sono certo saranno tali da distruggere le res novae di Cesare e lui stesso. Confido che, uomo prudente e avveduto quale , abbia conservato parte dei suoi investimenti in Egitto, cos quanto meno non perder ci che ha l. A Roma, la stella di Cesare  tramontata, direi.
D: E Marco Tullio come voter?
R: Come ha sempre fatto, seguendo ci che gli dettano l'onore e il rispetto per le tradizioni repubblicane.
D: Quelle tradizioni repubblicane di cui Catone  ritenuto il vero interprete, oggi.
R: Quelle tradizioni repubblicane di cui io e il giovane Catone siamo le naturali incarnazioni, direi piuttosto.
Da Rei Pubblicae Acta.
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Caro Magister,
hai letto l'intervista di Cicerone di oggi?
I topi abbandonano la nave, quando credono stia per affondare!
Non ha mai avuto conversazioni politiche con te! Certo, le istruzioni gliele davi per scritto! Credi che potremmo chiedergli indietro tutti i soldi che gli abbiamo dato in cambio del suo appoggio politico?
Caio Mazio
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Amico mio,
non puoi chiedere a un coniglio di diventare aquila. N a un'aquila di smettere di volare.
Cesare

4.

Quando Cesare rientr a Roma, si dedic a nuove invenzioni. Costru la prima locomotiva, cio un carro che si muoveva da s, grazie alla forza del vapore, su binari metallici. Molti rimasero spaventati, e sospettarono che quell'incredibile macchina fosse animata da qualche tipo di magia. Cesare per derise sempre queste voci, negando di essere un mago e spiegando che la locomotiva si muoveva non per una forza magica, ma in quanto lui aveva saputo imbrigliare la natura.
In societ con Crasso, Mazio e altri capitalisti romani, progett di costruire la prima linea di binari per collegare Roma a Ostia, cos permettendo alle merci sbarcate in quel porto di giungere con pi facilit nell'Urbe. Il Pontefice Massimo Lutazio Catulo si oppone a questa innovazione, in quanto contraria alle tradizioni romane, e gett un interdetto religioso sull'impresa. Cesare allora raddoppi il proprio investimento nell'operazione, prendendo denaro a prestito ben oltre il credito di cui godeva. Cos per convinse i suoi soci a seguirlo, e la linea ferroviaria fu costruita.
Plutarco, Vita di Cesare
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Mia amata Clodia,
ho molto da raccontarti in questa mia, perch sono avvenuti numerosi fatti nuovi dall'ultima volta che ti ho scritto, e tutti sorprendenti e meravigliosi. Voglio che tu lo sappia da me, per cui ti scrivo, in fretta e furia, appena tornato dal Senato, e far partire questa mia con il primo treno postale di domattina.
Tanto per cominciare, il nostro amico Curione non soltanto ha risolto tutti i suoi problemi, ma si  anche coperto di gloria in Senato. Come ha fatto, mi chiederai tu. Ora te lo racconto.
Ricorderai che Catone aveva annunciato un discorso in cui avrebbe annunciato le sue proposte contro le res novae del Machinarum Magister.
Ebbene, proprio oggi si  tenuta la riunione convocata dai consoli per ascoltare le proposte di Catone. Non ti dico l'eccitazione che attraversava Roma! Tutti erano certi che gli ottimati, questa volta, sarebbero riusciti a mettere nell'angolo Cesare, sarebbero riusciti a distruggere lui e le sue macchine. Soprattutto dopo l'intervista di Cicerone uscita questa mattina sui Rei Publicae Acta, in cui il Padre della Patria abbandonava il suo alleato, anzi smentiva di essere mai stato suo alleato! Leggila, se vuoi farti qualche risata e confermarti nell'opinione che tu e tuo fratello avete sempre avuto dell'Arpinate.
Che mattinata che  stata! Sin dall'alba, gli strilloni si aggiravano per Roma, vendendo le copie dei giornali che annunciavano la fine di Cesare, e quante ne vendevano! Tutti, dai senatori ai plebei, fino agli schiavi e agli stranieri ne hanno comprata una.
Il Tempio di Saturno, dove i consoli hanno convocato il Senato, era colmo come non mai. Credo che dei seicento senatori ne mancassero ben pochi, soltanto quelli che hanno incarichi all'estero, quelli davvero malati e, naturalmente, il Grande Assente Pompeo Magno. E poi certamente mancava Crasso, il quale come sempre nei momenti pericolosi si dilegua. Ha mandato un servo a dire che aveva un attacco di gotta, e non poteva scendere dal letto. Tutti hanno riso, e si sono convinti ancor di pi che Cesare fosse spacciato.
Fuori dal Tempio, il pubblico, composto sia da ricchi cavalieri che da plebei, si accalcava, per capire che cosa sarebbe successo. Si percepiva nell'aria una tensione che io, da quando sono in Senato, non ho mai provato. Alcuni temevano che, messo all'angolo, Cesare avrebbe scatenato una sommossa, forte dell'appoggio che ha tra il popolo. E molti tra quelli che lo odiano la sommossa la preannunciavano, e quasi la aspettavano con ansia.
Anche i consoli avevano sentito queste voci, e se ne erano innervositi, credo, perch mai ho visto una riunione del Senato protetta da un simile servizio d'ordine. Mercenari sciti armati di fucili, con la baionetta innestata, proteggevano con aria minacciosa gli accessi del Tempio e si diceva addirittura che nascosto da qualche parte ci fosse un pezzo d'artiglieria pronto a tirare sulla folla in caso di bisogno, e che gli artiglieri fossero tutti figli degli ottimati, non normali legionari. Secondo alcuni, infatti, i consoli non si fidavano della fedelt delle legioni, in quanto composte per lo pi da plebei devoti a Cesare.
I consoli che non si fidano della fedelt delle legioni! Che follia  mai questa, mi dirai tu. Queste erano le voci che correvano per Roma, e puoi capire come tutti ne fossero turbati.
Ebbene, che cosa  successo, mi chiederai tu?
Ti dir che la giornata era calda, il sole splendeva alto in cielo, ed eravamo tutti sudati, e impazienti, poich l'aula era troppo piccola e affollata e i consoli erano in ritardo. Poi, finalmente, la seduta ha avuto inizio. Prima i consoli hanno come sempre tratto gli auspici, ovviamente favorevoli, poi hanno aperto la seduta, dando la parola a Catone. Il quale si  alzato, tutto stretto nella toga tessuta a mano dalla sua povera moglie, ha cercato senza molto successo di darsi un'aria solenne (tu sai bene che sembra sempre un po' un cane rognoso), ha alzato il braccio, probabilmente per iniziare il suo discorso in modo retorico...
E Curione l'ha interrotto.
- Io metto il mio veto al discorso di Catone. - Ha proclamato, senza urlare ma in tono chiaro e distinto, che hanno sentito anche all'esterno dell'aula.
Stupore generale: Catone era visibilmente strabiliato, ha strabuzzato gli occhi,  diventato paonazzo, e per un attimo ho temuto che potesse soffocare l, proprio in mezzo al Senato.
- Che cosa? - Ha esclamato il console Marcello.
- Che cosa? - Ha tuonato il console Lentulo.
- Avvalendomi delle mie prerogative quale tribuno della plebe, metto il veto al discorso di Catone. - Ha ripetuto Curione, con aria seria e dignitosa. - Ti proibisco di parlare, Catone.
A quel punto  stato come fosse esplosa una bomba proprio al centro dell'aula. Il pubblico, fuori dal Tempio, urlava di gioia, come impazzito. La maggior parte dei senatori, dentro il Tempio, urlavano di sdegno, furibondi. Gli altri, i pochi sostenitori di Cesare, incitavano Curione a tenere duro. E lui teneva l'indice puntato contro Catone, quasi potesse paralizzarlo con quel solo gesto.
Dalle riforme di Silla, credo che sia la prima volta che un tribuno della plebe usa i suoi poteri in modo cos provocatorio! Fatta eccezione per il tuo povero fratello, naturalmente.
I consoli ci hanno messo un bel po' a riportare l'ordine. Immaginati la scena: Catone, in piedi, il volto color porpora, che sbatte i piedi per terra e si volta di qua e di l, come un mastino che cerca qualcuno da azzannare. I senatori che urlano e sbraitano, quasi tutti contro Curione. E lui, in piedi, davanti a tutti, calmo, con un sorriso serafico sul volto, che li guarda e ostenta tranquillit, sempre per con l'indice puntato. Valeva la pena d'esser senatore soltanto per godersi questo momento!
Alla fine, per, i consoli sono riusciti a riportare l'ordine.
- Curione, tu ha sempre parlato contro Cesare. - Gli ha chiesto il console Marcello. - Com' che hai cambiato idea?
Il nostro amico, sempre con un'aria tanto imperturbabile e sfrontata che ti veniva voglia di prenderlo a schiaffi, ha aperto le braccia ed esclamato:
- Forse che un uomo non pu mutare avviso, quando si accorge d'essere in errore?
- Tu, Curione, non eri forse tu quello inseguito dai creditori? Non stavi forse per fallire? E non  forse vero che i tuoi creditori sono stati tacitati? - Ha esclamato allora Catone, con un tono tanto rabbioso da far pensare che soltanto l'inviolabilit dei tribuni gli impediva di saltare alla gola del nostro amico. - Chi ha pagato i tuoi debiti, Curione? Forse Cesare?
Lui l'ha guardato, sogghignando, e ha risposto:
- Catone, tu non lo puoi sapere, ma quando un uomo ha delle qualit, si fa degli amici, e gli amici si aiutano l'un l'altro.
- Corruzione! - Ha sbraitato allora Catone, battendo i piedi a terra come un ossesso. - Ecco come Cesare acquista i suoi alleati! Corrompendoli, cos come corrompe le consuetudini e l'animo dei Romani!
E allora  scoppiato di nuovo un grande subbuglio, con la folla che sbraitava di fuori, ed i padri che urlavano dentro.
- Catone, se  cos, io ti autorizzo a parlare, nonostante il veto di Curione -  intervenuto il console Lentulo.
- E io te lo vieto, Catone - ha ribadito Curione, che sembrava persino divertito. - Se parli, violerai le leggi e le consuetudini di Roma, nonch i diritti della plebe. N i consoli n il Senato possono indagare sui motivi per cui un tribuno pone il veto, o ordinare di non rispettarlo. Ci che il console ti ha autorizzato a fare  illegale, Catone, e tu lo sai bene.
Non ho mai saputo che fosse un giurista, ma evidentemente il nostro amico era stato preparato bene per lo spettacolo.
- Come osi, Curione? - Gli ha urlato contro Lentulo, prima che Marcello gli sussurrasse qualcosa all'orecchio. Probabilmente gli ha suggerito che giuridicamente Curione aveva ragione, perch poi l'altro ha spalancato la bocca per la sorpresa, e si  guardato attorno con fare smarrito.
- Intendi rispettare la legge, Catone, o violarla? - Ha insistito il nostro amico, in tono incalzante. Ha di nuovo puntato il dito contro Catone, e ha continuato: - Proprio tu, che meni vanto di non aver mai violato una legge, consuetudine o tradizione in vita tua? Che cosa intendi fare, dunque, rispettare la legge o violarla?
Che spettacolo vedere Catone mentre, combattuto, decideva che cosa fare: da paonazzo che era  diventato, te lo giuro, di un colore verdognolo, e poi giallastro. Il suo corpo si rattrappiva sempre pi, e pareva pronto a esplodere. Alla fine ha risposto, ma sembrava che sputasse:
- M'inchino alla legge, poich non posso fare diversamente, e quindi taccio.
Nuovo boato assordante, da parte degli spettatori di fuori, e dei senatori furibondi dentro.
- Io proibisco a Catone di parlare, e a qualsiasi altro senatore di presentare le proposte di Catone. - Ha aggiunto Curione, sempre con quel suo sorriso serafico in volto. - E con ci, direi che la riunione  conclusa, se non ci sono altri argomenti di cui parlare.
Dovevi vedere la rabbia dei senatori, come soffrivano nel vedere le vecchie consuetudini che adorano usate contro di loro!
- Non  finita qui, Curione. - Gli ha urlato allora il console Marcello. - In una maniera o nell'altra, troveremo il modo di superare il tuo veto.
Il nostro amico, splendidamente imperturbabile, gli ha sorriso, e gli ha fatto un saluto irridente con la mano.
Marcello, impotente, ha agitato il pugno verso di lui poi, sconfitto, ha sciolto la seduta. I senatori se ne andavano insultandolo, o facendogli gestacci, ma Curione non ha reagito, sempre sorridendo con quella sua aria tranquilla. Quando se ne  andato,  stato accolto come un generale vittorioso dalla folla che lo attendeva fuori. L'hanno praticamente portato in trionfo sino a casa sua.  l'uomo del giorno, l'eroe del momento, il tribuno che ha salvato Cesare, il nostro Curione!
So che queste notizie di renderanno felice, perch  un giovane davvero pieno di molte qualit. Aggiungo che, ovviamente,  vero che i suoi debiti sono stati tutti pagati da Cesare, e dunque ha risolto anche i problemi finanziari che aveva. E cos Cesare se l' cavata!
 questa una novit che gi da sola basterebbe a giustificare la mia lettera.  per successo anche qualcosa d'altro: due giorni fa sono stato a cena del Machinarum Magister. Come mai ti ha invitato, ti chiederai tu. In realt non lo so.
Per l'ha fatto, e cos sono stato ospite della sua splendida casa nella Suburra. Il quartiere, come sai,  il peggiore di Roma, ed  strano che un uomo cos ricco ci voglia abitare. Credo che lo faccia perch tutti i popolani che vivono l lo adorano, e lui cos si sente un po' un re in mezzo a loro.
La casa, comunque,  stupenda, di gran classe. Ci sono affreschi, mosaici, statue di gusto raffinato, tutti oggetti degni dei migliori intenditori d'arte. Il bello  che, al contrario di quello che fanno di soliti i plutocrati, da come parla sembra che Cesare apprezzi davvero l'arte, e non la acquisti soltanto per fare un investimento.
Ci hanno servito una cena raffinatissima, e abbiamo bevuto il miglior Falerno, debitamente annacquato per almeno tre parti, in bicchieri di cristallo purissimo. Di che cosa abbiamo parlato?
Non ci crederai, ma tutta la sera soltanto di poesia. Pensavo che mi volesse parlare di politica, non dimenticare che erano i giorni in cui tutti lo davano per finito, anche i suoi amici. Lui invece era tranquillo e sereno, nient'affatto preoccupato, ma anzi sorridente e divertito. Sai, non si interessa soltanto di meccanica, ho scoperto invece che non soltanto  un esperto di poesia alessandrina, ma sapeva anche a memoria gran parte delle mie vecchie poesie di quand'ero giovane. Mi ha detto che da ragazzo anche lui ha provato a scrivere versi, ma che ha rinunciato perch non gli sembravano abbastanza buoni per lui. Dietro le mie insistenze me ne ha recitati alcuni, e non mi sono sembrati scarsi come dice.
 stata una conversazione molto stimolante, e lui  davvero un uomo incantevole.
E non ti dico l'irritazione del suo segretario, un siciliota d'Alessandria che mi pare si chiami Apollodoro! Non so come abbia fatto a non addormentarsi, mentre noi recitavamo liriche greche e latine.  stato anche questo molto divertente.
E con ci, mia amata, credo di averti raccontato tutte le novit. Scusa se in questa mia non trovi parole d'amore: tu lo sai quanto ti amo, ti amo, ti amo, e ti giuro che domani ti scriver soltanto per ripetertelo. Pensavo per che ti premesse conoscere queste buone nuove.
Con tutto il mio amore.
Il tuo
Caio Valerio Catullo
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Cara madre,
sono molto indignato per ci che ha fatto tuo marito. Il potere che la tradizione e le leggi attribuiscono ai tribuni della plebe  stabilito a favore del popolo, e nel suo interesse. Corrompere un tribuno indebitato per farlo prostituire nell'interesse di un privato  assolutamente scandaloso.  anti-romano.
Sappi che sono andato a trovare il povero Catone, e gli ho manifestato tutta la mia solidariet e il mio rispetto. Lui s che  un vero romano.
Ci tenevo che sapessi tutto ci da me, e non da altri.
Se ritieni, informane pure tuo marito.
Ti saluto.
Cesare Giuniano
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Caro figlio,
mio marito (che  poi il tuo padre adottivo, non dimenticartene) ha fatto quanto era necessario per salvare il proprio nome, che ora  anche il tuo.
Prima o poi, figlio mio, dovrai renderti conto che Roma non  la Repubblica di Platone, ma la cloaca di Romolo. La corruzione  uno strumento che i nobili romani hanno sempre usato, che fa parte della nostra adorata tradizione patrizia. E Cesare rimane un patrizio romano, il pi patrizio dei romani, anzi, anche se Silla ha cercato di toglierlo a Roma.
Quanto al mio fratellastro Catone, attento a frequentare quel cane rabbioso, potresti diventare come lui, e a quel punto sarebbe necessario abbatterti.
Non ritengo necessario informare Cesare, che ha cose ben pi importanti cui pensare delle tue opinioni e delle tue amicizie.
Servilia
Roma, due giorni alle Idi di Aprile.
Mio caro Cesare, mio vecchio amico,
volevo soltanto informarti di quanto sono felice per quanto accaduto in Senato oggi!
Non dubitare nemmeno un istante del mio affetto per te. Spero tu non sia irritato per la mia intervista a Varrone. Capisci bene che dovevo tutelare il mio futuro, nel caso le cose fossero andate diversamente.
Se posso darti un consiglio, per, non credere che Catone si rassegni. Hai ottenuto un successo, ma non  ancora finita, e Catone pu ancora distruggerti.
Rimango naturalmente a tua disposizione. Potresti ricordare al caro Mazio che sono in attesa di sue?
Stai in buona salute.
Marco Tullio Cicerone
Roma, due giorni alle Idi di Aprile
Mio caro Marco Tullio,
tra noi non c' bisogno di spiegazione alcuna. Capisco benissimo la tua posizione: hai fatto ci che era necessario, come facciamo tutti.
Ho la presunzione di non dubitare della tua amicizia verso di me, e spero che tu non dubiti mai della mia verso di te.
E sono felice di poterti dimostrare concretamente l'affetto che ho per te: penso che Mazio provveder oggi stesso.
Salute anche a te.
Caio Giulio Cesare
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Il giorno prima delle Idi del mese di Aprile dell'anno del consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus.
Gran consiglio di guerra tra Cesare e i suoi nuovi alleati politici, quest'oggi, ma niente verbali. Cesare preferisce che non vi siano tracce di quest'incontro.
Oltre a me erano presenti soltanto Mazio, che naturalmente non manca mai, e Servilia. Per un romano,  certo molto strano permettere a una donna di assistere a riunioni politiche, ma Cesare  in tutto sui generis e Servilia , obiettivamente, una donna molto intelligente, con grande competenza politica.
- I miei amici capitalisti non hanno piacere di incontrare questi alleati. - Mi ha spiegato lui, prima che arrivassero i suoi nuovi amici, sorridendo.  stato tutta la notte con Sosigene e Mamurra, a studiare nuovi progetti, ma sembrava fresco e riposato come non mai. - Sono schizzinosi. Non capiscono che si tesse con il materiale che si ha. - Poi ha aggiunto una frase che scandalizzerebbe molti: - Se per i miei fini dovessi usare dei briganti da strada, e allearmi con loro, con esiterei un istante a farlo.
Noi, che ormai conosciamo Cesare, non abbiamo fatto una piega.
- Crasso ha ancora la gotta? - Ha chiesto poi Servilia.
- Purtroppo s. - Ha risposto Cesare, ridendo. - Davvero un brutto attacco, eh?
- E il nostro catoniano, Giuniano? - ha domandato Mazio.
-  ancora offeso con suo padre per aver violato le tradizioni repubblicane. - Ha risposto Servilia, scuotendo la testa.
- Giuniano ha questo pregio: vuole fortemente. Non sa che cosa, ma lo vuole con grande fermezza. - Ha aggiunto Cesare, di nuovo serio. - Il giorno in cui decider che cosa vuole, potr diventare un grand'uomo.
I nuovi alleati di Cesare sono il tribuno Curione e i suoi amici Catullo, il noioso ex poeta dell'altra sera, Marc'Antonio, che  anche un parente di Cesare, pare, e un certo Celio Rufo. Sono tutti trentenni, e sono un interessante campione dei giovani nobili romani d'oggi: cinici e disincantati, scioperati e scialacquatori, pronti a qualsiasi avventura, purch ci sia da guadagnare e possibilmente anche scandalizzare la buona societ. Il pi serio mi pare Catullo, l'unico che  riuscito a non dilapidare l'eredit paterna, e il pi brillante Curione.
Sono arrivati con la loro aria scanzonata e un po' ribalda, ma Cesare li ha accolti con la sua solita ospitalit regale, e li ha subito rimessi al loro posto. Ha anche mostrato loro il suo ultimo acquisto, un magnifico busto di Alessandro Magno opera di Lisippo.
- Alessandro s che era un grand'uomo. - Ha commentato Antonio. - A trentatr anni aveva gi conquistato il mondo.
Cesare l'ha fulminato con lo sguardo, ma non ha replicato. Poi li ha fatti accomodare nel salotto blu, quello decorato con gli affreschi che rappresentano scene di vita marina, dove tiene i suoi incontri pi affollati, e ha offerto loro il miglior Falerno che si trovi a Roma, e dei pasticcini al miele incredibilmente favolosi. Una volta che tutti si sono sistemati sui loro triclini, ha esordito ringraziando Curione per il suo aiuto in Senato.
- Sono io che ti devo ringraziare, Cesare. Non soltanto mi hai permesso di fare una splendida figura in Senato, ma mi hai soprattutto salvato dalla rovina, spendendo moltissimo denaro. - Ha risposto lui, sorridendo felice. Dalle labbra gli colava un filo di miele, e sembrava ancora pi giovane di quanto in effetti .  anche un bel ragazzo, questo Curione, ma credo che, purtroppo, come a quasi tutti i romani, gli piacciano soltanto le donne.
- Il denaro non  importante.  soltanto un mezzo, che serve a raggiungere uno scopo. - Ha detto allora il Magister.
- Questo lo dici perch ne sei pieno, Cesare. -  intervenuto Marc'Antonio, smettendo per un istante di fare incetta di pasticcini.  un ragazzo dal fisico erculeo, ma che non pare brillare per intelligenza. - Se fossi pieno di debiti come me non la penseresti cos.
- Io sono stato pieno di debiti, Antonio, anche pi di te. Sono stato l'uomo pi indebitato al mondo, in passato. - Ha ribattuto lui con quel tono secco e definitivo che conosco bene. - Ma non ho mai pensato che fosse un problema importante.
- Che cosa vuoi da noi, Cesare? -  intervenuto allora Celio Rufo, in modo un po' sgarbato.
Cesare l'ha fissato, con quei suoi occhi freddi e indagatori. Celio, dopo un attimo, ha abbassato lo sguardo.
- Cortesia, prima di tutto. - Ha detto. Poi ha aggiunto: - Io ho molto denaro, ma ho bisogno di influenza politica. Voi siete giovani e brillanti, e avete le qualit per una grande carriera politica, ma non avete denaro. Mi sembra un'ottima base per un'alleanza.
- Schietto e diretto. - Ha commentato Catullo, sorridendo.
- Perch noi, Cesare? - Ha chiesto Curione, tenendo in mano il suo bicchiere del miglior cristallo con dentro il miglior Falerno, due cose che sino ad allora credo non avesse mai visto. - Non siamo gli unici giovani nobili romani.
- Perch voi non avete paura di mettervi contro i boni. - Ha risposto lui. - E io di questo ho bisogno, perch i miei interessi si scontrano quasi sempre con quelli degli ottimati.
- Non hai paura dello scandalo che circonda i nostri nomi? - Ha chiesto allora Curione.
Cesare, d'improvviso, ha riso. Una risata sincera, spontanea, che ha stupito tutti.
- Scandalo? Quando avrete ignorato un interdetto religioso del Pontefice Massimo, come ho fatto io, allora s che avrete dato scandalo. - Ha risposto. - Fino a quel momento, i vostri sono scherzi degni delle Vestali.
- Il nostro problema attuale, per,  Catone. -  intervenuta Servilia. Sino a quel momento, si era limitata a scrutare i suoi ospiti. - Per neutralizzarlo, Cesare  disponibile a impegnare ogni risorsa.
- Cesare, tu permetti a una donna di parlare a nome tuo? - Ha chiesto Antonio. Sembrava stupito, e Celio addirittura scandalizzato.
- A Servilia s. - Ha risposto lui, con semplicit.
- Mi piace! - Si  messo a ridere Antonio, colpendo con il grosso pugno un ginocchio.  un animo semplice, direi, di quelli che hanno un gran successo con la plebe e le donne.
- Perch dici che Catone  un problema? - Ha chiesto allora Curione, perplesso. - Con il mio veto di ieri l'ho neutralizzato.
- Non crederai che il mio fratellastro si arrenda cos facilmente! - Ha sibilato Servilia. - Io lo conosco, e non lo far.
- Catone  stato neutralizzato, per il momento, perch ha commesso un errore tattico. - Ha spiegato Cesare. - Ha preannunciato il suo attacco, prima di sferrarlo. Cos ci ha dato il tempo di prepararci. Io, al suo posto, avrei attaccato di sorpresa, e avrei vinto.
Catullo ha scosso la testa.
- Come puoi dire una cosa del genere, Cesare? Fare proposte in Senato senza consentire agli altri senatori di prepararsi non  conforme alla tradizione.
- Quando mai Cesare ha rispettato la tradizione? Se Cesare avesse seguito la tradizione, sarebbe ancora un esule. - Ha risposto lui.
- S, ma che cosa pu fare, ormai, Catone? - Ha ribadito Curione. - Il mio veto lo ha bloccato.
- Potrebbe convincere un tribuno a proporre all'assemblea del popolo la tua destituzione, come fece Tiberio Gracco con Ottavio. - Ha supposto Celio.
- Nessun tribuno accetterebbe di farlo. - Ha risposto Curione con sicurezza. - Cesare  troppo popolare tra la plebe, lo sai, no, che lo chiamano il Re della Suburra? Cesare, Re della Suburra!
- Io sono Cesare, non Re. - Ha detto lui, sorridendo, utilizzando l'ormai abituale battuta scherzosa che ripete sempre quando lo chiamano con quel soprannome che lo irrita ma un po', penso, lo rende anche fiero.
- In ogni caso, qualunque tribuno che osasse proporre un'iniziativa del genere verrebbe linciato dalla stessa plebe. - Ha ripreso Curione.
- E allora che cosa possono fare? - Si  domandato Catullo, perplesso.
- Il senatus consultum ultimum, per esempio? - Ha proposto il Magister. E tutti si sono zittiti, come se un fulmine li avesse colpiti.
- Non oseranno! - Ha esclamato il tribuno della plebe.
- Tu credi? Vuol dire che non conosci Catone.
Mazio deve aver visto il mio smarrimento, perch a quel punto mi ha preso da parte e mi ha spiegato:
- Il senatus consultum ultimum  un provvedimento del Senato con cui, quando c' una sollevazione, si incaricano i consoli di fare tutto quanto  necessario per salvare la Repubblica, indipendentemente dalle leggi e dal veto dei tribuni. Sotto la sua egida, in passato i consoli hanno anche messo a morte senza processo dei cittadini romani.
- Ma possono farlo?
Mazio si  stretto le spalle.
- I politici popolari, quando esistevano ancora, hanno sempre ritenuto di no. Per gli ottimati l'hanno sempre fatto.
- Ma non c' nessuna sollevazione! - Sentii che protestava Catullo. - Come potrebbero giustificarlo?
- Dopo che avranno ucciso Cesare, le giustificazioni che addurranno saranno l'ultimo dei nostri problemi. - Ha risposto Servilia.
- Non  certo che lo faranno. -  intervenuto allora Cesare, spezzando il tetro silenzio con cui erano state accolte le ultime parole di sua moglie. - Per  una possibilit. Ed  sempre meglio prepararsi al peggio prima che accada, piuttosto che lamentarsi dopo che  accaduto.
- E come ci si pu difendere dal senatus consultum ultimum? - Ha chiesto Catullo, mogio. - Non ci sono riusciti i Gracchi, o Saturnino, o Catilina.
A quel punto Cesare si  trasformato, smettendo di essere un elegante e raffinato nobiluomo e diventando l'individuo risoluto e spietato che ho visto emergere poche volte, ma di cui ho sempre paura. Sembra che d'un tratto si svesta dei panni della civilt, per divenire un essere di pura determinazione. Ascoltare il tono della sua voce  stato raggelante, come se una ventata d'aria glaciale ci avesse investito, e io d'improvviso ho provato freddo.
- Io vi ho scelti perch so che anche voi, come me, siete pronti a violare le leggi e gli usi, se fosse necessario. - Ha detto. - Perch, ascoltatemi bene: se la Repubblica si mette tra me e il mio destino, guai alla Repubblica!
Di ci che ha quindi spiegato loro Cesare, non voglio lasciare traccia scritta.
(lettera inviata in codice, via telegrafo, su una linea riservata, con precedenza assoluta. L'operatore precisa che la lettera  stata recapitata da un ragazzino campano che ha detto di chiamarsi Caio Pullio, il quale tuttavia conosceva i codici d'emergenza di Lucio Vezio. Per questo gli  stata accordata la priorit richiesta)
Magister,
quanto  successo qui  davvero incredibile, davvero incredibile. Ti scrivo questa lettera di getto, senza nemmeno rileggerla, e te la invio con precedenza assoluta. Devi leggerla subito, Magister, perch ci che sta succedendo  troppo importante!
Questa mattina, due giorni dopo la mia prima visita sul posto, sono tornato alle pendici del Vesuvio, con due paesani spaventati, un mulo e l'attrezzatura per scendere in una delle buche. Abbiamo cominciato a piantare i pali per l'attrezzatura, io e i due contadini che si guardavano attorno, preoccupati. Avevano ben ragione di esserlo: la puzza era insopportabile, e gli occhi bruciavano per il fumo acre proveniente dalle buche, ancora pi denso di quanto l'avevo gi visto, e che formava strane e inquietanti figure. Io per pensai che fosse soltanto la mia immaginazione, e ordinai di fare in fretta. Questo per non  importante, non devo divagare. Ci che importa  quanto  accaduto dopo.
Perch, improvvisamente, abbiamo sentito un sibilo, fortissimo. Sembrava che mille arpie ci urlassero nelle orecche, un suono acuto e straziante, che dur soltanto un istante, ma sufficiente a terrorizzarci.
E poi  accaduto.
Dalle buche sono uscite le creature! Magister, io prover a descrivertele, ma le cose che ho visto non sono esseri del nostro mondo, sono creature uscite dall'immaginazione di una qualche divinit irata con Roma.
Ascoltami: dalle buche sono usciti esseri alti forse una pertica, dinoccolati e sottili come gru. Il loro corpo pare essere rivestito di metallo, o forse  tutto di metallo, non lo so. Il primo appoggi una zampa metallica sul margine della buca, e poi sollev con incredibile agilit il resto del corpo, fino ad arrivare in superficie.
Giove Ottimo Massimo mi punisca se mento, Magister, lo so che sembra incredibile ma hanno tre zampe, e tre braccia, lunghe e snodate, che si concludono con mani con tre dita. In cima al corpo hanno una testa sola, ma con tre occhi. E che occhi, Cesare, che occhi! Sono tutti rossi come il fuoco, mobilissimi e sembrano guizzare verso di te, quando ti guardano. E non respirano, queste cose, non soffiano, non fanno rumore quando si muovono! Sono silenziose come la morte!
Io e i due campani eravamo paralizzati dal terrore. La prima cosa arrivata in superficie ci guard, per un solo, lunghissimo istante. Poi l'occhio che teneva puntato su di noi sembr mutare di colore, dal rosso virare al giallo. E una lingua di fuoco ne usc, raggiungendo l'uomo che era pi lontano da me. Un'altra, da un altro occhio, bruci il mulo che era con noi.
Oh, Magister, ho ancora nelle narici la puzza di carne bruciata! Sento ancora nelle orecchie le urla straziate di quel pover'uomo, che nulla aveva fatto di male!
Allora mi sono voltato e ho corso, Cesare, ho corso come mai l'avevo fatto in vita mia. Ho corso, mentre sentivo l'aria attorno a me divenire infuocata, e una lingua di fuoco mi accarezzava il volto, e udivo le urla dell'altro uomo, che gemeva mentre bruciava.
Ho corso, anche se sentivo che la pelle del viso bruciava e mi straziava, e quasi non ci vedevo, e le gambe mi dolevano, e mi mancava il respiro. Ho corso, e mentre correvo pregavo Venere, la tua progenitrice e protettrice, e la dea deve aver ascoltato le mie preghiere, perch sono giunto al villaggio, e ho urlato a tutti di fuggire.
- Fuggite tutti! Ci sono i mostri! Fuggite lontano! - Ho urlato, con il poco fiato che avevo in corpo.
I paesani avevano ragione, Magister. I mostri scendono dal Vesuvio, bruciando tutto ci che incontrano di vivo sulla loro strada. Un muro di fiamme e morte sta scendendo dal vulcano: che Venere e tutti gli di ci proteggano, Cesare, perch altrimenti questa  la fine, la fine di Roma!

5.

Cesare aveva appreso da mercanti dell'India e della Scizia che i Sinii del lontano Catai conoscevano una polvere esplosiva, che usavano per produrre fuochi e rumori con cui rallegravano i giorni di festa.
Curioso com'era, riusc ad acquistare e farsene portare soltanto un pugno, e la studi. Scopr che quella polvere davvero esplodeva, e riusc a riprodurla, poich era un composto i cui elementi si potevano trovare facilmente anche nella Repubblica.
Costru cos le prime bombe, e poi i moschetti, che perfezion in fucili, e l'artiglieria. Propose di dotare le legioni di queste sue nuove invenzioni. Molti in Senato erano contrari, perch cambiare il pilo e il gladio dei legionari con queste nuove e bizzarre armi sembrava a molti un rischio eccessivo.
Cesare allora diede una dimostrazione, sul Campo di Marte: con dieci fucilieri da lui addestrati, in un tempo minimo, uccise pi di cento schiavi barbari liberati e armati. Nessuno dei suoi rimase nemmeno ferito.
Pompeo Magno, che proprio in quel periodo stava subentrando a Lucullo nella guerra contro Mitridate, sent di quella dimostrazione, e volle le nuove armi.
Plutarco, Vita di Cesare
Roma, quindici giorni alle Calende di Maggio.
Caro Magister,
i tempi sono cupi e oscuri, oggi giorno. C' chi gi annuncia la fine della gloria e del potere di Roma, chi vede scritti nei cieli i segni che annunciano la nostra decadenza. I cultori delle arti misteriose, gli aruspici, i misteriosofi, i maestri pitagorici come il mio amico Figulo annunciano tempi oscuri, la fine del mondo che conosciamo.  bens vero che la storia insegna come ogni dominio, cos come  nato,  destinato a morire, perch attributo delle cose umane  la transitoriet, cos come attributo di quelle divine  l'eternit.
Eppure io non credo e non voglio credere che l'ora del tramonto di Roma stia gi suonando: troppo grande  la gloria della Repubblica, troppe fresche le vittorie su nemici potenti e arroganti quali Elvezi, Svevi e Parti, troppe vigorose e combattive le nostre legioni perch sia gi venuto il momento che Roma debba passare lo scettro del comando ad altri.
Perigliosi e strani sono tuttavia i tempi in cui viviamo, e i pericoli vengono ormai da nuove e imprevedibili direzioni.
Proprio a questo proposito, Magister, vengo a riferirti, con la precisione e lo scrupolo del tuo fedele amico e alleato quale sono e fui e sar, e tanto pi sinteticamente quanto  possibile, avendo avuto anche il tempo di essere breve, ci che  avvenuto nell'ultima seduta del Senato.
La riunione era molto affollata, poich molti senatori avevano sentito strane voci su quanto stava accadendo in Campania, e volevano capirne di pi. Quasi tutti, poi, hanno proprie ville da quelle parti, e quindi sono personalmente interessati al destino di quelle belle coste.
Il console Marcello ha dunque aperto la seduta annunciando che avrebbe letto una comunicazione appena giunta tramite telegrafo dalla Campania.
A quel punto il solito Catone si  messo in mostra: come sai fin troppo bene, Marco Porcio rifiuta totalmente le tue res novae, per cui ostentatamente si  messo le mani sulle orecchie per non udire il contenuto di quanto trasmesso via telegrafo. A tanto, dunque, arriva la sua ostinata opposizione a te!
Per una volta, per, ho notato che le sue pose non hanno avuto successo, e anzi mi sembra siano apparse ai pi un po' ridicole, in un momento cos difficile.
Il console Marcello ha dunque iniziato a leggere le tragiche notizie che tu, sempre ottimamente informato, immagino gi conosca: esseri mostruosi sono fuoriusciti dai crateri causati dalle palle di fuoco cadute sul Vesuvio. Esseri mostruosi, tripodi e trioculi, che hanno disceso le falde del Vesuvio incendiano i villaggi dei dintorni e che hanno continuato la loro marcia mortale, distruggendo tutto ci che incontrano. Questi esseri, di cui nemmeno conosciamo il numero esatto, ma che sono certamente giunti dal cielo, avanzano ora verso Roma con passo lento ma sicuro, spargendo morte e incendi.
Alle porte di Ercolano, ha riferito il console, sono stati affrontati dalla milizia cittadina, raccogliticcia, male armata e comandata dai duoviri municipali, ed  stato un massacro. I miliziani sono morti bruciati (orribile fine, il cui pensiero deprime anche l'animo dei pi valorosi!) oppure, i pochi che si sono salvati, sono fuggiti precipitosamente, in preda a un panico incontrollabile. I mostri a tre gambe non hanno subito alcun danno, poich a quanto viene riferito i nostri proiettili non li scalfiscono nemmeno, ma rimbalzano sulla loro corazza di metallo (sempre che sia una corazza, e non la loro pelle).
La sconfitta della milizia ha scatenato il terrore tra gli abitanti delle citt vicine, che si sono dati tutti alla fuga, dopo aver appreso che i mostri non fanno prigionieri, ma uccidono ogni essere vivente che vedano, comprese le bestie domestiche. Il terrore  ancora pi aumentato in considerazione del fatto che i raggi di fuoco che questi esseri lanciano dagli occhi stanno causando incendi i quali, non essendovi nessuno che li spegne, si propagano sempre pi, aggiungendo devastazione a devastazione.
La bella Campania felix, la perla delle regioni italiane, la pi ubertosa e fertile tra le terre, sta dunque divenendo un deserto. I mostri si dirigono adesso verso settentrione, verso Roma, e gli abitanti di tante importanti citt, Napoli, Puteoli, Miseno, Cuma, Atella, Literno e Capua, che sono sulla loro strada, sono gi in fuga.
Profughi senza pi casa o beni si accalcano sulle strade della fuga, litigando con gli altri profughi per la precedenza, portando sulle spalle le poche cose salvate, tenendo per le mani i figlioletti piccoli, sperando nella salvezza degli animali domestici. Le comunit si sciolgono, le famiglie si dividono, e l'anarchia regna ora in quelle terre, e ora si pu dire che le pi belle citt della Campania, e l'agro campano che era la perla dell'ager publicus, non sono pi.
A questo punto ha preso la parola il console Lentulo, interrompendo la narrazione delle disgrazie campane che stava riempiendo di terrore l'animo di tutti i senatori. Era visibilmente spaventato, e ha esclamato:
- Roma non ha difese contro un simile pericolo! - Mentre parlava agitava scompostamente le mani, segno della tensione di cui era preda. - Le nostre legioni sono tutte lontane, inutilmente a presidio delle province, mentre la stessa Roma  minacciata! Che possiamo fare? Siamo dunque privi di speranze? Roma  destinata a cadere? Dobbiamo cominciare a pensare a evacuarla, cos come gli abitanti campani stanno abbandonando le loro citt?
Le parole del console hanno gettato ancor pi un cupo manto di paura nell'animo di tutti i senatori. Se persino i consoli, i quali hanno come loro compito principale quello di difendere Roma, disperano che ci sia possibile, che speranza abbiamo allora? Questo  ci che, credo, tutti noi pensavamo e temevamo.
Il console Marcello ha guardato i senatori pi autorevoli, gli ex consoli e gli ex pretori, ma pareva che nessuno avesse nulla da aggiungere. Io stesso, che sono forse il pi autorevole tra gli autorevoli, lo confesso, in quel momento mi sentivo impotente e privo di idee.
Ma gli di non hanno ancora abbandonato Roma, io credo, perch un giovane senatore, nient'altro che un ex edile, ha chiesto la parola e, posto che nessuno voleva parlare, gli  stata data. Era questi quel Caio Valerio Catullo, di cui credo che tu, Magister, ti ricordi. Non c' nulla, amico mio, che mi spinga ad avere simpatia per questo giovane, che quando era un adolescente ruppe con tutte le convenzioni della buona poesia e della buona societ, e ora  sposato con quell'orrida donna che  Clodia, sorella e amante di quel mostro che fu Clodio. Debbo per riconoscere che ha detto parole di molto buon senso.
Egli ci ha infatti ricordato che, se la situazione  difficile, nulla  perduto. Perch se oggi Roma  indifesa, in pochi giorni la situazione pu mutare.  vero infatti che le legioni pi vicine sono schierate nell'Illirico e nella Gallia Narbonense, ma non sono pi i tempi in cui queste erano province distanti, che le nostre truppe dovevano raggiungere a piedi. Grazie alle ferrovie di Cesare, ha spiegato, oggi infatti le distanze si sono ridotte, e quelle stesse legioni, raggiunte da ordini via telegrafo, possono essere caricate su vagoni ferroviari e portate in poco tempo a Roma. E forze ancora pi ingenti abbiamo in Spagna, e in Asia, e anche quelle non hanno pi bisogno di mesi per tornare a Roma, come un tempo, perch grazie ai piroscafi a vapore di Cesare possono solcare il Mediterraneo in pochi giorni, e sbarcare a Ostia gi pronte a combattere.  stato molto preciso, e per questo tanto pi rassicurante, nell'indicare per ognuna delle legioni che citava in quanti giorni poteva essere spiegata vicina a Roma. E che dire di Roma, ha aggiunto, dove le fonderie e gli opifici possono lavorare notte e giorno per produrre fucili e cannoni, e dove migliaia di romani, che hanno magari gi servito nelle legioni, sono pronti ad arruolarsi, per difendere il loro focolare, i Lari e i Penati?
Catullo ha parlato brevemente e con disadorna semplicit, senza retorica, come un buon pater familias davanti ai propri figli, e forse proprio per questo le sue parole hanno colpito tutti, cariche com'erano di buon senso. Al termine il console Marcello, colpito, lo ha calorosamente ringraziato per averci rincuorato. A quel punto  intervenuto il tuo vecchio amico Crasso, che ha ricordato come le casse della Repubblica siano colme di denaro, grazie non soltanto ai tributi delle province, ma anche alla tassa sulle vendite i cui proventi si sono moltiplicati all'infinito con la moderna industria e i commerci che ne derivano. Era dunque il momento di utilizzare quel denaro, ha proposto, acquistando armature, fucili, cannoni e tutto ci che servir per armare ogni legione che sar necessario arruolare.
Anche questa proposta  sembrata cos sensata che nessuno pareva avervi nulla da obiettare.
Invece ha purtroppo preso la parola Catone. Egli sembrava davvero in preda a qualche Furia vendicatrice perch, dimentico del rispetto che si deve all'alto consesso in cui si trovava, ha cominciato a sbraitare come un ossesso.
- Non c' nulla di giusto e di sensato in quanto ho udito sino a ora! - Ha urlato. Ti assicuro, Cesare, che mi pareva sbavasse, tanta era l'emozione che lo dominava. - Ma non avete ancora capito? Come potete non capire? Ci che abbiamo di fronte non  un pericolo che possiamo fronteggiare con le legioni, o il denaro! Questo non  un pericolo,  una punizione che gli di ci hanno inviato, una punizione per la nostra empiet! Le res novae di Cesare hanno turbato l'ordine delle cose, tutti quei treni, le ciminiere, i piroscafi, sono tutte cose contro natura, e noi che le abbiamo adottate siamo giustamente puniti dagli dei! Come potete non capire tutto ci? - Poi ha preso un gran respiro e ha continuato. -  l'ira degli di che si  scatenata contro di noi, e non si placher sin quando non faremo ci che andava fatto sin dall'inizio: distruggere Cesare e le sue res novae! Soltanto a quel punto gli di saranno placati. Se non faremo questo, Roma  condannata a perire, perch nessun mortale pu resistere alla volont degli dei!
Un lungo silenzio ha accolto questa piazzata di Catone. A onor del vero, e ad ancor maggiore onore del Senato di Roma, debbo aggiungere che i pi parevano imbarazzati, e assai infelici. Le parole di Catone sembravano assurde, ma nessuno voleva prendersi la responsabilit di replicare a un rappresentante cos autorevole del mos maiorum.
Per una volta devo riconoscere che il console Marcello ha agito rettamente, per, perch ha ripreso la parola e, ringraziando Catone per la sua piet religiosa, ha promesso che tutti avremmo meditato su quanto aveva detto, ma che per il momento gli pareva pi opportuno seguire il consiglio di Catullo, e ordinare alle legioni di convergere su Roma per proteggerla dai mostri.
- Idiota! - Gli ha urlato allora Catone, ma il console ha fatto finta di non sentire.
E questo , mio caro amico, quanto  successo. Quanto  dunque strana la vita, non  vero? Soltanto poche settimane fa, Catone aveva in mano il Senato, che attendeva con impazienza di sentire le sue proposte contro di te per approvarle. Oggi, le tue ferrovie, i tuoi fucili e i tuoi cannoni sono la speranza di Roma, e nessuno leva pi una parola contro di te. Tanto sono volubili e incostanti le sorti degli umani, che giustamente il Padre Omero paragona alle stirpe di foglie, agitate dal vento.
Ti saluto.
Marco Tullio Cicerone
Appunti per una biografia di Cesare
di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Cesare  un uomo la cui cortesia e generosit sono ormai leggendarie. Un uomo spiritoso, che ama mostrarsi clemente con chi lo ha offeso, e ricompensa di frequente l'odio con il perdono, com' tipico di chi  magnanimo.
Tutti questi elementi del suo carattere lo fanno amare da chiunque lo conosca. Da me, per primo, perch io lo amo dal primo giorno in cui l'ho conosciuto. Eppure c' anche un altro Cesare, che emerge di rado, e che mi terrorizza: perch lui sa essere gelido e spietato pi di chiunque altro. In questo , credo, proprio un tipico nobile romano, perch i romani hanno davvero poco rispetto per la vita umana, che possono spezzare con indifferenza, come fosse nulla. Forse per questo amano tanto i ludi gladiatorii, in cui le folle gioiscono nel vedere uomini che si danno la morte l'un l'altro, o che vengono sbranati dalle belve, e Cesare, com' noto,  uno dei pi grandi appassionati di questi giochi. A essere onesti, bisogna aggiungere che i nobili romani, se sono indifferenti alla vita altrui, rinunciano anche con leggerezza alla propria, quando si sentono costretti a barattarla con l'onore o la dignit.
Ricordo un episodio, in particolare, che mi ha mostrato questa sua spietatezza.
Il Machinarum Magister aveva appena costruito le prime armi da fuoco. Grande era la resistenza in Senato all'idea che le legioni adottassero queste nuove armi, rompendo cos la secolare tradizione del pilum e del gladio, che aveva portato Roma a dominare il mondo. I senatori conservatori, e non c' nessuno al mondo che possa essere pi conservatore di un senatore romano, ululavano come lupi al solo pensiero di modificare l'armamento delle legioni.
Alcuni senatori dalla mentalit pi aperta erano per decisi a capire, prima di bocciare la proposta. Credo che l'idea sia venuta da Pompeo Magno, che aveva appena compiuto la sua gloriosa campagna contro i pirati, e si preparava a quella ancora pi gloriosa ma anche pi pericolosa in Asia. Da condottiero avveduto e politico prudente quale , Pompeo non voleva rinunciare a un potenziale vantaggio per il suo esercito, ma neppure esporsi personalmente, cos mand avanti due suoi luogotenenti, Gabinio e quel Metello Celere che poi mor misteriosamente, e di cui si disse che era stato avvelenato dalla moglie, la famigerata Clodia.
Questi contattarono Cesare, e gli chiesero una dimostrazione di che cosa potevano fare le sue nuove armi. Il Machinarum Magister, naturalmente, fu deliziato dall'idea.
C'ero anch'io, quel giorno, perch lui volle che assistessi. Era una mattina d'autunno, molto fresca per Roma, per cui ricordo che tremavo, avvolto nella mia tunica leggera. Una leggera nebbia si stendeva sul Campo di Marte, cosa di per s inconsueta per il clima romano, rendendo le forme che vedevamo vaghe ed eteree come miraggi. In effetti, era come se centinaia di anime in pena fossero l, a vagare per quel grande spazio su cui i Romani amano esercitarsi alla guerra. Sentivamo voci che provenivano dalla nebbia, ordini e stridere di catene, senza poter vedere da dove arrivassero.
Cesare aveva fatto costruire una piccola tribuna in legno per i suoi ospiti, e io mi accomodai l, insieme con i senatori e alcuni giovani tribuni e vecchi centurioni. Lui non c'era, e questo cre un certo disappunto.
Quando finalmente il sole spunt, e la nebbia si dissolse, sul grande spiazzo pianeggiante finalmente lo vedemmo, attorniato da una decina di uomini armati dei suoi moschetti. Mi disse pi tardi che erano operai specializzati delle sue officine, che si erano offerti volontari, ma lui comunque pi tardi li premi con pi denaro di quanto avrebbero guadagnato in una vita di lavoro.
Dall'altra parte del Campo Marzio, a qualche stadio di distanza, c'erano un centinaio di gladiatori, armati di spade e picche. Parevano insieme feroci e confusi, incerti su che cosa li attendesse.
- Per Giove, ha armato gladiatori e li ha lasciati liberi! - Ricordo che esclam Metello Celere, con la sua pronuncia blesa e affettata, da vero aristocratico. - Ma  pazzo, quest'uomo?
Poi sentii che Cesare dava gli ordini ai suoi, con voce chiara e squillante.
- Puntate! Mirate! - E vidi che gli uomini alzavano le loro armi contro i gladiatori. - Fuoco!
Un rumore tremendo ci assord, un fumo nero si lev dalle armi, e dieci schiavi caddero al suolo, uccisi o feriti dalle palle di piombo dei moschetti.
- Che sortilegio  mai questo? - Chiese Metello Celere, confuso.
- Caricate! - Ordin immediatamente Cesare, e i suoi uomini si affrettarono a farlo. - Puntate! Mirate! Fuoco!
I suoi uomini erano ben addestrati, e una nuova scarica esplose quasi subito. Di nuovo il rumore nelle orecchie, di nuovo il fumo e la puzza e, soprattutto, di nuovo altri gladiatori caddero. I gemiti dei feriti cominciarono a levarsi, alti, rompendo il silenzio di quella mattina fredda e nebbiosa. Il terreno si stava arrossando di sangue, e molti dei gladiatori apparvero spaventati. Erano per uomini coraggiosi, avvezzi alla morte: mentre Cesare faceva sparare la terza carica, decisero di andare all'assalto.
Caricarono, urlando in modo spaventoso, proclamando la loro voglia di uccidere. Li vedevo avanzare, contro la linea dei fucilieri, e contro Cesare, che se ne stava impassibile proprio davanti a loro. Se i gladiatori fossero arrivati a contatto, lui sarebbe stato il primo a cadere.
Fu, naturalmente, un massacro. Nemmeno uno dei gladiatori riusc ad arrivare al termine della corsa. Morirono tutti, falciati dai fucilieri di Cesare.
Per settimane ho avuto incubi terribili, dopo quel giorno: rivedevo quei momenti, un caos di sangue e paura, di morte, come mi immagino potrebbe essere una battaglia nell'Averno. Quando chiudevo gli occhi rivedevo quei corpi straziati, gli occhi stupiti, il sangue dappertutto, risentivo le urla, strazianti, degli uomini colpiti, e percepivo la puzza di polvere da sparo, pi forte a ogni scarica, che entrava nelle nostre vesti, nella nostra pelle. Rimasi tutto il giorno successivo alle terme per togliermela di dosso, e dovetti bruciare la tunica che indossavo. Da allora non riesco pi a sentire quell'odore senza avere la nausea.
Cesare rimase molto soddisfatto dall'esperimento, che fu considerato un grande successo. Pompeo Magno ne fu informato e, nonostante i brontolii dei conservatori al Senato, dot le sue legioni dei moschetti, e pi tardi dei cannoni di Cesare.
- Che spettacolo tremendo! - Gli dissi io alcuni giorni dopo. Lui mi guard, come se non capisse. - Tutti quei morti!
- Erano gladiatori. - Comment lui, senza attribuire troppa importanza alle mie parole. - Certo, avevano un valore economico, ma era necessario sacrificarlo.
- In nome degli di... - Cercai di protestare io, ma lui mi blocc.
- C' una sola divinit che io conosco e onoro, Apollodoro, ed  Anank, la Necessit. - Mi disse allora, in quel tono secco che adotta ogni tanto quando vuole concludere una conversazione. - La vita  governata dalla Necessit, e ogni uomo, io compreso, fa ci che  necessario.
Ecco, anche questo  Caio Giulio Cesare.
Roma, quattordici giorni alle Calende di Maggio.
Cara Giulia,
so che tuo marito ti ha gi aggiornato sugli ultimi avvenimenti, tanto straordinari quanto drammatici, cos non occorra che lo faccia io. Cos, so anche che ti ha esortato ad abbandonare immediatamente Baia, e a tornare al pi presto a Roma. Io e tuo padre non possiamo non chiederti anche noi di farlo al pi presto, poich i monstra avanzano con passo inesorabile tra la devastazione, e anche se Baia non pare essere sul loro percorso, non  prudente rimanervi.
Parti dunque subito, te ne preghiamo tutti, cara Giulia, e raggiungici a Roma.
Il motivo della mia lettera  per altro: so che ne eri preoccupata, per cui sono lieta di dirti che Giuniano si  riappacificato con tuo padre.
Questa notte, mentre lui era com' sua abitudine nel suo cubiculum a studiare delle carte, Giuniano l'ha raggiunto, accompagnato da me. Con aria contrita e addolorata, ha richiamato la sua attenzione e gli ha detto:
- Padre, devo chiederti perdono. Tu avevi ragione su Marco Porcio, e io torto.
Cesare, da quel gran signore che , non l'ha lasciato continuare. Si  alzato, gli ha stretto con calore la mano e gli ha detto:
- Giuniano, non c' bisogno di perdono poich non c' nulla da perdonare. Tu hai fatto ci che ritenevi giusto, e che cosa un padre pu chiedere di pi da un figlio?
Com' tipico di Giuniano, abbiamo poi scoperto che a convincerlo non  stato naturalmente l'affetto che tuo padre gli ha sempre dimostrato, n si  finalmente accorto che Catone , ed  sempre stato, un mulo ottuso e ostinato. Nient'affatto: a quanto ha spiegato,  rimasto molto deluso dall'ultimo discorso di Catone in Senato perch, spiegando i monstra come una punizione divina per le invenzioni di Cesare, ha tradito i principi della filosofia stoica che entrambi seguono, e questo non ha potuto accettarlo.
Come potrai capire, non sono molto fiera dei motivi che hanno indotto mio figlio a mutare idea. Cesare invece, in modo tipicamente maschile,  sembrato prenderli molto sul serio, e cos loro due hanno passato tutta la notte a chiacchierare delle caratteristiche dello stoicismo e dell'epicureismo, che  invece come sai la filosofia di cui tuo padre si proclama cultore.
So che eri in pensiero per l'ostilit che Giuniano sembrava mostrare per tuo padre, per cui ho voluto subito riferirti le novit in proposito. Ora per, te ne prego, prendi il primo treno per Roma e torna qui, al sicuro.
Ti saluto.
Servilia
Roma, tredici giorni alle Calende di Maggio.
Mia amata Clodia,
pi i tempi si fanno interessanti, pi sento nostalgia per te. Mi manca il tuo corpo accanto al mio nel letto, mi manca il tuo sorriso, mi manca la tua presenza con me, mi manca tutto, tutto di te! Perch non sei ancora tornata da Baia? Fallo presto, te ne prego, perch io muoio, e mi strazio, al pensiero che tu sei pi vicina ai monstra di quanto lo sei a me. So che Baia non  sul loro percorso, che punta dritto come una freccia verso Roma, eppure non posso che struggermi al pensiero della mia amata cos lontana! Torna, torna, torna, te ne prego!
Ti ho gi riferito ieri della gran figura che ha fatto tuo marito in Senato. Avere Cesare come alleato a volte  davvero utile: lui ha avuto informazioni dalla Campania prima ancora dei consoli, ha previsto quali sarebbero state le reazioni dei senatori ed  stato in grado di darmi le informazioni esatte circa l'attuale posizione delle legioni, e su quanti giorni ci metteranno a tornare a Roma. Mi ha anche suggerito di abbandonare ogni ambizione retorica, e di fare un discorso semplice e piano, concreto, e anche su questo ha avuto completamente ragione. Tempo fa ti scrissi, mi pare, che probabilmente il Machinarum Magister non capiva molto della politica romana, per esserne stato estraneo per troppo tempo: quanto mi sbagliavo! Cesare capisce davvero tutto della politica romana, invece, e molto meglio e prima di me, te lo assicuro.
 davvero un peccato che Silla abbia deciso di privare il Senato della sua presenza, perch oggi forse ne sarebbe uno dei pi autorevoli principi. O forse no, perch come avrebbe potuto il figlio e genero di capi mariani emergere in un Senato dominato dagli ex sillani? Forse sarebbe rimasto per sempre un senatore di seconda schiera, amareggiato e lamentoso, e allora molto meglio per lui e per noi che il suo genio l'abbia portato a divenire il Machinarum Magister!
Intanto, per, sembra che qui nell'Urbe il discorso di Catone in Senato abbia dato la stura alla follia religiosa. Sai bene, mia amata, che Roma  il ricettacolo di tutti i culti pi bizzarri, le superstizioni pi strane e, soprattutto, i sacerdozi pi improbabili. L'Oriente li genera con indefessa prolificit, e poi li rovescia sulla capitale del mondo, ove ogni folle in preda a manie religiose ambisce ad avere successo. E Roma  la loro grande mammella, li allatta e li fa crescere.
I monstra usciti dalle falde del Vesuvio hanno dato il via a queste manie, e il discorso di Catone ha dato loro una dignit. Se persino Catone infatti, il pi severo custode dell'ortodossia romana, pensa che quelle creature siano opera divina, perch non dovrebbe crederci il liberto frigio, o il contadino sannita?
Cos, in questi giorni, i templi di tutti gli di sono affollati pi delle anticamere dei politici, i fumi dei sacrifici intossicano l'aria di Roma pi di quelli delle ciminiere, e tutti vanno in giro a scambiarsi predizioni degli oracoli, e consultano maghi, aruspici, astrologi, indovini, veggenti, negromanti, onoromanti e lettori di carte, viscere di animali, segni astrali o fondi di scodelle. Non c' nessuno che non abbia la propria profezia da esporre, alle terme come nel Foro, e che non scruti i segni dei tempi.
In questo periodo, per esempio, due sono gli uomini che hanno acquisito grande popolarit tra le matrone romane: uno  Nigidio Figulo, che professa di aver riscoperto l'antica filosofia pitagorica, e di prevedere il futuro con la numerologia, e l'altro  un aruspice etrusco, un certo Spurinna il quale, dicono, avrebbe predetto tutto ci che sta accadendo ora. Io per la verit se conosco Figulo, che  senatore e appartiene a una famiglia di un certo prestigio, il secondo non l'avevo mai sentito nominare, n avevo mai udito le sue predizioni, quindi non so dirti se la cosa sia vera oppure no.
Quello che c' di curioso  che, per qualche strano motivo, quasi tutti credono che i monstra siano stati inviati dal dio Marte, che sarebbe irato con Roma. Chi, con Catone, sostiene che Marte  offeso per le res novae di Cesare, chi per la diffusione dei culti orientali a Roma, chi per esser stato scalzato da Giove Ottimo Massimo quale divinit protettrice di Roma. Ognuno insomma ha il suo motivo per cui Marte dovrebbe avercela con noi, quello su cui tutti sono d'accordo  che Roma ha perso il suo favore, e che i tripodi ne sono la conseguenza. Per questo, ormai, tutti chiamano marziani quelle strane creature.
E con questo, mia amata, credo davvero di averti riferito tutto ci che c' da dire, salvo che mi manchi terribilmente, ma forse te l'ho gi scritto? E allora te lo ripeto, ancora, ancora: mi manchi terribilmente, ogni giorno di pi, e attendo con ansia di riaverti tra le mie braccia, per coprirti di baci.
Caio Valerio Catullo
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Tredici giorni alle Calende di Maggio dell'anno del consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus... e poi, oggi, Cesare ha ricevuto una strana visita. Si tratta di Lucio Vezio, l'agente che aveva mandato a investigare alle falde del Vesuvio, e che  stato il primo a riferire dei tripodi che ne uscivano.
 tornato a Roma, aiutato da un ragazzino dall'aria sveglia e insolente, un certo Caio Pullio, ed  stato subito ricevuto.  tipico di Cesare: in anticamera c'era un principe stranero, che voleva discutere di una fornitura molto redditizia, ma lui l'ha fatto aspettare, perch doveva parlare con un uomo che aveva mandato in una situazione pericolosa, e che era stato ferito.
E ferito, il buon Lucio Vezio, lo  davvero. Io ho un vago ricordo di com'era prima, perch  sempre stato un individuo dall'aria sfuggente, il perfetto agente che passa inosservato in ogni luogo. Ora inosservato non passer pi, perch la parte destra del suo volto  sfigurata in maniera orribile, bruciata come se qualcuno gli avesse spento una torcia accesa addosso. La pelle sembra esserglisi sciolta addossa, l'occhio non c' pi, e il cuoio capelluto squama come un rettile. Uno spettacolo piuttosto disgustoso, per la verit. Si muove mano nella mano con il ragazzino, Pullio, che lo guida con grande sicurezza, quasi fosse lui l'adulto. Vezio invece continua a scrutare attorno a s con l'unico occhio sano, come fosse costantemente spaventato da qualcosa, e si muove con circospezione, il corpo scosso da continui tremori,
C' da stupirsi che sia non soltanto sopravvissuto, ma giunto fino a Roma.
- Abbiamo viaggiato senza pagare sui tuoi treni, Cesare. - Ci ha spiegato, con un certo orgoglio, il ragazzino. - Ho detto a tutti che era per tuo ordine, e mi hanno creduto.
Cesare ha annuito, mentre osservava con aria interessata le ferite del suo agente, che invece a me facevano troppo ribrezzo. Non ha detto una parola quando i due, sporchi come due mendicanti, si sono seduti su suoi triclini coperti di sete preziose, e nemmeno quando Vezio, che puzzava di piscio, merda e zolfo tanto da appestare la stanza, lo ha abbracciato singhiozzando disperatamente come fosse un parente perduto.
- Cesare, Cesare, - ha cominciato a gemere il pover'uomo, - tu devi sapere, devi sapere, te lo devo dire...
- Vezio, - ha detto Cesare, che certo non  uomo da amare le effusioni, eppure mi sembrava partecipe di quel dolore, e lo ha staccato dolcemente da s - tu mi hai reso un grande servigio, e io non me ne dimenticher. Apollodoro, quest'uomo d'ora innanzi ricever una rendita che gli permetter di vivere comodamente, e la ricever da me personalmente, non dalla societ, segnalo. E sar curato dai migliori medici di Roma, a mie spese.
Io l'ho diligentemente appuntato, anche se so che Cesare non dimentica mai nulla.
- E segnati anche che dobbiamo fare un regalo a questo ragazzino coraggioso. - Ha aggiunto, sorridendogli, e anche Pullio gli ha sorriso.
- Portate qualcosa da bere e da mangiare. - Ha poi ordinato. - Questi amici hanno bisogno di rifocillarsi, subito!
L'altro per sembrava distratto. Quando Cesare ha smesso di parlare, si  riscosso e ha ripetuto:
- Cesare, io sono venuto da te per dirtelo... per dirtelo.
- Per dirmi che cosa, Vezio?
- Cesare, per tutto il viaggio ha continuato a ripetere che doveva dirti qualche cosa, ma non sono riuscito a capire che cosa. - Ha spiegato Pullio.
- Che cosa hai da dirmi, Vezio? - Gli ha chiesto allora lui. -  il tuo Magister che te lo chiede, rispondimi!
Quel tono imperioso deve averlo riscosso, perch ha guardato Cesare con aria astuta, socchiudendo l'unico occhio sano, e gli ha detto:
- Magister, io so che cosa sono i tripodi.
- Davvero, Vezio? - Ha chiesto Cesare.
L'altro ha annuito. Io trattenevo il fiato: possibile che quell'uomo, il primo che aveva visto i tripodi uscire dalle loro tane, avesse davvero capito, o intuito, qualcosa che ci poteva essere utile? Magari, proprio lui, cos orrendamente mutilato, sapeva qualcosa che poteva salvare Roma? Vezio si  avvicinato a Cesare, e un sorriso sconvolto, che trasformava in modo ancor pi orribile il suo volto sfigurato, gli si  disegnato sul viso. Poi ha sussurrato, in tono di complicit:
- I tripodi, Cesare, ascoltami perch io l'ho capito, sono stati inviati dagli di per distruggere Roma. - Ha detto. - Gli di sono invidiosi, per la potenza di Roma e vogliono distruggerla.
Cesare ha alzato gli occhi al cielo, seccato. Probabilmente per un attimo anche lui aveva creduto che Vezio potesse dirci qualcosa di utile.
-  vero, Cesare,  vero. - Ha ripetuto l'altro, mettendosi quasi a singhiozzare. - Io lo so, l'ho capito. Tu l'hai sempre detto, Cesare, che io capisco le cose prima degli altri! Vezio, mi hai sempre detto, tu sei astuto, riesci a infilarti dappertutto, ascolti, vedi e riferisci, e a volte pensi, anche. Cos hai sempre detto di me, non  forse vero, Cesare?
- No, Vezio, questa volta ti sbagli. - Gli ha risposto lui, fissandolo.
- Cesare, non mi sbaglio! - Ha protestato l'altro, in tono offeso, mulinando le braccia in modo esagitato. Nei suoi occhi brillava una luce folle, e io ho cominciato ad avere paura.
Il Magister invece non ne  rimasto intimorito ma ha scosso il capo, l'ha preso per le braccia, l'ha guardato e ha cominciato, con il tono con cui si parla a un bambino:
- Ascolta, Vezio, i tripodi non sono creature divine, e se te lo dico io puoi crederci. Tu sai che per parte di padre discendo da Venere, da cui Anchise ebbe Enea, che gener Iulo, da cui viene la gens Iulia, cui appartengo. Che mia nonna paterna, a sua volta, discendeva da Anco Marzio, il quarto re di Roma, prediletto da Marte. E che, quando ancora ero un adolescente, mio zio Mario riconoscendo la mia natura di protetto dagli di mi assegn la pi importante carica sacerdotale di Roma, quella di flamine di Giove, che poi il dittatore Silla per dispetto mi tolse. Non credi che questo mi renda un esperto delle cose divine pi di te, Vezio?
L'altro ha scosso la testa.
- Cesare, non prendermi in giro cos. - Ora singhiozzava disperato, come incredulo di non essere creduto. - Io lo so, Cesare, lo so.
Lui allora ha ricominciato, sempre in tono molto ragionevole:
- Allora proviamo cos, Vezio. Due sono le ipotesi che i filosofi pi saggi fanno sugli di. Alcuni dicono che non hanno alcun interesse per noi, ma si occupano soltanto delle cose divine, e nemmeno guardano i piccoli eventi degli uomini. E se  cos, tu lo capisci, perch dovrebbero mandarci dei monstra a distruggerci? Gli altri invece sostengono che agli di interessano gli uomini, perch hanno bisogno della nostra devozione e dei nostri sacrifici, che ne nutrono la potenza. E se  cos, allora certo devono avere molto cara la nostra Roma, in cui si elevano sacrifici continui a tutti gli di, e perch dovrebbero volerla distruggere?
Vezio ha scosso la testa.
- Cesare, perch non vuoi capire, gli di vogliono distruggere Roma! Per questo hanno mandato i marziani...
- Ancora con questa storia dei marziani! - Ha esclamato Cesare, infastidito. - Questa  una voce che sta dilagando per Roma come un'epidemia di febbre!
- Ma  cos, Cesare, i marziani...
- Basta, Vezio. - Lo ha interrotto lui. Se c' una qualit che Cesare non ha,  la pazienza verso chi secondo lui si dimostra irragionevole. - Apollodoro, fai accompagnare fuori Vezio e il suo piccolo amico. Che siano lavati e rivestiti, e che sia loro trovata una camera da qualche parte. Vezio, non voglio pi vederti fin quando non sarai di nuovo in te.
- Io sono in me, Magister - ha continuato a piagnucolare l'altro, mentre due robusti schiavi galli lo portavano via -  soltanto che ho capito, finalmente ho capito. Perch non mi vuoi ascoltare, Cesare?
Se ne  andato singhiozzando, mentre il suo piccolo amico cercava di consolarlo.
-  molto triste. - Ho commentato io. Ho sentito parlare di uomini coraggiosi il cui animo, per aver visto troppi orrori, si sia spezzato, e che hanno perduto il loro coraggio. Non avrei per mai creduto di vederne uno, e che mi avrebbe colpito in modo cos forte.
- S. - Ha detto Cesare, ma gi stava occupandosi d'altro, e allora ho cercato di approfittarne per fargli la domanda che volevo porgli ormai da molto tempo.
- Cesare, anch'io non credo che i tripodi siano marziani, o comunque inviati dagli di. Ma allora, come mai arrivano dal cielo?
Lui ha alzato gli occhi dalle sue carte, guardandomi, e ha risposto.
- Apollodoro, non a tutto possiamo avere risposte certe. L'esatta origine dei tripodi, per ora, ci sfugge. - Ha capito subito per che non poteva cavarsela cos facilmente, perch ha continuato, in tono pi vivace. - Possiamo per fare delle ipotesi. Hai mai notato che nel nostro mondo i corpi dei viventi hanno tutti una simmetria duale: due occhi, due gambe, due braccia, oppure quattro o pi zampe? Non esistono esseri che abbiano tre occhi, tre zampe, tre braccia, come i tripodi. Questo non ti dice nulla?
Io ho scosso la testa. Che cosa avrebbe dovuto dirmi?
- Forse che questi esseri arrivano da un altro mondo? - Ha continuato lui. - Ne ho parlato con Sosigene: sostiene, e molti filosofi sostengono con lui, che i pianeti che noi vediamo brillare in cielo altro non sono che mondi proprio come il nostro, lontanissimi da noi e probabilmente abitati da genti cui noi siamo alieni come loro sono aliene a noi. Esseri assai pi strani dei Negri dell'Africa, o dei Sinii del Catai. E se  cos, chi pu escludere che, cos come le nostre legioni hanno lasciato l'Italia per addentrarsi nelle foreste delle Gallie e nei deserti africani, gli abitanti di un altro mondo non provino la naturale ambizione di espandere il loro impero in un altro mondo, il nostro?
- Ma come avrebbero potuto varcare la distanza tra un mondo e l'altro? - Chiesi. L'idea mi riusciva talmente nuova da lasciarmi smarrito.
- Chi lo sa? - Ha risposto lui. - Io per la verit un'idea ce l'ho, che mi sembra spieghi molto. Se fossimo in grado di costruire un cannone gigantesco e potentissimo, perch non dovrebbe essere possibile azionarlo per scagliare un'immensa palla di metallo, attraverso lo spazio, per colpirci? E se la palla fosse cava all'interno, perch non potrebbe essere usata come mezzo di trasporto? Ed ecco che si spiegherebbero i globi lucenti caduti alle pendici del Vesuvio.
L'ipotesi di Cesare mi  sembrata terribilmente realistica. Spiegava davvero tutto quanto era accaduto.
- Dunque i tripodi sarebbero le avanguardie di un esercito di conquistatori? - Ho chiesto. Per certi versi, l'idea mi sembrava ancor pi terrificante di quella della punizione divina. Gli di, infatti, si sa, si possono placare con sacrifici, e sono capricciosi, mutevoli d'indole, per cui la loro ostilit  sempre momentanea. Ma se un popolo alieno e potentissimo decideva di invadere il nostro mondo e conquistarlo, come avremmo potuto difenderci?
-  possibile. - Ha risposto lui. - O forse sono gli esploratori, che vengono a saggiare le nostre difese prima dell'attacco principale, e ad acquisire informazioni sui nemici, cos come le nostre legioni sono precedute dai procursatores, subito avanti all'esercito, dagli exploratores a pi lungo raggio e dagli speculatores che spiano il territorio nemico dall'interno. I tripodi potrebbero essere i loro speculatores. E forse, chiss, la voce popolare  davvero fondata, e i tripodi sono davvero marziani, ma non perch li ha mandati il dio della guerra, ma perch arrivano dal pianeta Marte. - Ha concluso, sorridendo.
Un'ipotesi che certo non mi ha lasciato molto tranquillo...
(lettera inviata via telegrafo dalla villa di Cesare a Baia, sulla linea privata di Cesare).
Baia, dodici giorni alle Calende di Maggio.
Caro tata,
la tua bambina si  ficcata in un brutto pasticcio. Nonostante i messaggi tuoi, di Publio Licinio e di Servilia ho atteso troppo, e ora non so proprio come fare a venire via da Baia.
Ci sentivamo piuttosto sicure, qui a Baia, io, Clodia e Terenzia, che mi hanno raggiunto nella nostra villa, perch il percorso a tripodi ci tagliava fuori, puntando dritto verso Roma, per cui non c'era ragione di affrettarsi, no? In fondo, non correvamo nessun rischio...
Invece non  proprio cos. Perch,  vero, i tripodi ci hanno scavalcato, e ormai, a quanto sappiamo, siamo alle loro spalle. Per nella loro marcia hanno scatenato incendi furibondi, che nessuno ha potuto spegnere. E il fuoco ormai circonda Baia in una specie di anello, che non avanza, per fortuna, ma nemmeno indietreggia.
La linea ferroviaria  bruciata, e vagoni e locomotive sono inservibili. Anche tutte le strade e i sentieri sono inondati dalle fiamme. Persino il nostro piccolo porticciolo  bruciato, cos anche l'idea di fuggire via mare  svanita.
Degli abitanti di Baia molti, i pi intelligenti e prudenti, sono fuggiti per tempo. Gli altri, quelli che hanno cercato di fuggire tra ieri e oggi, sono morti bruciati. Credo cos che siamo rimasti soltanto noi, io, Clodia e Terenzia con i nostri schiavi, che si stanno prodigando in maniera eroica.
Se proveremo a scappare, moriremo anche noi bruciati. Ma se non lo faremo, temo che la nostra fine sar la stessa. Non voglio morire, tata!
Tata, soltanto tu ci puoi aiutare. Non so come, ma so che tu lo puoi fare. Vienici a prendere, ti prego, tata, trova il modo di salvarci.
Giulia

6.

Aquanto si racconta, da adolescente Cesare fu fidanzato con Cossuzia, la figlia di un mercante.
Mario gli impose di rompere il fidanzamento quando gli diede in moglie Cornelia, la figlia di Cinna, da cui ebbe Giulia. Egli am entrambe di amore tenerissimo. Cornelia tuttavia mor ancora giovane, mentre a Giulia Cesare trov come marito Publio Licinio Crasso, il secondogenito del suo alleato e socio Crasso.
Dopo la morte di Cornelia, Cesare entr in rapporti con molte matrone romane, specialmente le mogli di chi lo avversava, che egli in tal modo umiliava. L'unica che am veramente fu per Servilia, la vedova di Marco Giunio Bruto e di Decimo Giunio Silano, donna di singolare intelligenza, che infatti spos.
Cesare inoltre adott il figlio che lei aveva avuto dal primo marito, Marco Giunio Bruto, che cos adott il nome di Caio Giulio Cesare Giuniano. Fu questo il Giuniano che ebbe un ruolo cos importante nel famoso complotto per uccidere Cesare.
Plutarco, Vita di Cesare
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Dieci giorni alle Calende di Maggio dell'anno del consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus.
Da quando Cesare ha ricevuto la richiesta d'aiuto di sua figlia Giulia, non si  dedicato ad altro che a organizzare la missione di salvataggio. Cesare ama Giulia di un amore tenero e senza limiti: in lei, credo, vede tutto ci che gli rimane della moglie Cornelia, la giovane per la quale os sfidare il terribile Silla, e rovin, senza alcun rimpianto, il proprio futuro politico.
Giulia  l'unica figlia che hanno avuto, l'unica discendente diretta di Cesare e, bench i Romani tengano moltissimo alla discendenza maschile, mai l'ho sentito rimpiangere di non aver avuto un figlio maschio, tanto  l'affetto che prova per questa giovane. Se Cesare ama qualcuno, ama Giulia.
La quale, tra l'altro, merita davvero tanta fortuna, perch oltre a essere bellissima come tutte le donne della gens Iulia  anche affettuosa e intelligente, per essere una ragazza.
Poche ore dopo aver ricevuto la richiesta d'aiuto della figlia, cio ieri, Cesare aveva gi organizzato un incontro con Mamurra, il suo capo ingegnere.  questi un cavaliere italico che ha un vero talento per la meccanica.  un tipo untuoso, d'aspetto grassoccio, sulla cui integrit personale circolano voci assai dubbie, essendo accusato di un po' di tutto, dal furto ai rapporti immorali con altri uomini. L'ho osservato con attenzione, con il mio occhio esperto:  probabile che abbia rapporti anche con uomini, ma credo per foia, non per il piacere estetico come noi uomini greci. In ogni caso, certamente non  il mio tipo.
Cesare, com' suo costume, non bada a queste voci. Fin quando un collaboratore  capace e gli  fedele, per il resto pu essere un tagliagole o un filosofo cinico, come preferisce, la cosa non gli interessa.
- Mamurra, hai preparato la Venus genitrix? - gli ha chiesto, senza convenevoli come suo solito.
L'altro  sembrato sconvolto. L'ho osservato attentamente: se ne stava in piedi, spostando il peso da una gamba all'altra, a disagio, nel piccolo cubiculum di Cesare, una stanza modesta ma ariosa, ben illuminata, piena fino all'inverosimile di carte disposte ordinatamente, in cui il letto sembra il mobile di minore importanza. Anche Cesare era in piedi, e mentre parlava con Mamurra sigillava delle lettere con il suo famoso anello, che riporta un'immagine di Venere.
- Dunque?
Qualche goccia di sudore si  formata sulla fronte dell'uomo, calandogli lentamente sugli occhi. Lui aveva in mano un fazzoletto, ma sembrava non osasse asciugarsi la fronte.
- Cesare, non l'abbiamo ancora sperimentata. - Ha detto infine, in tono incerto. - Non sappiamo se funzioner.
- Funzioner. - Ha ribadito l'altro, in tono sicuro. - Non c' bisogno di prove. L'ho progettata io: funzioner.
-  troppo pericoloso, Cesare. - Ha obiettato ancora lui.
- Sarebbe pericoloso utilizzarla soltanto per provare se funziona. - Ha ribattuto il Machinarum Magister. - Noi invece la useremo per salvare mia figlia, e questo rende l'esperimento assolutamente giustificato. Devi prepararla per domani, Mamurra, perch, domani si parte, che tu lo voglia o no. E asciugati la fronte, mi d fastidio quando sudi cos.
- Di che cosa si tratta, Cesare? - Ho chiesto io quando quello, con l'aria abbattuta come un cane bastonato, se ne  andato.
Lui ha sorriso come se si trattasse di uno scherzo.
- Oh, lo vedrai, Apollodoro. Non voglio rovinarti la sorpresa svelandoti il mio piccolo segreto.
E cos, oggi ci ritroviamo tutti a Ostia, in un grande magazzino di propriet delle imprese di Cesare. C' lui, naturalmente, e ci sono Servilia e Giuniano, c' Publio Crasso, il marito di Giulia, con suo padre Crasso il Ricco, e poi Catullo, il marito di Clodia, e Cicerone, il marito di Terenzia. Qualcosa mi dice che quest'ultimo non vede con tanto entusiasmo il salvataggio della moglie, ma non pu farlo trasparire troppo apertamente. E naturalmente c' Mamurra, che deve esser stato sveglio tutta la notte a lavorare, tanto sembra stanco e spaventato.
Percorriamo l'immenso magazzino dalle volte altissime, stracolmo di torni, fresatrici e altri strumenti meccanici che non conosco. Si sente un'intensa puzza di sego e di alcol.
- Cesare, non sarebbe il momento di svelarci come intendi salvare le nostre mogli? - Chiede Catullo. Non ha urlato, eppure la sua voce dal tono troppo acuto, un po' femmineo, rimbomba nello spazio vuoto del magazzino. Da quando ha saputo che la sua Clodia  in pericolo, si dice che non abbia pi dormito, e che passi le notti a gemere. Cos almeno dicono i suoi schiavi, che l'hanno riferito agli schiavi di Cesare, che l'hanno raccontato a me. In effetti, ha gli occhi pesti come chi non fa che piangere, e sembra privo di forze. Lo so che la mia descrizione trasuda ostilit, ma in effetti continua a non piacermi...
In ogni caso, anche Cesare l'ha guardato con un po' di disprezzo. Se c' qualcosa che non tollera sono le manifestazioni di debolezza, e di sentimenti, in pubblico.
- Quale magia intendi usare, dunque, Cesare? - Ha insistito Crasso il Ricco, ansimando rumorosamente. Pi invecchia, pi diventa querulo e un po' lamentoso. - Le linee ferroviarie sono bloccate dal fuoco, e cos tutti i sentieri, anche quelli percorribili soltanto a piedi. E neppure si pu accedere alla tua villa dal mare, perch anche il porticciolo  invaso dalle fiamme. Quale altra strada  possibile?
- Ora lo vedrete. - Gli ha risposto lui, sorridendo. - Ora lo vedrete.
Siamo usciti dal magazzino, dal lato del cortile, per vedere qualcosa che supera ogni mia previsione, e ogni immaginazione. Davvero questo  il tempo delle meraviglie, perch mai avrei nemmeno sognato di poter vedere una cosa simile.  incredibile. Tutti siamo rimasti assolutamente sbalorditi, senza parole.
- Ecco la Venus genitrix. - Ha detto Cesare, e persino lui non ha potuto nascondere l'orgoglio che provava.
Davanti a noi si trova una strana imbarcazione, che per non galleggia in mare ma... nell'aria. Un enorme pallone sta sospeso a mezz'altezza, nel vuoto, legato con grosse corde intrecciate a un'imbarcazione in legno, delle dimensioni di una piccola trireme, a sua volta sospesa a qualche pertica dal suolo. Il tutto  legato a terra tramite delle funi ancora pi robuste, come se fosse sul punto di volar via.
- Cesare, cos' questa cosa? - Non so chi abbia posto la domanda. Potrei essere anch'io, ma non lo ricordo.
-  la prima aeronave della storia. - Ha risposto lui. - Una nave che invece di navigare sul mare, lo fa nei cieli.
Dire che siamo rimasti stupefatti  poco: siamo sbalorditi, increduli, senza parole. Non ci sono parole, infatti, per descrivere questo Dedalo moderno, che ha deciso di sfidare anche i cieli, il Prometeo che ha strappato agli di il segreto del volo.
- Cesare, non contento di piegare la terra e il mare al tuo volere, anche i cieli vuoi domare? - Dice Cicerone, e non so se nella domanda ci sia pi ammirazione, incredulit o timore.
-  incredibile. - Ha aggiunto con facile ovviet Giuniano.
- Non  nulla di particolarmente complesso. - Spiega lui. - Ho scoperto che determinate sostanze gassose sono attirate verso l'alto, per motivi che non so spiegare. Sembra che il loro luogo naturale, come direbbe Aristotele, siano le altezze celesti, e non la terra. Ho trovato la maniera di imbrigliarle, e il resto  piuttosto facile.
- Facile!
Alcuni di noi si mettono a ridere, nervosamente. Dopo tutto, i cieli non sono forse il regno degli dei? Alcuni dei presenti forse si sentono preda di una certa paura superstiziosa.
- Non siamo venuti qui per ammirare la mia nave, per. - Cesare frena il nostro stupore con la sua consueta decisione. - Questa  una missione di salvataggio, non dimenticatevelo. L'obiettivo  volare fino a Baia, e trarre in salvo Giulia, Clodia, Terenzia e tutta la servit.
- Cesare, la nave pu contenere tante persone? - Chiede Servilia.
- Finalmente una domanda intelligente! - Risponde lui, compiaciuto. - No, non pu sollevare tanto peso. In realt la Venus genitrix funger da traghetto, per cos dire. Prender poco alla volta le persone dalla villa e le sbarcher su un piroscafo che ho fatto partire ieri, e che ormai  al largo di Baia. Ho ricevuto conferma di ci via telegrafo un'ora fa. Mamurra,  tutto pronto?
L'ingegnere, che ha sempre pi l'aria di un cane bastonato, annuisce.
- Non c' bisogno di un grande equipaggio per governare l'aeronave. - Aggiunge Cesare. - Andr io, naturalmente, e porter con me Apollodoro, che come mio aspirante biografo questa impresa non se la pu assolutamente perdere.
- Cesare, non puoi andare tu!  troppo pericoloso! - Boccheggia Mamurra.  cos terrorizzato che lascia trasparire i suoi sentimenti, che intuisco.  ovvio: anche lui  innamorato di Cesare. Chi non lo , tra noi? - Se ti succedesse qualcosa?
- Come potrei delegare a qualcuno il compito di salvare mia figlia, tanto pi quando si tratta di sperimentare per la prima volta una mia invenzione? - Ribatte lui, indignato. - Non sarebbe degno di Cesare mandare altri a correre un simile rischio, e attendere l'esito rimanendo al sicuro a Roma!
- Cesare, non ti serve un terzo componente dell'equipaggio? - Chiede Publio Crasso. Gi gli brillano gli occhi all'idea di una simile avventura. Il marito di Giulia  un giovane che ho sempre trovato simpatico:  un bel ragazzo, cortese e garbato con tutti, che mi  sempre sembrato energico e coraggioso, anche se essendo il secondogenito non ha mai avuto molte occasioni di mettersi in mostra.
Cesare guarda Crasso il Ricco, un po' incerto. Quello  il suo pi vecchio e fedele alleato, escluso Mazio. Teme che metterne in pericolo il figlio in un'impresa cos rischiosa possa rovinare l'alleanza.
Crasso  per un padre, ma pur sempre un padre romano. L'idea che suo figlio si riempia di onore, partecipando a un'impresa che nessun altro uomo ha mai compiuto, lo soddisfa visibilmente. Quando la notizia sar di dominio pubblico la dignitas della famiglia inevitabilmente crescer, ed  questo che conta per un nobile romano, pi ancora che il destino dei figli.
- Va bene, Publio, tu sei il terzo. Montate su. - Cesare ha capito tutto, il tempo di un battito di ciglia, e preso la sua decisione.
Mamurra sembra rassicurato, ora. Era questi che temevi, ingegnere? Avevi paura che Cesare ti volesse con s per questa pericolosa missione? Sei dunque un vile che non ha il coraggio di provare la propria costruzione?
Una scaletta in legno permette di salire sulla nave, e anch'io vado su, dietro a Cesare e a Publio. La nave  stretta, e bassa, e scomoda. Dovunque metta i piedi, il legno scricchiola, e sembra che il fasciame si debba distruggere da un momento all'altro. La superficie della nave dondola leggermente, e ho difficolt a stare in equilibrio.
Guardo Cesare, e vedo che i suoi occhi brillano di felicit. Ora  nel suo elemento naturale: azione, pericolo improvviso, avventura.
- Divertente, vero, Apollodoro? - Mi dice, e sorride, con il suo sorriso tagliente.
- S. - Gli rispondo io, terrorizzato.
- Mamurra, molla le cime. - Urla lui.
Con gli occhi sbarrati dal terrore, vedo Mamurra che, soffiando per lo sforzo, salta da un lato all'altro, sciogliendo le pesanti funi dai perni che le tengono a terra.
E poi saliamo! L'ascesa  rapida e improvvisa, e il mio corpo  improvvisamente preda di vertigini. Sento un vuoto nello stomaco, come se qualcosa dentro di me si comprimesse e schiacciasse. E le orecchie d'improvviso mi dolgono, come schiacciate da una forza improvvisa. Commetto uno sbaglio, e guardo fuori. Il grande magazzino di Ostia si fa sempre pi piccolo, sempre pi piccolo, e ora sembra niente pi che un balocco di un bambino. E stiamo volando, siamo in mezzo al cielo, senza nessun appoggio che non sia questa fragile imbarcazione di legno sconnesso, che gi rumoreggia, scricchiola e sta per sfasciarsi! Non ho mai provato una sensazione simile, ed  terribile!
- Si! - Sento urlare Publio Crasso, ma non mi interessa. Io sono in preda al panico. Quando la nave bordeggia, spinta appena di lato da un alito di vento, mi piscio addosso. Sento l'urina calda che mi scorre sulla coscia, me ne vergogno, ma ormai non posso pi impedirlo.
Cesare mi mette una mano sulla spalla. Mi guarda, con quei suoi occhi chiari che a volte possono essere spaventosi, a volte rassicuranti.
- Non temere, Apollodoro. - Mi dice. - Questa nave porta Cesare, e la sua fortuna.
Sorrido, e poi mi metto a ridere.  assurdo, lo so, ma rido, e anche Cesare ride con me, e dopo un attimo anche Publio Crasso si mette a ridere. La prima aeronave dell'uomo sale verso il cielo scossa dalle crasse risate del suo equipaggio, che ormai ha le lacrime agli occhi.
Dopo qualche istante, torniamo tutti in noi.
- Bene. - Ci dice Cesare. - Il divertimento  finito. Ora occorre lavorare.
Il volo  un'esperienza esilarante e spaventosa. Guardiamo il mondo dall'altezza da cui lo vede Giove, e ogni soffio di vento ci fa tremare, e sembra che debba farci precipitare. Il sole  pi caldo, l'aria pi fredda, e tutto pare pi vivo. Incrociamo il volo di una grande e solenne aquila, che ci osserva con i suoi occhi aguzzi e crudeli e poi, stupita, fugge via. Gli uomini stanno invadendo il tuo dominio, penso io, e presto non avrai pi pace nemmeno tra le nuvole.
La Venus genitrix  instabile e sensibile. Cesare ne governa la rotta tramite un piccolo timone a poppa, la fa scendere aprendo degli sfiati dal grande pallone che ci sovrasta e ne pu aumentare la velocit con un sistema di eliche di legno, azionate da una piccola caldaia a vapore.  tutto fragile e insicuro, e tutto nuovo anche per Cesare che l'ha ideata e progettata, e che si sta divertendo un mondo.
- Chiss quale angolo di virata pu sopportare senza sfasciarsi? - Si chiede a un certo punto, con le mani sul timone. E si guarda attorno, come se stesse gi calcolando in quale direzione provare una strettissima virata.
- Cesare! - Esclamo io, terrorizzato. Non dubito nemmeno un istante che sarebbe disposto a superare ogni limite, soltanto per vedere se  possibile.
- Stai tranquillo, Apollodoro. - Risponde lui scuotendo il capo, ma con gli occhi che ridono. - Oggi non far esperimenti pericolosi. Non farei nulla che possa mettere in pericolo la vita di mia figlia, lo sai, no?
Navighiamo verso sud, seguendo la costa laziale e campana, riconoscendo qua e l qualche punto di riferimento, che sembra per tanto diverso visto dall'alto.
- Che impresa, eh? - Mi dice a un certo punto Publio, sorridendo, mentre aggiungiamo carbone nella caldaia che sbuffa e soffia un fumo nerastro. - Sar un bel capitolo nella tua biografia di Cesare, non trovi?
- Se riusciremo a tornare vivi, di sicuro. - Rispondo io, con una voce che riconosco a stento come mia.
- Oh, ce la faremo! - Mi dice lui con sicurezza. - Siamo con Cesare, no? C' qualcosa che non  in grado di fare, Cesare?
Ho letto che alcuni popoli barbari usano sostanze stupefacenti, grazie alle quali prima della battaglia perdono ogni nozione del pericolo e si convincono d'essere invincibili. Un po' come l'effetto che fa ad alcuni l'alcool, ma molto pi potente. La vicinanza a Cesare produce il medesimo effetto, di solito: fa sentire invincibili, ti fa credere che tutto  possibile. Bisogna averne l'abitudine, per resistere alla ubris che genera la sua vicinanza.
- Guardate l, che distruzione! - Esclama a un certo punto Publio.
Siamo ormai sulla linea del fronte dell'avanzata a tripodi. Riusciamo a vedere sotto di noi grandi colonne di profughi, che avanzano lentamente verso nord, e le belle citt campane spopolate e distrutte. Selvaggi incendi accompagnano l'avanzata degli alieni, dipingendo di un rosso violento il paesaggio. L'aria calda ci investe in folate improvvise, che fanno gemere e vibrare la Venus genitrix. Laddove invece gli incendi si sono spenti per mancanza di combustibile, la terra  arsa e bruciata, priva di vita.  uno spettacolo agghiacciante.
- Maledetti marziani! - Sento esclamare Publio.
Cesare mi guarda, ma non dice nulla.
- Pi carbone, pi carbone! - Ordina invece, a un certo punto. - L c' il piroscafo. Abbiamo bisogno di pi velocit!
In effetti, a meridione rispetto a noi, si vede un piccolo puntino nel mare, che emette un fumo nero e pestilenziale.
- Presto! - Dice lui, mentre io mi affretto a gettare palate di carbone nella caldaia.
- L, guardate l! -  di nuovo Publio ad attirare la nostra attenzione.  pi giovane e la sua  la vista migliore di tutti, per questo sta di vedetta. -  Baia! E l c' la tua villa, Cesare!
- Numi! - Esclama lui.
Baia, la perla del Golfo, il luogo di riposo preferito dai senatori e dai capitalisti romani,  distrutta. Il fuoco  passato su di essa con la sua ala di morte, trasformandola in una terra tetra e grigia, una terra di cenere. In cima a un modesto rilievo, per, una costruzione resiste ancora: tutto attorno  stata spogliata della vegetazione, e sono stati scavati dei fossati, in modo che il fuoco non trovasse il modo di attecchire. Per  assediata dagli incendi, in modo ancora pi stretto di quanto la rocca di Ilio fosse assediata dagli Achei.
- Numi! - Ripete Cesare. -  peggio di quanto pensassi!
Baia, dieci giorni alle Calende di Maggio.
Caro tata,
non so se potrai mai leggere questa mia lettera, o se finir bruciata, come la nostra lussuosa casa, e noi che ne siamo prigionieri.
So per che ho bisogno di scriverla, per sfuggire alla follia che ci sta circondando. E se finir in cenere, ne rimarr comunque il ricordo nella mente degli dei, che tutto vedono e ricordano.
Sono stata stupida, lo so, a non venire via da Baia ai tuoi primi richiami. Eppure ormai dovrei sapere che devo sempre ascoltare i tuoi consigli.
L'ho sempre fatto, durante la mia vita, tata. Sono sempre stata una figlia ubbidiente e devota, anche perch nessuno ha mai avuto un padre migliore di me. Un padre strano e imprevedibile, certo, geniale e oggetto di mille pettegolezzi, un uomo sempre in movimento e disponibile a correre ogni rischio, eppure ogni volta presente per me. Tu sei sempre stato la roccia a cui ho potuto appoggiarmi, anche quando la mamma non c' pi stata. La tua forza mi ha dato coraggio, i tuoi consigli saggezza. E per una volta che non li ascolto...
Quali beffe riservano gli di a una figlia devota, correre il rischio di morire la prima volta che non obbedisce al padre! C' forse una lezione morale, in tutto ci?
Clodia  stata molto coraggiosa, voglio che tu lo sappia. Ci siamo fatte animo a vicenda, nei momenti peggiori. E Terenzia...  stata meglio di quanto temessi. Ormai ha smesso di lamentarsi, e ha promesso alla Dea Bona che, se si salver, non si lamenter pi di suo marito... almeno per una settimana!
Ma ci salveremo? Comincio a dubitarne, perch davvero non vedo come persino tu possa trovare la via per salvarci, quando tutte le vie sono chiuse. Anche il tuo genio ha a limiti, no?
E allora, anche se non so se potrai mai leggere questa lettera, voglio che tu sappia... proprio ora Clodia mi sta chiamando, dice che c' qualcosa in cielo. Non credo che la ragione la stia abbandonando, per non credo neppure che Pegaso, il cavallo volante dei miti, stia venendo a salvarci. Ora comunque vado a vedere, poi riprender la mia lettera.
Appunti per una biografia di Cesare
di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
 un incubo, un incubo di caos e terrore.
- Gi! - Ordina Cesare. - Andiamo gi!
- S! - Risponde Publio. Nei suoi occhi vedo quella vena di follia che prende gli uomini d'azione quando corrono rischi. Apre la valvola, lasciando uscire il gas, che ci ammorba con il suo lezzo pestilenziale.
E cadiamo gi, come sassi. Vertigini, vertigini, il suolo si avvicina, rapidamente, troppo rapidamente.
- Padre Zeus, aiutami! - Imploro io. Ancora una volta mi piscio addosso. Sento l'urina calda scorrermi lungo la gamba, ma non ci bado.
Muri di fiamme sotto di noi. Il fuoco ci lambisce, ci sfiora, sembra danzare con noi. Cesare sta abbarbicato al timone:  terreo, gli occhi attenti. Le correnti d'aria calda sono potenti, ci scuotono, e l'aeronave vibra, si storce.
- Si rovescia! - La superficie della nave si inclina, e io scivolo verso il vuoto, senza nulla per aggrapparmi. Ma Cesare raddrizza la nave, urlando per lo sforzo cui sottopone i muscoli, con il timone che sembra impazzito.
La Venus genitrix geme, si lamenta come un animale ferito, muggisce come un toro. Il legno del fasciame si dilata, sembra stia per esplodere.
- Non temere, Apollodoro! - Urla ancora Cesare, per farsi sentire attraverso il terrore. - Venere mi protegge, ricordatelo! - E sorride, con un sorriso folle, pieno di sicurezza di s, di improntitudine, di gioia per il rischio che sta correndo.
Sotto di noi, vedo le donne e gli schiavi nel giardino della villa. Guardano verso di noi, incredule. Agitano le braccia, gridano saluti, richieste di aiuto.
- Publio, getta la scala di corde!
Il figlio di Crasso corre, libera la scala,  abile e veloce, molto pi di me.
- Apollodoro, alimenta la caldaia! - Corro anch'io, anche se sono pi vecchio, pi lento, pi goffo di Publio. Con la pala, getto carbone nella fornace, pi velocemente che posso, e continuo a farlo, senza sosta, come fossi anch'io alimentato da quel carbone. Carbone sulla pala, e poi nel fuoco, carbone sulla pala, e poi nel fuoco, carbone sulla pala, e poi nel fuoco... Le braccia mi dolgono per lo sforzo, la pala mi sembra sempre pi pesante, per continuo. Sento un velo di sudore su tutto il corpo, le mani si fanno scivolose. Stringo di pi la pala: non posso mollarla. Devo continuare a spalare. Spalare, ora,  la mia vita.
- Publio, vai gi ad aiutare le donne!
Cesare  l'unico che sa sempre che cosa fare. Non perde la calma, sembra che abbia gi vissuto questo momento. Dirige tutti noi come il coreuta il coro, in teatro.
La nave trema ancora, investita dalle correnti d'aria, scivola come trascinata da onde impetuose, ma Cesare la tiene ancora sotto controllo. Un colpo d'aria, e il fumo nero della caldaia mi colpisce, mi acceca, tossisco. La mia gola sembra prendere fuoco, mi manca l'aria, non riesco a respirare, e tossisco ancora, e ancora. Tremo, e non riesco a fermarmi, e conati di vomito mi salgono dallo stomaco, mentre la bocca mi si riempie di un gusto amaro e sgradevole. Gli occhi sono pieni di lacrime, e mi sembra di vederci doppio.
- Apollodoro! - Grida Cesare.
Io per ora riesco a respirare. Alzo un braccio, va tutto bene, vorrei dire, ma mi esce dalla gola soltanto un rauco muggito, un richiamo animalesco. Cesare annuisce, e io ricomincio a spalare carbone nella fornace. Sempre pi svelto, sempre pi svelto, anche se sono sempre pi stanco, e le braccia si fanno sempre pi pesanti...
Ora Publio  a terra. Aiuta Giulia, no, Giulia fa cenno di no, che non vuole salire per prima. Prima Terenzia e Clodia, sembra che dica.
- Giulia! - Urla Cesare, con un tono terribile che squarcerebbe le montagne. Ma questa volta i suoi ordini non vengono eseguiti. Giulia ha deciso di rimanere per ultima. Terenzia e Clodia salgono, e con loro alcuni schiavi.
- Publio, devi impedire alle fiamme di avanzare! - Ordina Cesare. Vedo Publio annuire. Comincia a dare ordini agli schiavi, con l'abitudine al comando che ogni nobile romano possiede. Armati della dolubra, la vanga del legionario, combattono contro l'incendio, scavando trincee.  una lotta senza speranza, per. Il fuoco avanza, e nessuna forza al mondo lo pu fermare.  soltanto una questione di tempo prima che Giulia e Publio ne siano inghiottiti.
Terenzia, Clodia e gli schiavi sono sulla nave. Hanno gli occhi sbarrati per il terrore e lo stupore, e il loro equilibrio  incerto sulle gambe.
- Via, Apollodoro, dobbiamo andare via! Getta altro carbone!
Sono coperto di fuliggine, sudato, la gola mi brucia, gli occhi sono pieni di lacrime, le braccia sono attraversate da fitte lancinanti, le gambe tremano per lo sforzo, eppure urlo.
- S, Cesare! - Non ho pi fiato, e la voce mi esce rauca, eppure urlo, ancora, in preda a una esaltazione folle: - S, Cesare!
E andiamo via, veloci, ancora lo stomaco che si contrae, il vomito in bocca, le vertigini!
- Presto, Apollodoro, che dobbiamo tornare a prendere Giulia e Publio!
 un incubo, un incubo di caos e terrore!

7.

Dopo che ebbe costruito la linea ferroviaria tra Roma e Ostia, e che questa ebbe un grande successo, Cesare ne progett lui stesso altre: una verso meridione, lungo la Via Appia, e una verso settentrione, lungo la Via Aurelia.
Molti gli dissero che era una follia, e che non sarebbero servite a nulla, ma Cesare impegn tutto il proprio denaro in quest'impresa, e altro ne prese in prestito, e altro ancora ne impegnarono i suoi soci, alcuni tra i maggiori capitalisti di Roma.
In Senato molti si opposero ai suoi progetti, e tra questi Catone, che lo accus di voler imprigionare l'Italia in catene di ferro. Altri per parlarono a suo favore, non soltanto Cicerone e Crasso, ma anche senatori cui offr molto denaro, e i suoi progetti furono portati avanti.
Cesare si occup personalmente di progettare le linee, e le locomotive, e i vagoni, e diresse tutti i lavori, mescolandosi senza ritegno a operai e capomastri, e scandalizzando molti. Diede cos lavoro a centinaia di migliaia di plebei, che da allora lo amarono ancora di pi, e presero a chiamarlo il loro re di Roma.
Plutarco, Vita di Cesare
Roma, otto giorni alle Calende di Maggio
Caro Magister,
come potrei mai ringraziarti abbastanza, come manifestarti la mia gratitudine, come dimostrarti il mio sollievo, per avermi riportato la mia Terenzia? La davo ormai per perduta, gettata nell'orrido baratro dell'Ade, e tu, attraversando i cieli come un eroe del mito, l'hai strappata alla morte come Orfeo con Euridice, creando cos un debito di gratitudine che non potr mai, mai estinguere.
Anche la mia cara Terenzia, naturalmente, ti ringrazia moltissimo. Ella ora onora il tuo nome come quello del suo salvatore, del suo nuovo padre, e ha preso a giurare per il nome di Cesare.
Ti dir poi che, da quando  tornata da questa brutta avventura, sembra davvero trasformata: tutti sanno purtroppo che, pur essendo una matrona nobile e dignitosa, era anche un po' bisbetica e a volte lamentosa, ma adesso invece  divenuta mite e tranquilla. Che meravigliosa trasformazione, Cesare, non soltanto hai salvato la vita della mia Terenzia, ma l'hai anche migliorata! Di quanto, dunque, dovr renderti grazie? Non basterebbe un tempio intero dedicato a te, per contenere i miei ringraziamenti!
Tale  il mio entusiasmo che ho preso a narrare a tutti coloro che incontro quanto  accaduto, affinch la grandezza della tua eroica impresa sia conosciuta, e possa aumentare la tua gloria, e la tua dignitas.
Devo dirti, per, che se molti la elogiano e la onorano, come peraltro merita, in altri ho notato una reazione tanto assurda quanto incomprensibile, per me. Credo che sia frutto di questa irrazionale mania religiosa che sta contagiando molti, perch alcuni hanno addirittura osato criticare quanto hai fatto, sostenendo che il cielo  riservato agli dei, e non agli uomini, e che solcarlo  segno di ubris che gli di puniranno, cos come hanno punito Icaro. Ecco a qual punto possono giungere gli invidiosi, e i cuori ottusi!
Tu per, nella tua grandezza, non ti curerai di loro, che sono sciocchi e hanno la testa piena delle chiacchiere degli imbroglioni che in questi giorni appestano le strade di Roma.
La posterit, se non i nostri tempi, riconoscer la grandezza della tua impresa, e il genio con cui hai saputo costruire la Venus genitrix.
Stammi bene.
Marco Tullio Cicerone
L'annuncio del console
di Marco Terenzio Varrone
Sono tempi duri per la nostra amata Roma, questo l'abbiamo ormai capito tutti: i marziani, per chiamarli come ormai li chiama la voce del popolo, che avanzano senza freni verso l'Urbe, spargendo devastazione, incendi e morte; le colonne di profughi, cittadini e sudditi pacifici e laboriosi della Repubblica, che hanno perduto tutto e sono in preda al panico; e le voci irrazionali che si diffondono sempre pi, e che raccontano assurde favole come quella secondo cui gli di avrebbero tolto la loro protezione a Roma, e intenderebbero distruggerla. E a questo, perch non aggiungere l'ultima inquietante impresa del Machinarum Magister, il volo della Venus genitrix, che ha turbato molti, e riempito il cuore di tutti di timore? Se i cieli ci danno segni circa il volere degli dei, infatti, come interpretare il volo di Cesare, a dispetto della volont degli di stessi?
Non sembra forse di rivivere i tempi che ci hanno narrato i nostri vecchi, quando Annibale era alle porte di Roma, e manovrava minaccioso, e sembrava poter distruggere la Repubblica, dopo aver distrutto i suoi eserciti, se soltanto lo avesse voluto? Eppure Roma  sopravvissuta ad Annibale, grazie al coraggio e all'avvedutezza dei suoi magistrati.
Per fortuna, ora come allora, i nostri magistrati non hanno perduto il senno, e il coraggio. Le legioni stanno affluendo da ogni parte della Repubblica pronte a schierarsi, ai comandi dei consoli, per affrontare e sconfiggere i marziani. Le truppe che non hanno tremato ad affrontare il punico Annibale, e il re Mitridate e che, pi di recente, hanno sconfitto l'arroganza del re svevo Ariovisto e del Surena partico, ne siamo certi, non tremeranno nemmeno questa volta, e non tradiranno il nome dei loro padri, che tante vittorie hanno conseguito.
I consoli tuttavia, nella loro costante attivit per tutelare la Repubblica, hanno giustamente pensato che ci potesse non bastare. Il console Lentulo, in particolare, ha ritenuto necessario rassicurare tutti i superstiziosi, il cui cuore trema di sciocche paure. Per questo, data la gravit del momento, ha dato ordine di consultare i Libri Sibillini, il nostro pi antico e sacro legame con la volont degli dei.
Il responso  stato chiaro, e lo stesso console Lentulo ha voluto anticiparcelo.
- Gli di vogliono da noi un segno che la nostra devozione  rimasta immutata. - Mi ha detto, con il suo viso pensoso concentrato. - Vogliono da noi un grande sacrificio, un sacrificio all'altezza dei tempi che stiamo vivendo, e che dimostri la nostra volont di mantenere a Roma il dominio del mondo. Se noi lo faremo, gli di ci mostreranno di nuovo il loro favore, permettendoci di sconfiggere i marziani.
- Che cosa vogliono dunque da noi gli dei, console Lentulo? - Gli ho chiesto.
- Gli di ci chiedono un sacrificio di sangue. - Mi ha risposto. - Un sacrificio di sangue come quello che i nostri padri operavano nei tempi antichi. Quattro schiavi, provenienti dalle quattro parti del mondo, un britanno, un lusitano, un africano e un parto verranno sacrificati in nome di Marte, il dio della guerra. Essi saranno sepolti vivi, e il loro sacrificio rinforzer il legame tra Roma e gli dei, e render le nostre legioni invincibili anche per i marziani.
Questa  la terribile dichiarazione del console Lentulo.
So bene che questo sacrificio turber il cuore di molti, deboli e sensibili, ma cos non deve essere. La Repubblica, la stessa sopravvivenza di Roma, dei Penati e dei Lari di tutte le famiglie sono in pericolo. Roma deve sopravvivere. Dobbiamo avere il cuore fermo, e avere fiducia nei nostri magistrati.
Gli schiavi vengono sacrificati ogni giorno: nelle miniere, nell'arena dei giochi gladiatori, addirittura per un capriccio dei loro padroni, e le nostre leggi, giustamente, non offrono loro alcuna protezione.
Perch allora dovremmo stupirci o turbarci se quattro di loro verranno sacrificati nel nome dell'interesse pubblico, della salvezza della Repubblica? Mai sacrificio fu pi giustificato, ha concluso il console Lentulo, e io concordo con lui.
Cuore saldo, Quiriti, e supereremo anche questa tempesta.
Da Rei Pubblicae Acta.
Sette giorni alle Calende di Maggio
Verbale dell'incontro tenutosi sette giorni prima delle Calende di Maggio, sotto il consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus, redatto da Apollodoro Siculo, segretario privato di C. Giulio Cesare.
Sono presenti all'incontro: C. Giulio Cesare, C. Mazio, Servilia, C. Valerio Catullo, C. Scribonio Curione, M. Antonio, M. Celio Rufo.
Prima ancora che inizi l'incontro, Catullo abbraccia molto espansivamente Cesare, ringraziandolo per aver salvato la sua amata Clodia. Dichiara che Clodia  tutta la sua vita, e altre espressioni che, credo, nessun ordinario uomo romano pronuncerebbe ad alta voce. Sembra che stia per mettersi a piangere, la sua voce  rotta dall'emozione. Afferma che non potr mai ripagare Cesare per quello che ha fatto.
Cesare appare molto seccato da una simile manifestazione sentimentale. Gli risponde seccamente che certamente trover un modo per consentire a Catullo di sdebitarsi.
Anche Mazio sembra imbarazzato, al contrario di Curione, Antonio e Celio (nota dell'autore: il motivo pu essere una differenza generazionale? Cesare e Mazio appartengono infatti a una generazione pi anziana, educata a reprimere i propri sentimenti pi di quella odierna). Servilia  imperscrutabile.
Cesare riprende le fila della discussione, affermando di aver convocato la riunione per decidere i prossimi passi comuni.
Curione appare stupito. Chiede che necessit vi sia di studiare altri passi comuni, se si tratta di Catone. Secondo lui, la guerra contro i marziani ha definitivamente sventato la manovra catoniana. Ora che la Repubblica  in pericolo, nessuno potr pi opporsi alle res novae, conclude.
Cesare, come ogni volta che si indicano i tripodi come marziani, fa una smorfia.
Servilia ribadisce che, a suo dire, Catone non si placher mai, e continuer la propria lotta contro Cesare finch avr vita, perch questa  la sua natura.
Celio interviene e chiede, in tono piuttosto acido, perch quando loro sono ospiti di Cesare non sono mai presenti gli altri suoi alleati come Crasso o i grandi capitalisti soci di Cesare. Fa capire di ritenere che forse qualcuno si vergogna della loro compagnia.
Antonio, Catullo e Curione paiono piuttosto imbarazzati. Servilia sembra invece sul punto di saltare al collo di Celio, se non fosse che Cesare, con un solo sguardo, la gela. I due si scambiano occhiate cos intense ed espressive che sembra di assistere a un dialogo, seppure muto.
Infine Cesare risponde, in tono piuttosto seccato. La sua  una risposta piuttosto lunga e puntigliosa, che cercher di riassumere per sommi capi. Il suo tono  assolutamente autoritario. Esordisce ricordando loro che quella  casa sua, tutti loro sono suoi ospiti, e che lui a casa sua invita chi vuole, senza dover risponderne a nessuno. Precisa tuttavia che, eccezionalmente, per questa sola volta dar ragione dei suoi inviti: Crasso  anziano, le sue idee sono piuttosto conservatrici, il suo contributo a una riunione come quella odierna non sarebbe molto costruttiva. Quanto ai capitalisti suoi soci, sono appunto suoi soci in imprese industriali, e non hanno alcun ruolo politico, per cui non partecipano alle riunioni di natura politica, ma soltanto a quelle ove si discutono questioni commerciali. Domanda infine il consenso di Celio per poter, pur a casa propria, proseguire nella riunione. Lo guarda negli occhi e Celio, dopo pochi attimi, abbassa lo sguardo.
Curione rompe il silenzio imbarazzato che si  creato ribadendo di non riuscire a capire che cosa possa fare Catone.
Servilia rileva che, tanto per iniziare,  stato lui con il suo ultimo discorso in Senato a dare la stura a tutte quelle manie religiose assurde che oggi dilagano.
Catullo obietta che Roma  sempre stato il ricettacolo di maniaci religiosi di tutto il mondo.
Servilia ribadisce che, se Catone non avesse pubblicamente menzionato in Senato quelle sciocchezze, non avrebbero poi trovato tanto credito.
In modo piuttosto incongruo, Antonio rileva che non sono tutte sciocchezze. Comunica di aver fatto visita a un aruspice etrusco, tale Spurinna, che ha trovato molto interessante.
Servilia sgrana gli occhi, ma stranamente non dice nulla.
Curione osserva che probabilmente Servilia ha ragione, perch se Catone non avesse fatto il suo discorso, il console Lentulo non avrebbe tirato fuori la storia del sacrificio umano.
Catullo chiede a Cesare il suo parere su questa storia del sacrificio.
Mazio rileva che siamo romani, non punici, e che il sacrificio umano  contrario alle nostre tradizioni.
Cesare aggiunge, citando Aristofane: Il povero pu diventare ricco, il brutto bello, l'ignorante colto, ma lo stupido rimarr sempre stupido.
Tutti ridono.
Cesare precisa che il problema non  la vita degli schiavi, perch naturalmente gli schiavi si possono anche uccidere, se ce n' bisogno, dato che la loro vita  irrilevante, e un tempo, secondo le tradizioni antiche, anche i Romani praticavano sacrifici umani. Il problema  che il sacrificio rischia di creare una falsa sensazione di sicurezza nel popolo romano, l'idea che si vincer sicuramente perch, dopo il sacrificio, gli di saranno dalla nostra parte. Ma, dato che quest'anno i consoli sono due idioti come Claudio Marcello e Cornelio Lentulo,  invece verosimile che le cose, guidate da loro, continueranno ad andare male, e allora il contraccolpo per il morale del popolo potrebbe essere assai negativo.
Tutti sembrano molto colpiti da queste osservazioni, e riflettono per qualche istante.
Curione osserva tuttavia che, in questo momento di fervore patriottico, nemmeno un tribuno della plebe pu parlare contro i consoli.
Cesare afferma seccamente di esserne consapevole.
Mazio riconduce la discussione al problema Catone. Chiede se hanno idea di che cosa possa fare.
Cesare dice che, secondo lui, cercher ancora di trovare il modo di sfruttare la superstizione che si sta diffondendo a proprio vantaggio.
Catullo domanda in che modo.
Mazio osserva che il vero problema con Catone  questo: non si riesce mai a sapere quello che ha in mente.
Antonio, in tono molto eccitato, afferma di aver avuto un'idea. Tutti alzano gli occhi al cielo, preoccupati da questa novit. Antonio si alza in piedi e, molto eccitato, chiede com' possibile che nessuno abbia mai pensato di chiedere a Giuniano, che com' noto  parente di Catone e ha con lui buoni rapporti, di farsi rivelare i propri progetti e quindi riferirli a Cesare.
Cesare invita seccamente Antonio a sedersi e evitare per il futuro di suggerire simili stupidaggini. Anzi, aggiunge, sarebbe meglio che evitasse di pensare, fin quando ci sono altri che lo fanno per lui (Antonio ride, non sembra per nulla offeso. Nota dell'autore: se Cesare avesse detto una frase simile a un altro nobile romano, quello si sarebbe indignato, e sarebbe divenuto nemico di Cesare per tutta la vita. Con Antonio per sono parenti, e questo gli consente una maggiore libert di linguaggio). Aggiunge che tutti sanno che Giuniano non farebbe mai nulla del genere, in quanto lo riterrebbe moralmente disdicevole.
Servilia, in tono tuttavia fortemente ironico, osserva che Giuniano possiede un alto senso morale.
Cesare concorda, anche lui per in tono molto ironico.
Antonio pare molto deluso.
Cesare osserva a quel punto che in realt l'idea di infiltrare qualcuno tra le fila dei catoniani non  sbagliata, ma non pu essere Giuniano.
Su questo punto la riunione si scioglie, senza alcuna decisione.
Il presente verbale riporta fedelmente quanto detto dai partecipanti alla descritta riunione, ed  redatto e sottoscritto da me, Apollodoro Siculo.
Annotazione di pugno di Cesare: Apollodoro, limitati per il futuro a riferire quanto detto dai partecipanti all'incontro, ed evita tuoi commenti personali, soprattutto sui rapporti tra me e mia moglie.
Roma, sei giorni prima delle Calende di Maggio
Caro tata,
so bene che tu ritieni quest'idea dei sacrifici umani una grande stupidaggine, e che fai mostra di non occupartene. Del resto, tu ti proclami epicureo, e quindi per te i Libri Sibillini non hanno molta importanza, anche se ogni buon romano deve crederci, no? Fanno parte della nostra storia, dopo tutto.
La tua devota figlia, comunque, dopo esser stata incredibilmente salvata da morte certa,  disposta a tutto pur di compiacere il suo eroico padre, cos io e Servilia abbiamo pensato che forse ti potrebbe interessare il racconto di prima mano del sacrificio, e abbiamo deciso di assistervi. Servilia immagino che ti riferir le sue osservazioni a voce, io invece te le trasmetto per lettera, perch da quando sono tornata da Baia Publio  divenuto ancora pi affettuoso del solito, e si addolora se rimango troppo fuori casa.
La cosa, ti dir,  stata davvero terribile, e ho avuto bisogno di un po' di tempo per trovare la calma necessaria per raccogliere le idee. Ora ho fatto un bel bagno caldo, mi sono rilassata, e sono quindi in grado di scriverti quello che ho visto.
Dunque, Servilia  passata di prima mattina a prendermi con una lettiga a casa alle Carene, e siamo andate insieme a prendere posto.
Pensavamo che sarebbe stato un problema trovare una posizione buona da cui vedere lo spettacolo, per questo siamo arrivate presto, ma davvero non avremmo mai pensato che ci fosse tanta gente ad assistere, tata! Sembrava che tutta Roma si fosse data appuntamento, questa mattina, davanti al Tempio di Marte Ultore! Per fortuna che noi eravamo su una lettiga, altrimenti credo che non avremmo visto nulla.
Appena arrivata ho riconosciuto non so quanti senatori, tra i quali tuoi amici come Cicerone, che probabilmente si vergognava di essere l perch cercava di nascondersi, e poi Catullo e Clodia, scandalosamente mano nella mano, Curione, Antonio che si pavoneggiava con una toga nuova che ne mostrava i muscoli del petto ( davvero molto muscoloso, per!) e tuoi nemici come Catone, che si aggirava tra la folla con l'aria di voler azzannare qualcuno, il suo giovane discepolo Favonio, e poi Domizio Enobarbo e Bibulo. Ho visto anche Terenzio Varrone, che prendeva appunti con uno stilo, e probabilmente domani scriver un grande articolo su quanto ha visto.
E c'erano tantissime matrone, dalle pi giovani alle pi anziane, tutte con gli occhi brillanti per l'eccitazione.
- Sentono l'odore del sangue, per questo sono qui, no? - Ho sussurrato a Servilia.
- E noi, perch credi che siamo qui? - Mi ha risposto lei, con aria maliziosa.
- Noi siamo qui per riferire a tata quello che vedremo! - Le ho risposto io, scandalizzata.
- Ah, certo, certo. Continua a ripeterlo, cos te ne convincerai. - Ha concluso il discorso lei, socchiudendo i suoi occhi verdi, che mi ricordano sempre quelli di un gatto. A volte, tata, devi riconoscere che tua moglie  strana, e anche un po' irritante!
E poi c'era una gran folla, di gente di tutti i tipi: mercanti e popolani, moltissimi operai con la loro aria sempre sporca e fuligginosa, stranieri un po' di tutte le terre, mi sembra di aver visto persino uno strano tipo con gli occhi a mandorla, e credo persino schiavi, che hanno approfittato della licenza dei padroni. Servilia mi ha detto che ha proibito ai vostri schiavi di assistere al sacrificio, pena la fustigazione, e penso che abbia fatto bene.
Tutti chiacchieravano allegramente, sembrava di essere al foro, o magari a teatro o all'arena prima dei giochi gladiatorii. Molti avevano portato dei croccanti, cos si sentiva nell'aria un odore di frittura in olio di cattiva qualit, una puzza fastidiosa. Era come una grande festa, anche il sole brillava alto in cielo per cui faceva caldo, ma una leggera brezzolina ci rinfrescava, e tutti sorridevano compiaciuti. Dopo tutto, con il sacrificio Roma rinsaldava il proprio patto con gli di, perch non essere contenti?
Poi  successa una cosa strana: ho avuto come l'impressione che il chiacchierio continuo si trasformasse in una specie di mugolio insistente, un ronzio come quello di migliaia di api tutte insieme, che d'improvviso mi  sembrato inquietante, quasi minaccioso. Le orecche hanno cominciato a dolermi e, non so perch, mi sono sentita turbata:  stato come se la vista mi si appannasse, un capogiro improvviso, e ho cominciato a tremare.
- Che cosa ti succede, Giulia? - Mi ha chiesto Servilia, quando se n' accorta.
Io ho scosso la testa. In un attimo, tutto  passato. Non avevo nessun motivo per esserlo, eppure improvvisamente mi sono sentita impaurita, con il cuore che batteva forte e veloce, come se avessi fatto una corsa.
- Non lo so. - Le ho risposto, ed era vero. Che cosa potevo dirle, che avevo paura ma non sapevo di che cosa? Avrei fatto la figura di una bambina sciocca, che penso sia quello che stai pensando tu in questo momento. -  solo che... non lo so.
Lei mi ha fissato. Hai mai notato che quando Servilia ti scruta,  come se ti passasse da parte a parte? Certo che lo sai,  tua moglie. Sai quindi che non  molto piacevole.
- Le donne della gens Iulia sono molto percettive. - Ha osservato lei, in modo per me enigmatico.
Lo so che tu troverai molto stupido tutto ci, ma ho voluto raccontartelo ugualmente, in modo che tu sappia proprio tutto.
All'improvviso sono arrivati i consoli, uscendo dall'interno del Tempio di Marte Ultore. Erano entrambi piuttosto corrucciati. Certamente anche tu hai sentito dire che Marcello  offeso con Lentulo, perch nel colloquio con Varrone si  preso tutto il merito dell'idea di consultare i Libri Sibillini. Qualcuno dice che  vero, altri no: per Ercole, chiunque li abbia visti in faccia quest'oggi non pu dubitare che abbiamo davvero litigato di brutto! Erano entrambi cupi, con gli occhi carichi d'ira, e cercavano di non incrociare l'uno lo sguardo dell'altro.
- Guarda, portano tutti e due la toga secondo l'antico cinctus Gabinus, con parte del capo coperto. - Mi ha sussurrato Servilia. - Quindi il sacrificio lo officeranno entrambi.
- Probabilmente nessuno dei due ha voluto lasciare l'onore all'altro. - Le ho risposto io, e lei ha annuito.
Io di l in poi avevo guardato soprattutto il pubblico, ma da quel momento ho cominciato a osservare con pi attenzione lo spazio dove si sarebbe svolto il sacrificio. Alcune cose le ho riconosciute, perch erano comuni a tutti i sacrifici: c'era l'ara, e il fuoco, su cui i consoli cominciarono a versare vino e incenso. Sembravano molto nervosi, e niente affatto a loro agio. Hanno cominciato a scrutarsi con aria sospettosa, come se temessero un imbroglio, o un errore, l'uno dall'altro.
- Non  cos che deve essere. - Ha detto Servilia, preoccupata.
Io ho annuito. Mi sembrava proprio che avesse ragione.
Accanto all'ara, e questo  invece una cosa che mi ha stupito, era stata scavata una piccola fossa, larga ma non molto profonda. D'improvviso ho capito a che cosa sarebbe servita, mi sono immaginata i quattro schiavi sepolti vivi, e mi sono sentita molto angosciata.
A questo punto, naturalmente, i tibicines, i suonatori di flauto che accompagnano il sacrificio, hanno cominciato il loro lavoro, e tutti si sono zittiti. I littori hanno portato davanti ai consoli quattro giovani schiavi. Erano davvero molto giovani, sai? Avevano l'aria tanto spaventata, e tremavano visibilmente. Il britanno era biondo, dalla carnagione molto chiara, con due baffi spioventi. L'africano era un bellissimo giovane dalla pelle d'ebano, alto e muscoloso come Apollo. Il lusitano era pi piccolo, dalla carnagione mora, sembrava un uomo del Sannio o del Bruzio. E il partico era un ragazzo dagli occhi fieri, i capelli acconciati in modo strano. Era l'unico che non tremava.
Tutti e quattro erano agghindati in modo imbarazzante: portavano infatti vistose vesti di seta colorata, e tra i capelli dei nastri colorati. Gli stessi nastri li portavano anche alle caviglie, mentre i polsi erano legati. Lo so che  l'usanza che gli animali sacrificati siano ornati con nastri, ma farlo anche con gli schiavi mi  sembrato, non lo so... poco rispettoso. Mi sono guardata attorno, e ho visto che molti dei presenti sembravano perplessi.
I consoli si sono avvicinati agli schiavi. Sembravano esitanti, per, e poco sicuri di s. Li hanno aspersi di vino e di mola salsa, la farina mescolata alla salamoia che si usa per i sacrifici, ma hanno avuto difficolt, perch quelli si agitavano e si muovevano, cos anche i littori ne sono rimasti inzuppati.
I tibicines continuavano a suonare la loro nenia, i consoli a ripetere la formula rituale quos me sentio dicere, e gli schiavi presero a gemere e lamentarsi nella propria lingua e a urlare disperatamente, in una cacofonia di rumori. Il tutto doveva essere solenne, ma non lo era per nulla. Sembrava pi la parodia di un sacrificio che quello che tutti si aspettavano.
Poi i littori trascinarono gli schiavi nella fossa. Quelli si agitavano, dando strattoni e rifiutando di muoversi, ed erano ragazzi robusti, e disperati, ma erano legati. I littori erano pi numerosi, e armati con le verghe dei fasci, che erano stati sciolti. Naturalmente in caso di bisogno avevano anche il cinturone con la loro rivoltella, da cui com' tradizione non si separano mai.
In ogni caso, dovevano lottare duramente per far sdraiare gli schiavi nella fossa loro destinata, perch quelli erano molto irrequieti. Quando ci riuscivano con uno lo legavano l, credo a un perno, in modo che non potesse pi uscirne. A un certo punto per lo schiavo africano  riuscito a divincolarsi, ha dato un gran scrollone ai littori, e si  liberato dalla loro presa.
- Di, ragazzo! - Gli ha urlato qualcuno. - Scappa!
Quello doveva tuttavia essere in preda al panico, perch in un primo momento si  solo guardato attorno, come un animale in trappola, e soltanto dopo un attimo di esitazione si  messo a correre, ma verso i consoli. Loro l'hanno guardato con orrore, e hanno interrotto la recitazione della sacra formula, rimanendo con la bocca spalancata, senza pi pronunciare parola. Per un attimo devono aver pensato che lo schiavo li avrebbe aggrediti, e Lentulo mi  sembrato sul punto di fuggire a gambe levate. Un littore per  riuscito a gettare una verga in mezzo alle gambe dello schiavo, e quello  scivolato, poi altri due littori lo hanno raggiunto e gli si sono seduti sopra, l'hanno bloccato e trascinato nella fossa. Quello scalciava come, come... non lo so come, sinceramente, e urlava in modo straziante.  stata una scena tristissima.
La folla cominciava a rumoreggiare, perch non ne stava venendo fuori un sacrificio che potesse essere gradito a Marte. I tibicines continuavano a suonare, quasi disperatamente, ma riuscivano a emettere soltanto un suono sgradevole, sgraziato. I consoli allora hanno ricominciato la ripetizione della formula sacra, ma le urla strazianti degli schiavi coprivano le loro voci, e ogni tanto si confondevano, e incespicavano.
- No, non cos. - Ha urlato qualcuno.
I littori hanno cominciato a buttare palate di terra sugli schiavi legati nel fosso. In quel momento il cielo, che sino a quel momento era stato terso, con un bel sole luminoso, si  improvvisamente coperto. Una grande nuvola scura lo ha coperto, lasciandoci tutti all'ombra, e il vento ha cominciato a soffiare forte, riempiendoci tutto d'un colpo le ossa di un freddo gelido.
Per lo stupore, i consoli si sono interrotti, e cos anche i littori.
- Continuate, forza! - Ha ordinato il console Lentulo.
- Che fa quell'idiota? - Ha sussurrato Servilia, scandalizzata. - Non lo sa che chi officia il sacrificio non deve pronunciare altro che le formule sacre?
La cosa doveva aver turbato anche altri, perch ho sentito qualcuno che mormorava che tutto ci era molto nefasto.
Intanto i littori hanno ricominciato a buttare terra nel fosso. Gli schiavi urlavano disperati, con una voce tanto tonante che credevo tutta Roma li avrebbe sentiti. Cercavano di tirar fuori dalla buca la testa, o le mani, e allora venivano colpiti con le vanghe. A un certo punto uno ha colpito il capo del parto, facendo un rumore sordo, che si  udito distintamente. La fossa si  riempita di sangue rossastro, che si  mescolato alla terra bruna. Il britanno invece era quasi gi del tutto coperto, ma una mano, una mano spalancata, con le dita allargate, lontane l'una dall'altra, usciva ancora dal suolo, come un germoglio appena spuntato.
- Non ho intenzione di assistere oltre a questa sconcezza. - Ha detto allora Servilia. - Andiamo via.
Io ho annuito. Mi sono accorta di avere gli occhi pieni di lacrime, e la voce non mi usciva dalla gola. Lo so, tata, che gli schiavi sono schiavi, e che la loro vita vale poco. Ma  stato tutto cos brutale, rozzo e umiliante. Indegno di noi, indegno di Roma.
Questo  quello che  successo, tata. Non so se tu riesci a trarne un qualche significato.
A me  sembrata una cosa terribile. Sono tornata a casa, e ho pianto, ho pianto fin quando non sono riuscita a smettere, e a scriverti questa lettera. E ora, mentre sto dettando questa mia lettera, sto di nuovo piangendo, per il ricordo dell'orrore di ci che  successo.
Ti saluto caramente, e cos anche Publio.
La tua
Giulia
Una voce dissenziente: l'opinione dei pitagorici
di Publio Nigidio Figulo
Il Divino Maestro Pitagora non approvava i sacrifici. Tutti lo sanno. Il motivo  semplice ed evidente: se, come Egli credeva, e come appare logico, dopo la morte le anime trasmigrano in altri corpi, umani o animali, quando si sacrifica un animale si cagiona dolore a un'anima che pu esser stata in passato un nostro amico o parente, o che magari lo sar in futuro.
Sappiamo che questa nostra dottrina scandalizza i devoti della religione tradizionale, ma questo credeva il Divino Maestro, e questa , ancora oggi, la nostra fede.
Se questo vale per il sacrificio di un animale,  evidente che tanto pi vale per il sacrificio di uno schiavo. Non perch, in effetti, secondo il nostro diritto uno schiavo sia molto di pi di un animale. Ma perch ognuno, anche il pi ottuso, non pu non riconoscere che gli schiavi sono esseri umani senzienti al pari di noi. Alcuni sono barbari primitivi, come i britanni, che sono probabilmente come eravamo noi mille anni fa. Ma sono certamente esseri umani, questo nessuno lo pu negare.
Ecco perch noi pitagorici siamo contrari al sacrificio avvenuto ieri: siamo contrari a tutti i sacrifici, ma ci pare che sacrificare quattro esseri umani sia particolarmente inumano, crudele e inutile.
Le anime di quei quattro schiavi potevano soltanto una generazione fa occupare il corpo di un cittadino romano, magari un vostro parente, o un vostro amico. Magari vostro padre. Questo pu sembrare scandaloso, ma  cos, perch cos ci ha insegnato il Divino Maestro Pitagora.
Ed  inutile, perch non  certo cos che si pu guadagnare il favore degli dei.  ad altro che dobbiamo guardare, se vogliamo che gli di ci guardino con favore, e se vogliamo che Roma sopravviva.
Il Divino Maestro Pitagora ci ha infatti insegnato che l'arch, il principio primo, sono i numeri. Ai numeri tutto si riconduce, e nei numeri ci sono tutte le risposte.
Nessuno sembra avere riflettuto attentamente sul motivo per cui tra i nostri nemici il numero tre si ripeta cos costantemente. Eppure ci non pu essere casuale.
Tre  infatti la somma tra Uno, la Monade, il principio primo, e Due, che  il principio femminile, indefinito e illimitato. Il Tre, in quanto somma tra Uno e Due,  invece maschile, e rappresenta il definito e il limitato.
Perch i nostri corpi sono basati su una simmetria duale (due sono gli occhi, le orecchie, le braccia, le gambe, le narici, i testicoli) mentre i nostri nemici rispecchiano un equilibrio totalmente diverso, triadico?
Quale significato ha l'opposizione tra il Due, che siamo noi, e il Tre, che sono loro? Queste sono le domande a cui bisogna trovare una risposta, affidandoci agli insegnamenti sempre validi del Divino Maestro Pitagora. Fin quando non avremo trovato questa risposta, potremo radunare legioni su legioni, cannoni e fucili, e chiss cos'altro ma non servir mai a nulla, perch Tre sar sempre pi di Due.
Da Rei Pubblicae Acta.
Sei giorni prima delle Calende di Maggio
Il presente articolo  stato pubblicato a pagamento dal Circolo dei Pitagorici di Figulo. La direzione non si assume alcuna responsabilit sul suo contenuto, che non condivide.

8.

Mentre costruiva le linee ferroviarie verso meridione e settentrione, Cesare decise che era necessario costruire a Roma il fulcro di tutto il sistema che andava edificando.
Progett quindi la prima grande stazione ferroviaria. Per aiutarlo chiam i migliori architetti di Roma, e disse loro che voleva l'edificio pi bello e imponente che riuscissero a immaginare. L'avrebbe pagato lui stesso, con le proprie sostanze, e sarebbe stato il suo dono per il popolo di Roma.
L'edificio che essi costruirono trova il proprio paragone soltanto nel Tempio di Artemide a Efeso, o in quello di Giove Ottimo Massimo nella stessa Roma. Tre ordini di grandi colonne in marmo, alte come mai ne erano state edificate, lo circondano. Il tetto  a cupola, la pi alta che sia mai stata costruita. Statue di di ed eroi, mosaici e affreschi brillanti si susseguono uno all'altro, uno pi splendido dell'altro, per condurre ai binari. Cesare volle che lo spazio lasciato per essi fosse molto grande, in modo da poter aggiungere nuovi binari, e nuove linee. E volle all'interno della stazione botteghe e locande, e un sistema di illuminazione perenne, in modo che l dentro fosse sempre giorno, e ci fosse sempre vita.
Quando tutto fu concluso, decise che quel luogo si sarebbe chiamato Stazione Iulia, in onore della gens cui appartiene ma anche, dissero alcuni, della propria figlia, che egli ha sempre amato appassionatamente.
Plutarco, Vita di Cesare
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Cinque giorni prima delle Calende di Maggio dell'anno del consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus.
Le conversazioni tra Cesare e Servilia sono sempre molto particolari. Pur essendo evidente che si amano, anzi, no, che sono irresistibilmente attratti l'uno dall'altra, e che apprezzano l'uno l'intelligenza dell'altro, quasi sempre assomigliano a incontri di pancrazio, senza esclusione di colpi.
Uno si  svolto questa mattina. Era poco dopo l'alba, e Cesare si preparava come suo solito a ricevere questuanti, clienti e cos via. Io, purtroppo, essendo il suo segretario privato, devo assistere per prendere nota degli impegni che lui si assume. Cos, anche se a volte preferirei dormire, tocca anche a me svegliarmi prestissimo.
Per Cesare naturalmente tutto ci non  uno sforzo: lui dorme poco, e all'alba  gi elegantemente vestito, profumato, calzato e, per quel poco che pu, pettinato, ed  fresco come una rosa, e intollerabilmente impaziente di iniziare una nuova giornata di lavoro. Nei momenti in cui, come questa mattina, a me calano le palpebre dal sonno, e mi sento brutto, vecchio e squallido, mi sembra quasi di odiarlo. Ma soltanto quasi, ovviamente.
Questa mattina, dunque, lui era nel suo cubiculum, che si beveva la sua tazza d'acqua tiepida, e intanto dettava lettere su lettere, quando  entrata Servilia. Pi che entrata, forse, sarebbe pi corretto dire che Servilia  piombata dentro. Sembrava appena sveglia, e non era vestita molto decentemente. Debbo confessare che, per una donna della sua et, credo si possa definire ancora piuttosto attraente, anche non truccata. La cosa non mi eccita granch, naturalmente, ma non si pu non riconoscere che il suo corpo  ancora molto tonico, e i segni del tempo non l'hanno intaccato troppo. Cesare l'ha guardata e ha sorriso, in quel modo malizioso che ha sempre di guardare le belle donne, e che le fa cadere tutte ai suoi piedi.
Servilia era per evidentemente infuriata: con i capelli tutti spettinati e ribelli, e gli occhi che fiammeggiavano, sembrava che interpretasse la Medea di Euripide, se alle donne fosse possibile. Per come conosco Cesare, vedere sua moglie cos infuriata deve averlo eccitato ancora di pi.
- Cesare! - Ha esclamato lei, entrando. Non era un saluto, sembrava pi un insulto.
- Servilia. - Ha risposto lui, con l'aria pi serena del mondo, fingendo che non stesse succedendo nulla, e continuando a dettare le sue lettere. - Dormito bene, domina?
Lei l'ha guardato, e per un attimo ho avuto l'impressione che digrignasse i denti.
- Fuori! - Ha ordinato lei a tutti i presenti. Gli scribi si sono affrettati ad allontanarsi. L'avrei fatto volentieri anch'io, se lui non mi avesse fermato.
- No, Apollodoro, tu resta. - Mi ha ordinato lui, alzando una mano con aria distratta. I suoi occhi per brillavano maliziosi, come quando pregusta uno scontro. - Come mio biografo questa scena potrebbe interessarti. Il titolo del capitolo che scriverai sar: Cesare doma una Menade furibonda.
- Non fa ridere, Cesare. - Ha detto lei, mentre io mi accomodavo in un angolo, facendomi piccolo e tentando di passare inosservato.
- E io infatti non sto ridendo, Servilia. - Ha risposto lui, ma i suoi occhi lo smentivano. Ha preso una pergamena scorrendola velocemente con lo sguardo e, fingendo di non essere interessato alla conversazione, ha chiesto: - C' qualcosa che ti turba, domina?
- Questa notte non sei tornato a casa. - Ha detto lei, fissandolo come se pensasse di leggergli nel cuore la verit.
- Oh, una crisi di gelosia. - Ha commentato lui. Mi  sembrato un po' deluso. - Siamo ancora a questo punto?
Lei ha scosso la testa.
- So che non sei stato con una donna, Cesare. So che sei stato dai consoli, sino a tarda notte.
Anch'io ero piuttosto sorpreso, dato che non ne sapevo nulla, e l'ho guardato. Lui ha sorriso, con aria un po' meno divertita.
- Roma sar anche la capitale del mondo, ma  anche una piccola citt pettegola, davvero. - Ha scosso il capo, continuando a leggere.
- Gli schiavi vedono tutto, e parlano tra loro. - Ha spiegato lei. - E i miei mi riferiscono quello che pensano mi possa interessare.
- Certo. Molto utile, per quanto ovvio. - Ha finito con tutta calma la sua tazza d'acqua calda, e l'ha poggiata sul tavolo.
- Sei tu che hai chiesto il colloquio, o sono loro che ti hanno convocato? - Ha chiesto lei, con il tono dell'avvocato che interroga l'imputato. Credo che la voce di Cicerone non avesse un timbro diverso mentre processava Verre, anni fa.
Cesare ha sospirato, poggiando anche la pergamena.
- Servilia, ti pare una domanda degna della tua intelligenza? - Ha risposto. - Conoscendo i nostri consoli, pensi davvero che convocherebbero mai per un colloquio un uomo che non  nemmeno senatore, un uomo bandito da Silla e tornato a Roma soltanto grazie alla corruzione di Crasso? Un uomo che avevano intenzione di distruggere meno di un mese fa? - Ha scosso la testa, sorpreso. - I nostri valorosi consoli non si sognerebbero nemmeno di convocare un uomo di un ceto tanto pi basso del loro.
Il suo tono voleva essere scherzoso, ma era pieno d'amarezza. In quel momento, per l'ennesima volta, ho capito quanto Cesare soffre per essere stato escluso dalla vita politica, che ritiene il vero campo d'attivit di un nobile romano quale lui . Eppure, il suo sconfinato orgoglio non gli permetterebbe mai di partecipare alle elezioni per le cariche pi basse, come ormai dovrebbe fare se volesse entrare in politica, o di competere con giovani che ritiene troppo inferiori a lui.
- Quindi, hai chiesto tu un colloquio con loro. - Questa volta  stato il turno di Servilia: ha scosso la testa, sconcertata. - Perch l'hai fatto, Cesare? Perch hai accettato di abbassarti cos, di umiliarti chiedendo un colloquio con quelle due nullit, tanto inferiori a te? - Sembrava tanto incredula che, per un attimo, ho creduto si mettesse a piangere.
- Perch loro sono i legittimi consoli, Servilia! - Ha esclamato lui, stizzito. La sua mano destra si  contratta, quasi volesse stringerla a pugno, ma il suo autocontrollo ha avuto il sopravvento, e l'ha rilassata. - Loro governano Roma, io no, per Ercole!
Ha fatto due passi verso la porta, quasi volesse andarsene, sfuggire a quel colloquio, poi ha cambiato idea, e si  di nuovo voltato verso di lei.
- E la tua dignitas, Cesare? - Ha insistito lei, indignata. - L'hai gettata alle ortiche, cos.
Gli occhi di Cesare si sono fatti di ghiaccio. Quando assumono quell'espressione, si pu benissimo immaginare che stia per uccidere qualcuno.
- Servilia, non ho bisogno che tu mi faccia lezione sull'importanza della mia dignitas, la conosco e la onoro. - Anche il suo tono era glaciale. - Io discendo dai re, che governano gli uomini, e dagli dei, che creano i re, e so quanto vale la mia eredit. In questo momento, per, il destino e la sopravvivenza di Roma sono in gioco, e ho deciso di fare il mio dovere, come cittadino di Roma, indipendentemente dalla mia dignitas.
Io avevo i brividi, tanto il tono di Cesare mi aveva agghiacciato. Servilia invece evidentemente  abituata a tenergli testa, e proprio per questo secondo me lui la stima, perch non ha tremato nemmeno un istante.
- E dunque? - Ha chiesto. Si  addirittura messa le mani ai fianchi, con aria minacciosa, e l'ha guardato fisso. Medusa, pi che Medea, ho pensato, osservando il suo sguardo terrificante. - Che cosa  successo?
Lui ha sospirato.
- Servilia, che cosa vuoi che ti dica? - Ha abbassato il tono di voce, quasi che il ricordo di quel colloquio fosse doloroso per lui. - Ho parlato per ore con quei due aspiranti eroi che non hanno mai visto una battaglia, con quei condottieri che non hanno mai comandato nulla. Ho spiegato loro che, dopo la buffonata del sacrificio e tutti gli errori che hanno fatto, il morale dei Romani  basso. Che non ha senso partire con quattro sole legioni per affrontare i tripodi, quando ne stanno affluendo altre. Che  pazzia affrontare i tripodi senza sapere nulla delle loro effettive capacit belliche, dei loro eventuali punti deboli. Che nei miei laboratori stiamo sviluppando nuove, pi potenti armi, e che quindi sarebbe utile attendere che siano pronte invece di gettarsi cos sconsideratamente all'attacco.
- E dunque? - Ha ripetuto lei.
- E dunque, Servilia? - Ha chiesto lui, in tono ironico. - Davvero, conoscendo Marcello e Lentulo come li conosciamo, hai bisogno che ti racconti quello che  successo? Davvero non riesci a prevederlo? - Ha chiuso gli occhi e, questa volta, davvero ha stretto i pugni. - Hanno riso, Servilia, hanno riso, gli idioti! Mi hanno chiesto quando mai io abbia comandato una legione, per dare consigli a loro, che sono i consoli. Mi hanno chiesto quali guerre abbia condotto, per essere cos esperto di cose militari. Come se non sapessero che  stato Silla a privarmi della carriera militare, a impedirmi di diventare uno dei pi grandi condottieri della storia, di rivaleggiare con Alessandro il Grande, come avrei potuto! Mi hanno detto che non devo disturbarmi a inventare nuove armi, perch ho gi fatto abbastanza per distruggere il tradizionale modo di combattere romano! Questo hanno avuto l'impudenza di dire a me, a Caio Giulio Cesare! - Ora i suoi occhi erano carichi di furore, e non stento a credere che, se avesse avuto i consoli tra le mani, davvero li avrebbe strangolati.
Io ero stupefatto per ci che Cesare stava dicendo. Ho guardato Servilia, per vedere la sua reazione. Lei invece adesso pareva pi tranquilla.
- Ecco. - Ha commentato. - Ora capisco perch non sei tornato a casa. - Sembrava stranamente commossa.
- Io avrei potuto ucciderli, in quel momento. - Ha aggiunto Cesare. Aveva gli occhi chiusi, e sembrava che non parlasse con noi, ma con se stesso. - Sarebbe stato mio diritto, perch stavano ridendo di un patrizio romano, di un discendente di Venere, che annovera dei re tra i propri antenati. E loro stavano umiliando la mia dignitas! Se avessi voluto, avrei avuto i mezzi per farlo: me ne stavo l, dinnanzi a loro, con in mano un bicchiere di piombo, da cui avevo bevuto il pessimo vino che mi avevano offerto. Avrei potuto usarlo come un'arma, e ucciderli entrambi. Io sono forte e veloce, allenato, lo sai, e loro non erano pronti, rilassati e sicuri di s com'erano, li avrei uccisi prima ancora che capissero quello che stava succedendo. - Sembr crogiolarsi per qualche istante in quella fantasia di morte. - In quel momento ho visto il loro sangue scorrere sul pavimento, ho visto la luce dei loro occhi chiudersi, ho ascoltato l'ultimo loro respiro. Avrei potuto farlo, s.
- Ma non l'hai fatto. - Ha detto Servilia. - Hai scelto di non farlo.
- No. Non l'ho fatto. - Ha risposto Cesare. Il suo tono era quasi stupito. - Non perch la loro vita sia importante, anzi prima moriranno meglio sar per Roma. E non perch abbia avuto paura: non l'avevo affatto. No, non l'ho fatto perch in quel momento non sarebbe stato utile, n intelligente. Ho sacrificato la mia dignitas per Roma.
- S, Cesare. - Ha detto Servilia. - Hai fatto bene.
Lui ha sorriso.
- Sono andato alle scuderie, ho preso Dita e ho cavalcato tutta la notte, sotto la luna, da solo.  stato molto rilassante.
-  per questo, dunque, che non sei tornato a casa.
Cesare ha annuito. Servilia sembrava commossa per quella confessione. Lui invece ha subito riacquistato lo straordinario controllo di s che ha sempre. Ha sorriso, come se fosse stato tutto uno scherzo, e mi ha guardato.
- Bene, credo che l'anticamera sia piena di persone con problemi, e non  giusto farla aspettare. - Ha ammiccato, con quell'aria di chi la sa pi lunga di tutti. - Apollodoro, credo che ora tu possa uscire dall'angolo buio in cui ti sei cacciato. Questa mattina io e mia moglie non ci uccideremo a forza di cattivi pensieri. Per magari questo episodio nella biografia che scriverai non lo inserire, eh? Cerchiamo di selezionare gli episodi in cui Cesare fa la figura migliore, altrimenti che cosa rimarr della sua fama presso i posteri?
Io ho annuito, ancora turbato.
- Andiamo, Apollodoro, andiamo a sentire che cosa vogliono i miei clienti.
E io, naturalmente, l'ho seguito. Cesare  convinto che il suo colloquio con i consoli sia un episodio da nascondere perch, da romano quale , sente di esser stato umiliato da loro. A me invece, da greco, sembra che si sia comportato molto bene, per cui ho voluto riportarlo nel mio diario. Un giorno, quando davvero inizier a scrivere la biografia di Cesare, decider se inserire o no questo episodio.
Roma, cinque giorni prima delle Calende di Maggio.
Magister,
mi avevi chiesto di tenerti informato su Lucio Vezio. Gli uomini che avevo incaricato di assisterlo mi dicono che  scomparso.
Si era ripreso piuttosto bene, come sai, quanto meno dalle lesioni fisiche, anche se la sua mente non sembrava ancora tornata quella di un tempo.
Questa mattina sono andato a visitarlo nella villa vicino ad Arpino in cui si stava curando, ma non c'era pi. I custodi della villa riferiscono che  partito ieri, a piedi, verso Roma, e che non  tornato.
Non c' bisogno che ti dica che rintracciarlo sar praticamente impossibile. Mi dispiace di quanto  successo, ma gli uomini avevano l'incarico di curarlo, non di sorvegliarlo, perch nessuno pensava fosse cos pazzo da fuggire.
So che non li incolperai di ci che  successo.
Stammi bene.
Caio Mazio
Roma, quattro giorni alle Calende di Maggio.
Mia amata Clodia,
sono cos felice che, in questi giorni cos pericolosi, cos inquieti per Roma, tu te ne stia al sicuro, nella mia natia Verona! Lo so, in confronto a Roma  un piccolo borgo selvaggio, privo di cultura e vita mondana, ancora sprofondato nelle arretrate tradizioni galliche, ma almeno  molto, molto lontano dai marziani.
Dopo tutti i pericoli che hai corso a Baia, mi sembra che non vi sia luogo abbastanza lontano dal pericolo ove puoi stare. Tu sei il mio cuore, la mia vita, il mio respiro, mia amata Clodia, e io non posso vivere sapendoti in pericolo!
Io so che, se ti succedesse qualcosa, anche se fossi lontano mille leghe da te il mio cuore cesserebbe di battere nello stesso istante del tuo. Non riesco nemmeno a contemplare un pensiero cos orribile! Se tu sapessi quanto sono stato terrorizzato, quanto ero in angoscia quando tu eri in quella villa campana, circondata dalle fiamme. Mille volte sono morto, mille volte mille!
Ora per bando a tutto ci, poich quando sei partita per Verona ti ho promesso che ti avrei informato su ci che succedeva a Roma, e ho intenzione di mantenere scrupolosamente la mia promessa.
E oggi  davvero successo qualcosa, perch questa mattina i consoli sono partiti con quattro legioni verso sud, per affrontare i marziani. Che notizia, no? Potevo mancare a una simile occasione, per poi riferirtene?
Tu sai che io non ho di sicuro un animo guerriero, per persino io, forse il romano meno marziale della storia, mi sono offerto ai consoli come legato. Come puoi immaginare, non sapevano cosa farsene di un ex poeta che in passato ha dato scandalo per le sue liriche amorose, ma che  totalmente privo di esperienza bellica, per cui mi hanno rifiutato, e credo non abbiano perso nulla.
In ogni caso, non potevo non andare a vedere le legioni che partivano per la guerra. Un tempo, lo sai bene, le legioni si radunavano sul Campo di Marte e da l partivano, a piedi, per la loro destinazione. Quanto  cambiato tutto ci, con le res novae di Cesare! Le legioni si sono radunate questa mattina alla stazione Iulia, perch sarebbero andate verso la guerra a bordo dei suoi treni.
Che caos, che caos che c'era, mia amata! Sotto la grande cupola della stazione, i nostri bravi legionari si aggiravano tra le colonne di marmo, sui pavimenti coperti di mosaici della stazione, carichi di tutta la loro dotazione, con i loro fucili in spalla, ma erano come spersi, perch non sapevano su quale treno dovevano montare, e non lo sapevano in quanto nessuno si preoccupava di dirglielo.
I centurioni vagavano tra loro con aria feroce, come sempre, urlando con il consueto tono autoritario, usando il bastone sulla schiena di chi capitava, ma anche loro non ne sapevano di pi, per cui facevano salire una coorte su un vagone, poi arrivava un ordine contrario e la facevano scendere, e sono andati avanti cos per tutta la mattinata. Anche i legati non sapevano che pesci pigliare! Gli unici che sembravano tranquilli e felici di tutto quel trambusto erano i consoli che, fieri e impettiti nella loro nuova veste di condottieri di eserciti, si esibivano come pavoni, tutti pieni di s e inconsapevoli dell'irritazione collettiva che stava montando.
Non si accorgevano, evidentemente, dei mormorii e persino delle urla che partivano al loro passaggio, perch dopo la figuraccia che hanno fatto con il sacrificio dei quattro schiavi molti romani sono certi che la loro spedizione sia destinata all'insuccesso.
- Gli di vi hanno abbandonati! - Ho sentito urlare da alcuni, mentre i consoli passavano, preceduti dai littori. Alcuni portavano com' tradizione in guerra i fasci armati con le scuri, altri invece avevano spianato le loro rivoltelle. Non  un buon segno, credo, che i consoli di Roma debbano abbandonare la citt per andare in guerra scortati da uomini armati.
Molti dei presenti erano parenti dei legionari arruolati, e tra questi tanti piangevano, disperati.
- Li manderanno al macello, i nostri figli. - Mi ha detto un padre, che si  presentato come veterano delle campagne di Pompeo in Asia, quindi non certo un vile.
- Gli di hanno tolto il loro favore a Roma. - Ha aggiunto la madre, una povera donna il cui volto era sconvolto dai singhiozzi e dalle lacrime. - Marte ha deciso di distruggere Roma. Chi ci pu salvare?
E non erano soltanto i parenti dei soldati a coltivare questo timore: tra la folla di militari e civili vagavano anche alcuni dei nostri nuovi superstiziosi, seguaci dei culti sulla fine di Roma che stanno nascendo. Andavano in giro a urlare che la fine era vicina, che tutto era inutile, che i legionari erano gi morti, perch i marziani non avrebbero lasciato loro scampo.
Puoi immaginare, mia amata, quale fosse l'umore dei nostri prodi soldati, circondati da parenti in lacrime, fanatici che li danno per morti, centurioni disorientati e ufficiali disinteressati a loro. Per dirla breve, vagolavano per le immense banchine della stazione con gli occhi carichi di presentimenti di morte, come gi fossero nell'Ade. Io, come ti ho detto e sai, sono l'ultimo esperto di cose militari che puoi trovare a Roma, ma un po' le persone le capisco, e guardando negli occhi di quei soldati non ho visto ardore o il coraggio, ma li ho visti gi scorati e abbattuti, come se avessero gi perduto la battaglia.
E non ti dico la cavalleria! Far salire i cavalli sui treni  ancora pi difficile che farci salire una coorte di legionari, come puoi immaginare. Gli animali nitrivano, scalpitavano, qualche cavaliere  stato disarcionato, un legionario si  preso uno zoccolo in pieno volto... cos si  aggiunto caos a caos, come se ce ne fosse ancora bisogno.
Nella gran baraonda, forse ti piacer saperlo, si  distinto un nostro amico: Marco Antonio. Lui  riuscito ad arruolarsi, proprio tra gli ufficiali della cavalleria. E perch no?  un giovane forte e coraggioso, direi persino spavaldo, e credo che la guerra, non la politica, sia il suo vero elemento. In mezzo a cavalli e uomini armati, con la corazza di maglia aperta sul petto gigantesco, le braccia muscolose scoperte, la voce che tuonava ordini, sembrava pi a suo agio e sicuro di s di quanto l'abbia mai visto.
- Che pasticcio, vero, Caio Valerio? - Mi ha chiesto. La sua voce rimbombava tra gli spazi immensi della stazione come quella di un dio, con grande effetto scenico. Che lui comunque rovinava perch intanto ghignava, come se quello fosse uno scherzo che lo divertiva molto. - Che gran pasticcio!
- Proprio cos. - Gli ho risposto io, stupidamente.
In quell'istante il suo cavallo si  quasi imbizzarrito, ma lui  riuscito a riprenderne il controllo.
- Hai visto, l c' Publio Crasso, il figlio di Crasso il Ricco. - Mi ha indicato un ragazzo giovane, molto bello, dall'aria seria e perbene, che si stava dando da fare per dare un po' di ordine a un altro reparto di cavalleria. - Quello che era sull'aeronave quando Cesare ha salvato tua moglie.
- Ah. - Ho detto io. Non  stato certo un commento molto brillante, lo confesso, ma la situazione era talmente assurda, le urla, le maledizioni, i pianti che rimbombavano sotto la grande cupola, i legionari che marciavano assurdamente di qua e di l, i centurioni che berciavano, i cavalli che scalciavano, i treni che sbuffavano... tutto cos assurdo che mi sembrava un incubo, non la realt.
- Anche lui si  arruolato in cavalleria. - Ha aggiunto Antonio. -  bravo.
- Forse dovrei andare a ringraziarlo. - Ricordo di aver detto.
Ma lui ha scosso la testa.
- Non credo proprio che sia il momento. Qui  tutto un caos tremendo, penso proprio che abbia ragione chi dice che gli di ci hanno abbandonato. - Dopo averlo detto ha sorriso, o forse ha soltanto mostrato i denti, con un'espressione da lupo. - In ogni caso, ci sar da divertirsi.
E se n' andato, spingendo il suo cavallo in mezzo a un gruppo di legionari, che si sono sparpagliati in disordine. Mi ricordo di aver pensato che era triste che anche Antonio, un ufficiale di cavalleria, fosse preda di quello sconforto superstizioso. Ma era davvero immotivato?
Del resto, anche a non voler essere superstiziosi, come dubitare dell'incompetenza di due consoli come Marcello e Lentulo, che in vita loro non hanno mai comandato alcunch? Eppure, legalmente, a loro spetta il comando, e non ci pensano nemmeno a cederlo a qualcuno pi esperto.
Alla fine, comunque, forse grazie agli dei, tutto si  mosso, seppure con grande difficolt. I consoli sono rimasti a lungo sulle banchine, e accanto a loro ho visto Terenzio Varrone, che li stava intervistando. Poi hanno annunciato, tra le urla di disapprovazione, che i sacrifici avevano avuto esito positivo, e che gli di ci erano favorevoli. I suonatori hanno cominciato con le loro nenie, i centurioni a forza di strepiti e bastonate sono riusciti a radunare gli uomini attorno alle aquile, i reparti si sono un po' mescolati ma, bene o male, sono saliti tutti sui treni, che uno alla volta, rumorosamente ed emettendo i soliti pestiferi fumi neri, sono partiti per il Mezzogiorno.
Sono rimasto l fin quando non  partito anche l'ultimo treno, immerso nella folla di parenti in lacrime. Non so perch, ma mi sembrava giusto cos. Poi mi sono voltato per tornare a casa e, proprio in quel momento, sorpresa!, chi ti vedo? Cesare con la figlia, la tua amica Giulia. Lei era molto bella ed elegante, in un vestitino corto un po' audace, ma sembrava piuttosto triste. Del resto  ovvio, no?,  la moglie di Publio, e nessuna brava moglie  felice, credo, quando il marito parte per la guerra. E lui, Cesare, voglio dire, drappeggiato in una toga in stile asiatico, molto elegante e raffinata, dardeggiava tutt'attorno quello sguardo terrificante che mette su quando  davvero arrabbiato, e che terrorizza chiunque gli stia vicino.
- I consoli sono degli assoluti incompetenti! - Ha esordito, in tono secco, senza lasciarmi nemmeno il tempo di salutarlo. - Non si parte per la guerra in queste condizioni, con questa disorganizzazione, senza disciplina, tra le lacrime e le maledizioni! Possibile che non capiscano quanto  importante il morale dei loro uomini? Non bastava quella stupida sceneggiata del sacrificio umano, non sono stati buoni nemmeno di organizzare qualcosa che infondesse un po' di ottimismo nelle truppe!
- Tata  convinto che se ci fosse lui al comando le cose sarebbero molto diverse. - Ha detto Giulia, sorridendo in modo triste. Deve essere un argomento di conversazione abituale, tra loro. - Vedere le legioni che partono senza di lui lo rende sempre malinconico.
Cesare l'ha guardata, con aria davvero seccata.
- Non sono malinconico, sono furibondo per la loro incompetenza. - Ha ribattuto lui. - Non c' nulla di peggio dell'incompetenza dei comandanti, in guerra. In guerra i soldati muoiono,  naturale. Ma per colpa dei generali incompetenti gli uomini muoiono inutilmente, e questo  un crimine. La stupidit  il peggiore dei crimini, in guerra. - Ha taciuto per qualche istante, e si capiva che era davvero rabbioso, poi ha aggiunto: - E questa non  certo la guerra in cui ci possiamo permettere di perdere migliaia di uomini, pensando che tanto vinceremo comunque.
Io ho annuito, ma sinceramente non ero molto interessato alle sue parole, che mi sembravano oziose. Io certo non capisco nulla di cose belliche. Ma Cesare che  un grande inventore, un astuto finanziere e industriale, addirittura un abile politico, a quanto pare, certamente non  un generale, per cui mi pare sterile che si metta a pontificare su un argomento che non pu conoscere. Cos l'ho salutato frettolosamente, e me ne sono andato.
Questo , dunque, quello che  successo, mia amata. Le legioni sono partite, e tutta Roma  preda di un oscuro presentimento. Quasi tutti sono convinti che i consoli faranno qualche errore terribile, o comunque che il destino ci sia avverso, e che dunque le nostre truppe siano condannate. Combatteranno con grande valore, probabilmente, ma saranno sconfitte. E poi, che accadr di Roma? Un'ala di cupa depressione copre, come una nuvola nera d'ombra, i nostri animi. Io stesso me ne sento oppresso, mentre ti scrivo.
La tua lontananza, mia amata,  la mia disperazione, e la mia consolazione insieme. Non  strano? Continuo a essere lacerato nell'animo, pensando a te, come decenni fa, quando scrissi quella sciocca poesia in cui ti dicevo che ti amavo e odiavo insieme. Vorrei averti vicina, per poterti abbracciare e per baciare i tuoi occhi, la tua bocca. E sono felice che sei lontana, perch cos so che sei al sicuro, e io morirei se ti capitasse qualcosa.
Mi manchi. Mi manchi. Mi manchi. Mi manchi.
Caio Valerio Catullo
Roma, tre giorni alle Calende di Maggio.
Cara Servilia,
tu sei stata gentile a confidarti con me, e anch'io voglio aprirti il mio cuore, e raccontarti ci che ho fatto.
Ieri, dopo la partenza di Publio con l'esercito, sono tornata a casa, e ho pianto, per la tristezza di aver visto partire mio marito, in un esercito che tutti predicono destinato a una tremenda sconfitta.
Mio suocero si aggirava per i corridoi di casa, e anche lui piangeva, e poi alzava i pugni al cielo, maledicendo gli di che hanno abbandonato Roma, e poi si pentiva, e ricominciava a piangere.  convinto anche lui che l'esercito sia perduto, che i marziani distruggeranno Roma, e teme per la sua famiglia e, in primo luogo, per il povero Publio, che si trova in prima linea, per cos dire.
Puoi capire quanto tutto ci mi abbia spaventato. So da tempo che mio suocero non ha la fermezza d'animo di tata (nessuno  come lui, non  forse vero?  per questo che entrambe lo amiamo). Crasso  per un importante nobile romano, ha partecipato a molte guerre, ha comandato legioni, e se anche lui si fa prendere cos dallo sconforto, che dobbiamo fare noi, povere donne?
Ho pianto tutta la notte, te lo confesso. E al mattino, ho preso una decisione bizzarra.
Sono andata nella Suburra e, proprio come hai fatto tu, ho consultato Spurinna. Lo so, io non ho mai dato molto credito agli aruspici, proprio come tata, del resto. Ma se molti romani ci credono, perch non dovrei farlo anch'io? Che cosa avevo da perdere? E poi, rimanere in quella casa con mio suocero che gi si dispera mi sembrava ancora pi inutile che consultare un aruspice etrusco. Cos ho lasciato la mia casa delle Carene e sono tornata nella Suburra.
Sai, credo che se tu non mi avessi descritto la sua abitazione nella tua lettera, mi sarei spaventata, e non avrei trovato il coraggio di entrare. Invece ero preparata, e l'ho fatta.
 davvero uno strano tipo, il tuo Spurinna, Servilia!
Il suo servo mi ha portato da lui, che ho trovato sporco fino ai gomiti di farina. Il nostro indovino stava cucinando delle focaccine di farro, e le stava impastando lui personalmente. Era cos buffo che mi sono messa a ridere.
- Vuoi una focaccina, domina? - Mi ha chiesto, con quell'aria scanzonata che credo tu ricordi.
- Non sono venuta per quello. - Gli ho risposto, ancora ridendo e scuotendo la testa. - Il mio nome  Giulia, sono la figlia di Caio Giulio...
- Cesare. - Ha concluso lui, guardandomi fisso. - Lo so, domina, ti ho riconosciuta.
- Sono cos famosa? - Ho chiesto io, in modo un po' frivolo.
- Ascolta, Giulia, - mi ha risposto lui, in tono invece serio - io mi ero appena trasferito a Roma quando la figlia del Re della Suburra, la radiosa principessa bionda che tutti amavano,  andata in sposa a Publio Licinio Crasso. Ricordo benissimo quando, vestita come una regina e bella come una dea, sei passata a salutare ogni famiglia della Suburra, prima di andare a vivere nella elegante casa della famiglia di tuo marito alle Carene, e hai regalato a ciascuno dei sesterzi. Anch'io li ho presi, pur se ero appena arrivato.  stato molto bello, da parte vostra. Molte famiglie hanno campato un po' con quei soldi.
Io non sapevo che cosa rispondere. Naturalmente non mi ricordavo di lui, anche se ricordavo quella giornata assurda e faticosa in cui tata mi aveva obbligata a passare di casa in casa per tutta la Suburra, come se ogni popolano fosse un nostro vecchio amico.
- Ascolta, domina: io per non credo che tu sia venuta da me per parlare del giorno del tuo matrimonio, e neppure per mangiare una mia focaccina, anche se sono molto buone. - Ha aggiunto, con il suo buffo accento etrusco. - Ho ragione, domina?
Ho annuito. Quell'uomo ha davvero il potere di sconcertare la gente.
- Allora ascolta, facciamo cos: - mi ha detto - tu vai a compare un animale per il sacrificio, e io mi dar una ripulita. Non  che posso divinare tutto sporco di farina, no?
Io ho fatto cos, mi sono precipitata fuori da quella casa, ho comprato una colomba e sono tornata, pi in fretta che ho potuto. Spurinna intanto si era ripulito e, quando mi ha visto, ha sorriso.
- Una colomba? Una scelta adatta a te, direi... - Ha detto, prendendola dalle mie mani. - Che cosa vuoi sapere, Giulia? Ti tormenta il destino di tuo padre, o quello di tuo marito?
- Sono venuta qui per sapere del destino di mio marito.  lui che  in pericolo, ora.  partito con l'esercito, contro i marziani. - Ho risposto.
- Ah, certo. - Ha detto lui, mentre osservava la colomba. -  per questo che hai pianto tanto, si capisce. Per a volte i pericoli sono in agguato dove meno uno se lo aspetta.
Dopo questa curiosa affermazione ha ucciso la colomba con le sue mani, con un coltellino le ha estratto il fegato e ha cominciato a misurarlo, con strani strumenti che sembravano quelli che si usano per misurare gli angoli, ma molto pi piccoli. Ogni tanto annuiva, sorridendo.
- S, non ci sono dubbi. Tuo marito sar esposto a un grande pericolo, domina. - Mi ha detto, infine, sorridendo. Io ho trattenuto il respiro, e ho sentito i miei occhi che si riempivano di nuovo di lacrime. - Oh, no, domina, non devi piangere. Non  un pericolo da cui non possa sopravvivere. Se sar prudente e coraggioso, come sa essere, sopravvivr anche a questo grande pericolo. La situazione di pericolo potr anzi essere per lui un'occasione per coprirsi di gloria, s, potrebbe essere una grande occasione, per lui.
Cos mi ha detto, mentre io, Servilia, lo devo confessare, piangevo senza freni.
- S, tuo marito potr sopravvivere. Anzi, la cosa pi probabile  che sopravviva, anche se nei prossimi giorni affronter grandi pericoli.
Quando ha finito, mi ha dato un fazzoletto e poi, sempre osservandomi con quei suoi occhi astuti e ironici, ha aggiunto:
- Ascolta, domina, credo che Servilia ti abbia detto che non mi sono fatto pagare da lei la mia divinazione. Per se adotto lo stesso metro con tutte le giovani matrone, non avr pi il denaro per comperare la farina e il miele, e allora come far a cucinare le mie focaccine?
 stato pi forte di me: mi sono messa a ridere. Quelle parole, il suo tono, i suoi occhi ironici, tutto era troppo divertente! Un po' piangendo un po' ridendo, un'assurda combinazione, per cui mi sembrava di essere tornata bambina, l'ho pagato e sono andata via.
Bene, Servilia, sono d'accordo con te: questo Spurinna  davvero un tipo bizzarro. Devo confessare per che dopo averlo consultato mi sono sentita un po' rincuorata, quindi posso dire che  stato denaro ben speso.
Ti saluto.
Giulia

9.

Si dice che un giorno Cesare, ospite di una villa di Crasso in campagna, stesse osservando i servi che utilizzavano un torchio per le uve, che avevano appena colto, per fare il vino.
In quel momento, secondo quanto  divenuto in seguito leggenda, Cesare avrebbe avuto la prima intuizione. Secondo le sue abitudini, una volta nata questa nuova idea si chiuse nel laboratorio e, con l'aiuto di Mamurra, cominci a elaborare progetti, e a fare sperimentazioni, finch non riusc a creare il primo torchio da stampa.
- Che utilit potrebbe mai avere una macchina di questo tipo, Cesare? - Gli chiese Crasso, quando vide, che riusciva a stampare libri con pi velocit e regolarit degli scribi. - Non abbiamo forse scribi a sufficienza per copiare i libri che ci interessano?
- Pi libri, Crasso, vuol dire pi idee. E pi idee significa pi ricchezza per Roma. - Rispose Cesare.
Crasso non cap questa risposta ma, ancora una volta, si verific che Cesare aveva avuto ragione.
Plutarco, Vita di Cesare
L'ora pi difficile
di Marco Terenzio Varrone
Da quando le prime notizie sull'esito della grande battaglia che ha visto impegnate le nostre forze contro i marziani sono giunte a Roma, un velo di disperazione si  steso sull'animo di tutti i nostri concittadini.
Il messaggio che  arrivato  drammatico, nella sua semplicit: l'esercito sconfitto, le legioni annientate, i consoli morti, il nemico avanza verso Roma. Che aggiungere, allora, a queste terribili notizie?
Roma non affronta un momento cos difficile da quando, due secoli fa, l'intero suo esercito fu annientato da Annibale, sulla piana di Canne. Anche allora migliaia di soldati caduti, anche allora un nemico che pareva invincibile, il Punico crudele e astuto, che aveva sconfitto gi tre eserciti romani, e che si temeva potesse conquistare Roma, rimasta indifesa. Anche allora, soprattutto, la stessa sensazione di sconforto e disorientamento nell'Urbe.
Eppure, allora Roma fu salvata, perch la popolazione tutta si strinse attorno al Senato, che trov in s l'energia e le fermezza per resistere e poi sconfiggere il nemico. Quando il console Varrone, sopravvissuto alla battaglia, torn a Roma, il Senato tutto lo ringrazi per non aver disperato nella salvezza della patria, e non ci furono recriminazioni e accuse sconsiderate, perch ognuno pens soltanto all'interesse della Repubblica.
Cos deve essere anche oggi. I consoli Caio Marcello e Publio Lentulo erano due valorosi e abili condottieri, che onoravano gli di e hanno condotto meglio che si poteva l'esercito, e che sono caduti combattendo coraggiosamente contro un nemico di troppo superiore. Con coraggio degno delle migliori tradizioni del nostro esercito, i consoli hanno addirittura personalmente affrontato in duello i marziani, e hanno resistito a molti colpi, soccombendo infine soltanto alla sfortuna, cui nessun mortale pu resistere. Qualsiasi accusa nei loro confronti  semplicemente ingiusta.
Nessuno avrebbe potuto fare meglio di loro, e questo  certo, perch le condizioni erano troppo sfavorevoli. Eppure essi, da uomini coraggiosi, nobili romani quale furono, accettarono la battaglia, confidando nel valore delle nostre truppe, che non  stato sufficiente contro la potenza dei marziani.
Formulare accuse in loro confronti sarebbe dunque indegno del vero animo romano. Ora dobbiamo stare tutti uniti, e trovare un modo per sostituire i consoli che sia conforme alle nostre tradizioni.
Soprattutto, dobbiamo avere fiducia nel Senato che, come sempre, sapr trovare la soluzione migliore per la salvezza di Roma.
Da Rei Pubblicae Acta, Calende di Maggio
Roma, Calende di Maggio
Caro Publio,
probabilmente non potrai mai leggere questa lettera, perch non saprei come fartela recapitare. Forse sei stato bruciato dai marziani, e sei morto, o giaci ferito in un fosso, o forse stai vagando per strade affollate, lacero come un mendicante, privo di memoria e incapace di tornare a casa. Questi sono i pensieri atroci che continuano a torturare la mia anima, da quando ho saputo della terribile sconfitta: vedo il mio amato Publio, bello, giovane, audace come sempre, ma lo vedo coperto di sangue, mutilato, indifeso.
 un pensiero terribile, che non mi d pace.
Eppure voglio ugualmente portare a termine questa lettera, perch spero che la dea Venere, che protegge la nostra famiglia, abbia voluto proteggere anche te, e salvarti dai pericoli, e farti tornare a casa. Quando sarai tornato, ti mostrer questa lettera, e tu vedrai quanto sono stata coraggiosa, ed entrambi rideremo di sollievo, al pensiero di ci che poteva accadere e non  stato.
Da quando il telegrafo ha portato la notizia della terribile sconfitta, mio caro Publio, il terrore si  diffuso su Roma. Chi aveva parenti o amici tra le legioni, cio buona parte del popolo romano, credo, piange o geme, e giorno e notte si sentono echeggiare soltanto lamenti; molti fanno sacrifici agli di, che per secondo altri ci hanno ormai abbandonato; molti di pi si fanno tentare da strani culti che predicano la fine di Roma, o addirittura del mondo.
Roma  confusa: i consoli sono morti, e non c' nessuno che per adesso si sia preso la responsabilit di guidare la Repubblica. La fiducia nel Senato  arrivata a livelli minimi, perch molti incolpano i senatori di aver permesso a consoli inetti di portare al macello il nostro esercito. Si dice che alcuni senatori nemmeno escano pi di casa, alcuni per la disperazione, altri per la paura.
Le botteghe sono chiuse, perch i negozianti sono troppo spaventati per aprirle. E, per lo stesso motivo, i contadini hanno smesso di lavorare nei campi, e gli operai negli opifici.  come se il tempo si fosse fermato, quest'oggi, a Roma. Da troppo tempo la nostra citt, padrona del mondo, non avverte il brivido di sentire minacciata la propria sopravvivenza da un nemico invincibile, e non sa che cosa fare.
Oggi su Rei Publicae Acta  uscito uno sciocco pezzo di Varrone, il trombettiere del regime senatorio: ha scritto le solite cose che scrive sempre, che dobbiamo avere fiducia nel Senato, se saremo tutti uniti andr tutto bene, e cos via. Paragona la nostra situazione attuale a quella che c'era dopo la battaglia di Canne, come se fosse possibile paragonare Annibale ai marziani, esseri divini o extraterrestri che siano!
Bene, mi hanno riferito che proprio Varrone, dopo l'uscita del suo pezzo, era l che si aggirava nel Foro, tronfio e compiaciuto di s come suo solito, quando alcuni l'hanno riconosciuto e hanno cominciato a insultarlo, e altri gli hanno addirittura tirato delle pietre.  stato costretto a scappare a gambe levate, e a tornare a casa di corsa! Questo solo per dirti com' il clima oggi, a Roma. La gente non tollera pi di sentirsi dire di aver fiducia, ch tutto andr bene, perch ha visto che cos non .
Come potrai immaginare, tuo padre non ha preso molto bene le notizie che sono arrivate. Se tutti i romani gemono, lui  tra quelli che geme di pi. Non credevo ti amasse tanto,  davvero sconvolto e inconsolabile. Tuo fratello Marco cerca di fargli coraggio, ma sembra impossibile. Qualcosa sembra essersi spezzato, dentro di lui. Spero che tu ritorni presto, perch soltanto questo potr sollevarlo.
Mio padre, invece... tu sai com' fatto Cesare. Nei momenti difficili diventa freddo come il ghiaccio, e sembra addirittura divertito, pi la situazione si fa disperata. Dice di essere sicuro che tu te la sei cavata, perch sei un giovane coraggioso e forte. Dice di non essere sorpreso di quello che  successo, perch sapeva che l'esercito, in mano a due incompetenti come i consoli, avrebbe fatto una brutta fine. Un esercito senza generali, ha detto. E un generale senza esercito, ha aggiunto ironicamente Apollodoro Siculo, che mi sembra a volte si prenda troppe libert verso mio padre. Dice che lui da giorni sta facendo piani per questo momento, in modo da poter salvare Roma.
- Se Silla non mi avesse tolto ci che  mio, - mi ha detto oggi - avrei potuto prendermi io la responsabilit diretta di salvare Roma. E l'avrei salvata, questo  certo. Cos non , per, grazie a quel vecchio assassino, e quindi ho dovuto studiare un'altra soluzione.
Non ha voluto dirci per quale sia.
- Non  ancora il momento di svelarla. - Ha sorriso, in quel suo modo astuto. - Quando lo sar, ci sar una gran bella sorpresa per tutti, credetemi.
Io prego per la salvezza di Roma, mio caro Publio ma, ti confesso, pi ancora prego per la tua. So quanto sei valoroso, e questo da un lato mi rincuora, ma dall'altro mi spaventa. Temo che tu ti sia lanciato in qualche impresa sconsiderata, senza pensare alla tua vita, e alla tua povera moglie. Perdonami se te lo dico, ma a volte preferirei essere la moglie di un vigliacco, uno che se ne  rimasto a Roma, senza smaniare per andare a combattere. O di un imbelle come Catullo, che i consoli proprio non hanno voluto tra le loro schiere.
Mentre scrivo questa lettera, ripenso al responso di Spurinna, l'aruspice etrusco che, ora te lo confesso, ho consultato sul tuo ritorno: diceva che utilizzando prudenza e coraggio ti saresti salvato, anche se avresti affrontato un gran pericolo. Io lo spero, perch la mia vita senza di te sarebbe buia e triste.
Stammi bene, Publio. Io prego per te.
La tua Giulia
Dalla Terra dei Morti, Calende di Maggio
Magister,
ti scrivo, perch tu solo puoi capirmi, tu che discendi da Venere. Nel tuo sangue scorre l'icore divino, e quindi tu mi puoi capire, perch gli di mi hanno parlato.
Io all'inizio non capivo, perch sono un bifolco stupido e ignorante, ma ora so. Sono gli di che hanno voluto parlarmi, attraverso il fuoco, e il dolore, e il buio. Io prima non li sentivo, ma ora li sento chiaramente, e capisco anche quello che vogliono da me.
Gli di immortali vogliono che io parli al loro discendente, che sei tu, e che gli spieghi che cosa deve fare, e io lo faccio.
Gli di immortali, Magister, hanno condannato Roma. Essi me l'hanno detto chiaramente. Hanno inviato i tripodi per distruggere Roma, perch l'hanno condannata.
Troppe sono le ingiustizie che Roma ha commesso, troppi i vizi del popolo romano, poca la sua piet. Gli di si sono riuniti e hanno deciso: Ora basta!. Poi ci hanno pensato su e hanno detto: Distruggiamo Roma. E hanno mandato i tripodi, che nessuno pu sconfiggere, perch nessun mortale pu sconfiggere gli di.
Per poi gli di si sono detti: Noi amiamo Cesare, e la sua famiglia. Come fare per salvarli?. Ci hanno riflettuto e alla fine hanno deciso: Mandiamo Lucio Vezio a dirglielo.
Loro me l'hanno ordinato, e io lo faccio e ti avviso: fuggi da Roma, Magister. Fuggi da Roma, perch l'Urbe  condannata, e sar distrutta, e con essa tutti i romani, e coloro che in Roma dimorano. Tu e la tua famiglia, per, potete salvarvi, perch io, Lucio Vezio, ti ho avvertito.
Gli di te lo ordinano, Magister: fuggi da Roma, se vuoi salvarti. Io ti ho avvertito.
Lucio Vezio
Velletri, Calende di Maggio
Mia amata Giulia,
ti scrivo da Velletri, dove gli scampati alla terribile sconfitta che ci hanno inflitto i marziani si stanno raccogliendo. Spero che questa mia lettera ti possa arrivare, in qualche modo, per rassicurare te e la mia famiglia anche se il servizio postale, come tutto il resto dell'esercito, peraltro,  nel caos pi completo. Forse la dar ad uno schiavo, ordinandogli di recapitarla a Roma, e sperando che non ne approfitti per fuggire via.
Prima di tutto: s, sono vivo, e non sono ferito. O meglio, non sono ferito gravemente: soltanto qualche bruciatura qua e l, e una contusione per una caduta da cavallo. Comunque sono in piedi, e questo  gi pi di quanto possano dire molti.
La strage  stata terribile, Giulia, terribile al di l di ogni descrizione. Non pensavo di poter mai nella mia vita vedere un esercito romano cos completamente disfatto. Le nostre legioni sono state massacrate, condotte al macello da quei due imbecilli che rispondevano al nome di Caio Claudio Marcello e Publio Cornelio Lentulo Crus. I consoli debbono soltanto ringraziare di essere morti perch, se non fossero caduti, sul mio onore di Licinio li avrei trascinati davanti a una corte per essere giudicati per la loro negligenza criminale.
Tutto  andato male, Giulia, tutto  andato male sin dall'inizio, in questa maledetta campagna.
Ora sono seduto sotto una tenda di fortuna, ti scrivo questa lettera appoggiandomi su un barilotto vuoto che conteneva non so che cosa, e attorno a me gli uomini gemono e si lamentano per le ferite, e hanno il volto bruciato, gli occhi accecati, le membra straziate. Sento il ronzio delle mosche, che volteggiano avide sulla carne bruciata dei miei commilitoni. Le mie narici sono piene della puzza che emanano i corpi umani quando sono straziati dal fuoco, e temo che per tutta la vita non potr pi percepire altro odore che non sia questo. Vedo legionari pietosi che si aggirano tra i feriti, e ficcano il loro gladio nel petto di quelli che soffrono di pi, ponendo cos fine al loro dolore. Vorrei farlo anch'io, ma non ne ho il cuore.
Eppure, tutto ci non mi sembra vero, perch ci che i miei occhi hanno davanti continuamente sono le immagini dei giorni scorsi, che ci hanno condotto sin qui.
Mi rivedo sul treno lanciato verso il Meridione, i vagoni troppo carichi che ondeggiano, le locomotive che faticano a trascinarci, il fumo acre che il vento spinge nei nostri occhi, nelle nostre gole. Siamo senz'acqua, perch n i consoli n altri ci hanno pensato, e la tosse scuote i petti di quasi tutti, le gole scatarrano rauche.
Rivedo i volti degli uomini accanto a me: legionari il cui cuore  dominato dal timore superstizioso, convinti di essere stati inviati a combattere contro la volont degli dei, sconfitti prima ancora che la battaglia inizi.
Risento ci che gli uomini si dicono, a bassa voce, timorosi di farsi sentire dagli ufficiali.
- Nessuno pu sfidare gli di. - Dice uno, scuotendo la testa.
- Gli di ci hanno tolto il loro favore. - Bisbiglia un altro.
- Roma  finita. Moriremo tutti.
Come combattere contro i bisbigli, le mezze parole, gli sguardi bassi e gli occhi spenti?
Rivedo il momento in cui finalmente siamo scesi dai treni, in prossimit della linea di avanzata dei marziani. Noi sporchi di fuliggine, distrutti dalla tosse, assetati, molti legionari inginocchiati a terra, senza forze, in preda ai conati di vomito, e davanti a noi colonne di profughi ancora pi sconvolti, terrorizzati, disperati, uomini feriti con tremende bruciature che si trascinano lungo la strada con sforzo enorme, accompagnati da donne e bambini in lacrime.
Tutti questi, per lo pi cittadini romani, si rivolgevano ai consoli per avere un aiuto, imploravano un soccorso e i consoli, nelle loro corazze lucenti, belli e profumati come se fossero appena usciti dalle terme, li guardavano con occhio sdegnato, indifferenti.
- Noi siamo qui per spazzare via i marziani. - Dice il console Marcello. - Non certo per aiutare voi che, vili, avete abbandonato le vostre case senza combattere.
E poi, davanti a tutto l'esercito, che assiste allibito, si mettono a litigare su argomenti fondamentali: a chi spetter il comando il giorno della battaglia, chi dar l'ordine d'attacco?
Ti confesso, Giulia, che in quel momento ho rimpianto di non esser rimasto a Roma, mi sono pentito di aver tanto brigato per entrare in quell'esercito, destinato all'ignominia, di non aver dato retta a tuo padre, che tutto ci me l'aveva predetto, come se l'avesse visto, proprio come lo vedevo io in quel momento.
E che dire della battaglia? Quale esempio di incompetenza, di inettitudine hanno dato i nostri consoli!
Al comando della mia torma di cavalleria, sono stato incaricato subito, prima ancora che gli uomini, e soprattutto i cavalli, potessero riposarsi, di andare in esplorazione. Tu non puoi credere quanto erano stanchi, gli uni e gli altri, Giulia, eppure l'abbiamo fatto, ci siamo trascinati avanti, senza sosta, e non ci siamo dati un momento di respiro, vagando da una parte all'altra dell'Alta Campania, fin quando non abbiamo trovato il nemico.
Che spettacolo tremendo che sono, questi marziani. Non avevo idea che fossero cos orribili, cos... alieni: i loro movimenti rigidi e innaturali, i loro corpi con tre membra, i loro tre occhi, tutto  cos assurdo. Vederli attraversare la bella campagna campana era strano, tanto erano visibilmente fuori posto, l. In quel momento ho avuto la certezza che i superstiziosi hanno torto, e tuo padre ha ragione: se il dio Marte avesse voluto scagliarci contro suoi inviati per distruggerci, mai avrebbe usato come propri strumenti delle creature cos sgraziate e prive di armonia, a pena di essere cacciato dall'Olimpo dagli altri di.
Che volata che abbiamo fatto, pure stremati come eravamo, per portare notizie ai consoli! E non ti dico come sono stato accolto nella tenda del comando, dove i due consoli se ne stavano sdraiati su triclini coperti da soffici cuscini, a bere un buon vino, a spiluccare acini d'uva da un bel grappolo turgido, mentre il resto del loro esercito non aveva da mangiare o da bere. Sembrava fossero dispiaciuti che proprio la mia torma avesse trovato i nemici. Mi hanno interrogato come se fossi una spia, non un comandante della loro cavalleria. E alla fine, proprio mentre me ne stavo andando, si sono messi a litigare, ancora una volta. Io sono uscito scuotendo il capo, preda sempre pi di cattivi pensieri.
Le immagini che pi di tutte non riesco a scacciare dalla mia mente, mia cara Giulia, sono per quelle della battaglia.
Era poco dopo l'alba, ricordo, quando noi subordinati siamo stati convocati dai consoli. Pensavamo che volessero darci gli ordini per la battaglia, invece era ben altro quello che volevano. In nostra presenza, i consoli e gli auguri hanno portato del becchime alle galline sacre, per celebrare il sacrificio che precede la battaglia. Volevano che riferissimo alla truppa che tutto era andato bene.
Quando per abbiamo visto le galline che, invece di beccare il cibo, lo cacciavano via con le zampe, credo che non uno di noi non abbia pensato che quello era l'ultimo presagio, e che eravamo tutti condannati a morte.
Gli auguri sono impalliditi, incerti. Anche Marcello evidentemente non sapeva che fare. Lentulo ha fatto ancora peggio, perch ha cercato di afferrare una gallina per costringerla a mangiare, ma quella gli  scivolata via, e lui  caduto per terra, come un goffo salame.
- Non riesce a sconfiggere una gallina. - Ho sentito dire, dietro di me, dal vocione inconfondibile di Marc'Antonio. - Figuriamoci come potr sconfiggere i marziani!
Quando Lentulo si  rialzato, Marcello, terreo, gli ha lanciato uno sguardo carico di disprezzo, poi ha detto:
- Comunicate alla truppa che il sacrificio ha avuto esito positivo. Gli di sono con noi. - E ci ha licenziati.
- Sacrilegio. - Ho sentito dire da qualcuno mentre ci allontanavamo.
- Nemmeno Caio Flaminio ha mai osato tanto. - Gli ha risposto un altro.
La truppa naturalmente sapeva quello che era successo prima ancora che noi tornassimo. Non si possono ingannare i soldati romani, conoscono troppo bene i loro capi.
La battaglia  iniziata con l'attacco della nostra artiglieria. Forse saprai, Giulia, che i consoli hanno deciso di portare con s soltanto otto pezzi d'artiglieria, nonostante ce ne fossero altri disponibili.
- Sar il valore dei legionari a sconfiggere i marziani, non le res novae di Cesare. - Aveva risposto Marcello a chi gli aveva chiesto ragione di questa scelta.
Quando per i consoli hanno visto i marziani, cos implacabili e terribili, cos lontani da tutto ci che conosciamo, avanzare proprio verso di loro, si sono fatti prendere dal panico e hanno improvvisamente cambiato idea: hanno fatto mettere in batteria i pezzi in tutta fretta, e hanno ordinato di iniziare subito il bombardamento.
Non si sono preoccupati, gli stolti, di sapere quale fosse la gittata massima dei pezzi. Hanno dato l'ordine troppo presto, quando i marziani erano troppo lontani, cos le palle di cannone sono cadute a distanza, senza nemmeno sfiorarli. Quando ormai erano a tiro, i nostri cannoni avevano esaurito le munizioni, perch i consoli, per non sovraccaricare i trasporti, avevano deciso di portarne pochissime.
Capisci in quale gorgo di incompetenza e criminale stupidit mi sono trovato invischiato?
A quel punto, i consoli hanno ordinato alle legioni di attaccare frontalmente i marziani, e a noi della cavalleria di aggirarli sulle ali.
Quattro legioni che mai avevano combattuto insieme, mai nemmeno si erano addestrate insieme, hanno cercato di spiegarsi su un fronte angusto, a valle di una conca. Una manovra che avrebbe messo in difficolt un esercito di veterani, e loro l'hanno ordinata cos, senza alcuna preparazione! I comandi erano confusi, i reparti si sono mescolati, gli uomini non avevano nemmeno capito che cosa dovevano fare, e ci sono volute ore prima che potessero muoversi.
Io intanto con la mia torma mi stavo allontanando, per noi stavamo risalendo un modesto rilievo, per cui potemmo osservare dall'alto, come se fossimo stati a teatro, quel misero spettacolo, indegno della disciplina e dell'efficienza delle legioni romane.
Alla fine i legionari, accalcati l'uno sull'altro come pesci in una tonnara, sono riusciti ad avanzare verso i marziani, che per parte loro parevano assolutamente indifferenti a tutto quel trambusto, e procedevano con il loro passo rigido e lento, cadenzato.
Per un attimo, mi  sembrato che un silenzio assoluto fosse calato su di noi. Per un solo attimo, non ho pi udito nulla, come se un dio mi avesse tolto quel senso. Poi tutto  ripreso, inesorabile come soltanto le disfatte possono essere.
 come se avessi ancora tutto davanti ai miei occhi, Giulia: vedo le prime coorti, quelle pi avanzate, caricare e puntare i fucili, una selva di armi da fuoco dritte verso i marziani. Sento i centurioni ordinare di mirare bene, e poi di fare fuoco. Odo l'esplosione di centinaia di armi che sparano simultaneamente, un rumore che scuote e fa tremare tutta la valle. Vedo il fumo levarsi dai loro fucili e, per un attimo, coprire il campo di battaglia alla mia vista. Mi sembra persino di percepire l'odore di polvere da sparo, pur a distanza come sono. E infine vedo con orrore che non un solo marziano  caduto, non un marziano  stato colpito.  stato come lanciare un pugno di miglio contro un uomo coperto da armatura: i nostri colpi rimbalzavano su di loro, e i nemici continuavano ad avanzare, come se nulla fosse successo.
- Per Giove! - Ho sentito esclamare da qualcuno vicino a me. - Sono invulnerabili!
- Gli di li proteggono! - Ha urlato un altro.
- Silenzio, uomini! - Ho ordinato io.
Ho visto che le nostre fila per un attimo si sono sbandate, colpite come da un maglio dall'invulnerabilit dei nemici. I centurioni, pistola in pugno, hanno per subito ripreso il controllo della situazione, ordinando ai legionari di innestare le baionette sui fucili. Un assalto frontale, alla baionetta, contro i marziani, questo era l'ordine folle giunto dai consoli!
Eppure i nostri si preparavano a eseguirlo, e con i fucili puntati avanti a s cominciavano a correre contro i nemici.
Fu in quel momento che scoppi il caos. Perch i legionari che avanzavano di corsa finirono dentro un muro di fiamme, che si era levato d'improvviso proprio innanzi a loro. Giulia, io sto cercando disperatamente di dimenticare le scene strazianti che ho visto: gli uomini che bruciano come pire, che fuggono come tizzoni ardenti lanciati nel vuoto, i loro corpi carbonizzati. E le urla, le loro urla atroci!
In quel momento ho visto Domizio Enobarbo, che comandava il grosso della cavalleria sul nostro fianco, ordinare la carica. Ho alzato il braccio, pronto a dare anch'io il medesimo ordine. Per qualcosa mi ha trattenuto, e non l'ho fatto.
- No, non farlo! - Gli ho invece urlato, pur sapendo che non avrebbe potuto sentirmi.
I tripodi non hanno nemmeno avuto bisogno di volgersi di lato, contro la cavalleria che li stava caricando, perch con i loro tre occhi riescono a vedere ci che accade tutt'attorno a loro, senza dover voltare il capo. Le fiamme hanno avvolto cavalli e cavalieri, in una scena tragica e oscena.
Hai mai visto, Giulia, un cavallo fuggire, avvolto dalle fiamme che lo stanno bruciando vivo, nitrendo come impazzito? No, non l'hai visto, perch a nessuno di noi era capitato di assistere a un simile orrore, prima della nostra disfatta.
Intanto, al centro del nostro schieramento, i tripodi continuavano ad avanzare, inesorabili. Ogni istante uno dei nostri avvampava e bruciava, come colpito dal fulmine di Giove. Torce umane rese folli dal dolore, si voltavano e fuggivano, mescolandosi ai legionari ancora in avanzata, scompaginandone le schiere.
 stato a quel punto che le nostre fila sono cadute in preda al panico.
- Fuggiamo! - Ho sentito urlare, pur dal punto in cui mi trovavo. Non era stato un solo uomo a urlare, ma centinaia e centinaia, tutti insieme.
Un boato di assenso ha accolto quell'urlo. I legionari si sono voltati, hanno gettato i loro fucili e, come un sol uomo, si sono dati alla fuga, travolgendo chiunque li ostacolasse e a sua volta non fuggisse.
Una calca atroce si  formata, soldati calpestati, uomini che urlano, sangue dappertutto, e i tripodi che continuano, lenti ma invincibili, ad avanzare, bruciando tutto ci che trovano davanti a s. Ho visto i consoli, a cavallo, voltarsi per fuggire anch'essi ma, troppo lenti, impacciati dalle loro cavalcature, essere travolti dagli uomini che indietreggiano, una specie di marea umana in preda al panico. Li ho visti cadere da cavallo, essere travolti dai loro stessi soldati in fuga, esser calpestati e straziati dai calzari di centinaia di soldati in preda al panico, in fuga. Questa  stata la vera fine dei consoli Marcello e Lentulo, qualunque altra cosa venga detta in futuro.
In quel momento mi ha raggiunto Antonio. I suoi occhi erano fuori dalle orbite, nemmeno riusciva a parlare tanto era sconvolto.
- Che strage! Che strage! - Mi ha urlato, come fossi diventato sordo. -  tutto finito!
- Antonio! - Gli ho urlato io, di rimando, perch riprendesse il controllo di s. In quell'istante il suo cavallo si  imbizzarrito, e si  impennato, cos dovette faticare per dominarlo di nuovo.
- Ebbene, - mi ha chiesto, pi calmo, dopo esserci riuscito, - che facciamo?
Io gli ho risposto, prima ancora di pensare a quello che stavo dicendo.
- Cerchiamo di aiutare quelli che sono caduti. Raccogliamoli e portiamoli via sui nostri cavalli.
Lui ha sorriso, con quel sorriso fanciullesco e scanzonato che gli assicura, cos mi dicono, tanto successo con le donne. D'improvviso era ridiventato l'energico comandante di cavalleria che conosco.
- Bene. Andiamo. - Mi ha detto. Si  voltato ed  entrato in azione. Antonio, ho capito, odia l'incertezza, non saper che cosa fare.  felice soltanto quando  in movimento, quando ha ordini.
Questo abbiamo fatto nelle ore successive: ci siamo buttati con i nostri cavalli in mezzo alla marea, cercando di evitare che i caduti venissero calpestati da quelli che fuggivano, raccogliendoli e portandoli in salvo. Due volte sono caduto da cavallo, mentre lo facevo, e una volta le fiamme dei tripodi mi hanno sfiorato, strinandomi i capelli. Per siamo sopravvissuti, e abbiamo portato in salvo bravi soldati romani, che non meritavano di morire.
L'esercito, ferito, sconfitto, umiliato, si  ritirato su Velletri. Non so nemmeno dirti chi lo comandi, ora. Probabilmente nessuno, e si muove per forza d'inerzia. Ci siamo accampati attorno alla citt, ma ovviamente non abbiamo nessuna possibilit di difenderla. I marziani la raggiungeranno presto, e i duoviri cittadini l'hanno capito, senza che nessuno glielo spiegasse, cos stanno preparandosi all'evacuazione.
Ancora un'immagine mi tormenta e non mi lascia dormire.
La notte della sconfitta vagavo per l'accampamento, senza riuscire a darmi pace. I lamenti dei moribondi, la puzza di morte e di carne bruciata, l'orrore per la sconfitta non mi abbandonavano. Ho visto una tenda con una lucerna accesa, e mi sono avvicinato. All'interno, alcuni giovani nobili parlavano. Ho sentito quello che dicevano: Roma  finita, se continueremo a combattere saremo uccisi anche noi. Fuggiamo via, rifugiamoci lontano, pi lontano che possiamo.
In quel momento, ho pensato a Polibio, al suo racconto di ci che fece Scipione dopo la battaglia di Canne. Ho messo mano alla mia spada e sono entrato nella tenda.
- Giuro che io non abbandoner la causa della Repubblica del popolo romano, e che non permetter a nessun cittadino romano di abbandonarla. Se violer il mio giuramento, allora Giove Ottimo Massimo colpisca con la peggiore delle rovine la mia famiglia, la mia casa e ogni mia cosa. - Ho proclamato, con voce stentorea. - Io chiedo il medesimo giuramento a tutti voi: chi non lo far, sappia che la mia spada  impugnata contro di lui.
 stata probabilmente la cosa pi pericolosa in tutta la giornata, perch ho visto tutti loro portare la mano all'impugnatura della spada. Poi per, sar stata la sorpresa o la paura suscitata dalla vista di quest'ufficiale zoppicante e bruciacchiato, con gli occhi spiritati, d'improvviso in mezzo a loro, hanno desistito dall'estrarre la spada, e hanno giurato, tutti. Che pazzo che sono stato, vero?
Questa, mia amata Giulia,  la vera storia della battaglia che ci ha visto cos tragicamente sconfitti. Non credere a chiunque ti dica che le cose sono andate diversamente. Io c'ero, e ho visto tutto con i miei occhi.
Ti saluto, e ricordati che ti amo.
Publio Licinio Crasso

10.

Pompeo decise di seguire il consiglio dello sceicco Agbar, capo dei fedeli alleati arabi.
Per invadere la Mesopotamia, condusse l'esercito attraverso una via dapprima facile e agibile, ma successivamente accidentata, con sabbie profonde e pianure prive di alberi e acqua, senza che se ne potesse vedere la fine. Le legioni giunsero infine a Carre, dove incontrarono l'esercito dei Parti, guidato da Surena. Egli divisava di poter affrontare l'esercito romano con le tattiche tradizionali della sua gente, e pens di attaccare i Romani con gli arcieri montati sui cavalli, che lanciavano le loro frecce e poi fuggivano via.
Pompeo per aveva previsto tutto ci, cui contava di far fronte con le nuove armi inventate da Cesare. Egli utilizz infatti dapprima l'artiglieria, che scompagin le schiere dei cavalieri nemici, uccidendone molti, e spaventandone ancora di pi con il rumore e la morte improvvisa che provocava, e poi lanci contro gli sparsi sopravvissuti i legionari armati dei nuovi fucili, che colpivano i Parti a distanza tale che quelli non potevano difendersi.
L'esercito dei Parti fu cos totalmente annientato da Pompeo.
Plutarco, Vita di Pompeo
Roma, quattro giorni alle None di Maggio
Magister,
quali tempi tocca vivere, quali tragedie vedere, quale confusione sopportare! Le legioni romane umiliate da un nemico troppo potente per essere sconfitto, i consoli uccisi, decapitata cos la Repubblica da ogni guida, il Senato stesso incerto e in preda all'ansiet, il popolo romano, cos orgoglioso e fiero del proprio dominio sul mondo, abbattuto tutto d'un tratto, sgomento e impaurito, quasi rassegnato alla propria fine, convinto d'aver perso il favore degli dei.
Che abbiamo fatto, amico mio, per meritare di vivere in tempi simili? Forse che io, che sono chiamato giustamente Padre della Patria dai miei concittadini per aver salvato Roma durante il mio consolato, dovr assistere, impotente, alla distruzione della Repubblica? Quale beffa atroce mi avrebbero dunque giocato gli dei, salvare Roma dalle turbe dei catilinari grazie soltanto alla mia opera e al mio coraggio, per poi perderla pochi anni dopo!
Ho ancora speranza che cos non sia, Cesare, anche se la mia fiducia  una tenue fiammella, che si agita scomposta, brilla fiocamente e anche soltanto un alito di vento pu spegnere.
Bando dunque a tutto ci, poich so quanto tu poco apprezzi le considerazioni vane, e ami invece la concretezza dei fatti. E quest'oggi si pu ben dire che di fatti se ne son visti molti, in Senato, tanto che anche in giorni perigliosi come questi molti hanno potuto stupirsi, e chiedersi con sorpresa che stesse allora succedendo.
Non posso per tacerti, amico mio, la mia tristezza nel vedere la seduta di oggi, importante quant'altre mai nella storia di Roma, disertata da centinaia di senatori. L'aula del Tempio di Saturno in cui di solito ci riuniamo era tristemente vuota, e la voce degli oratori rimbombava, in quel vuoto. Molti senatori, a quanto mi risulta, sono in viaggio, accampando le scuse pi varie, ma ben si capisce che disperano della sorte di Roma, e hanno deciso di abbandonarla. Altri, i pi, nemmeno si sono degnati di giustificare la propria assenza. Non ho potuto fare a meno di notare quanto  mutata dunque Roma dall'epoca in cui Annibale era alle porte di Roma, e il Senato gli si opponeva come un sol uomo.
Defunti i consoli, noi consolari, che siamo i capi naturali del Senato, abbiamo deciso di far presiedere la seduta di oggi dai consoli dell'anno scorso, pur essendo una soluzione non del tutto corretto quanto a stretto diritto. Sono stati quindi Lucio Emilio Paolo e Caio Claudio Marcello, cugino e omonimo del defunto console di quest'anno a trarre gli auspici all'inizio della seduta, e a chiedere quale tra i senatori avesse una proposta per affrontare i problemi che ci dilaniano.
Non ti stupir sapere, Magister, che ben pochi tra i presenti avevano qualcosa da proporre. L'umore generale era tetro e cupo, e nessuno sapeva che fare. L'ala della morte e della disfatta pareva stesa sul Tempio di Saturno, e il silenzio era suo triste compagno di viaggio.
Nemmeno ti stupir sapere, credo, che in realt un senatore che avesse qualcosa da dire c'era: Marco Porcio Catone.
Ha dunque chiesto lui la parola, quando si  reso conto che nessuno senatore di maggior prestigio a anzianit aveva intenzione di parlare. Ci che Catone ha detto lo puoi, credo, immaginare, ma comunque te lo esporr, in modo molto sintetico.
Nel silenzio generale, Catone ha esordito deprecando la situazione attuale, e questa volta non era proprio difficile dargli torto: le legioni sconfitte, Roma decapitata e umiliata, a rischio la stessa sopravvivenza della Repubblica, il popolo confuso e spaventato, molti senatori fuggiti.
Come suo solito, ha paragonato la tragica situazione attuale con i bei tempi andati della Repubblica d'un tempo, in cui Roma era governata da uomini seri e morigerati, sobri e severi, i quali non cercavano il potere per s, ma soltanto il bene della Repubblica.
Con la solita voce acuta e fastidiosa, poco curata,  poi passato alla sua proposta: tornare ai tempi in cui le cose andavano bene, Roma era forte e rispettata. In che modo? A quel punto Catone ha iniziato a dire che bisognava farla finita con i poteri speciali, con gli incarichi eccezionali, con le violazioni della legge e delle consuetudini, e tornare a quanto in Senato dominavano le decisioni collettive.
Questo stava dicendo, con la sua consueta passione e malagrazia, quando l'interesse dei senatori si  improvvisamente risvegliato. Un rumore, un vociare, addirittura urla di entusiasmo provenivano dall'esterno. Tutti si sono stupiti, e persino Catone si  interrotto.
Che cosa sta succedendo, ci siamo chiesti tutti.
Ed ecco, d'improvviso, nell'aula del Senato ha fatto ingresso il Grande Assente, colui che da tempo non partecipa pi alle sedute, colui che si  ritirato, come Achille offeso dagli Achei, nella sua tenda, indifferente alle sorti della Patria. Egli era tornato, e tutti ci siamo alzati, come per osservare quel volto che peraltro noi tutti ben conosciamo.
Immagino che tu abbia capito di chi sto parlando, Magister.
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Sei giorni prima delle None del mese di Maggio dell'anno del consolato dei defunti C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus.
Nuova riunione politica degli amici di Cesare, questa volta in una sede e con una formazione inconsueta. Sembrava che ci fosse una grossa sorpresa nell'aria. La riunione  stata tenuta a casa di Crasso, alle Carene, perch il vecchio Dives non sta bene, nemmeno la notizia della salvezza del figlio l'ha rinfrancato, e non esce pi, ma Cesare riteneva fosse indispensabile la sua partecipazione.
Siamo entrati nel grande palazzo signorile, io, Cesare, Mazio e Giuniano. Questa volta c'era anche lui, ma non Servilia, perch Crasso  troppo conservatore per permettere a una donna di partecipare a una riunione politica. Cesare ha dovuto faticare tutta la sera per spiegarlo alla moglie, che quest'oggi era ancora gelida come soltanto lei sa essere quando  furibonda.
Mentre entravamo, il Magister aveva sul volto un'espressione strana, che non ho saputo interpretare. Si guardava attorno, nella grande casa di Crasso, rivestita di preziosi marmi e panni di porpora, come se si aspettasse da un momento all'altro di veder comparire ombre dei defunti.
- In un certo senso  cos, Apollodoro. - Mi ha spiegato Mazio, quando siamo rimasti un attimo indietro. - Crasso ha comperato questa casa ai tempi della dittatura di Silla. Era stata confiscata in quanto bene di un proscritto. Prima era di Caio Mario.
- Lo zio di Cesare? - Ho chiesto io, sorpreso. Cesare  forse l'unico nobile romano rimasto a onorare la memoria di Caio Mario, sette volte console, vincitore di Giugurta, salvatore di Roma dai Cimbri e dai Teutoni. La plebe romana ancora lo venera come proprio protettore, ma per i nobili di Roma, che contro di lui avevano combattuto una durissima guerra politica durata decenni, e che lui nel corso del suo brevissimo ultimo consolato aveva perseguitato in modo sanguinario,  come se non fosse mai esistito. Ne hanno cancellato ogni ricordo, distrutto le statue, estirpato persino le scritte che ricordano le sue vittorie, e diffamato la memoria.
Mazio ha annuito.
- Quando era bambino, Cesare ha passato molto tempo ospite dello zio, in questa casa. - Si  guardato attorno, con aria triste. - Anch'io ero loro ospite, a volte. Mario  stato un grand'uomo, anche se oggi non lo si pu dire. - Ha sospirato.
- Eppure Cesare  amico di Crasso, che era un collaboratore di Silla, il grande nemico di Mario. - Ho obiettato io.
- I tempi cambiano, Apollodoro. - Mi ha risposto lui. - E gli uomini mutano con essi.
Nel grande salone in cui si sarebbe svolta la riunione, Cesare e Crasso si sono salutati affettuosamente. Pian piano, sono arrivati anche gli altri partecipanti alla riunione: Curione, Catullo e Celio. Non si pu dire che l'amalgama tra i due gruppi sia stato buono: Giuniano guardava i tre con l'amore con cui si guarderebbero tre serpi d'improvviso comparse nel giardino della tua villa. E Crasso aveva l'aria di quello che non capisce che cosa ci facciano tre giovani cos noti per la loro vita dissoluta in una casa rispettabile come la sua.
- Siamo molto felici che tuo figlio Publio sia sopravvissuto alla battaglia, Marco Licinio. - Ha esordito Catullo, con una sorta di captatio benevolentiae. - Sappiamo tutti che  un giovane di raro valore.
Il vecchio Crasso ha annuito, compiaciuto.
- Gli di l'hanno protetto. - Ha detto, con una voce debole e stanca che mi ha stupito. -  una fortuna per la nostra famiglia e, credo, anche per Roma.
- Mio cognato Publio  davvero un giovane rispettabile. - Ha chiosato Giuniano, molto compunto. - Un degno ornamento per una famiglia con antenati cos illustri.
- Se a qualcuno interessa, anche Antonio  sopravvissuto. - Ha aggiunto allora Celio, in tono acido. - Anche se  un giovane povero e scapestrato.
- Sono felice di sentirlo. - Ha commentato Crasso, che evidentemente non aveva voglia di litigare.
- Per le legioni hanno subito una tremenda sconfitta, spero che nessuno se ne sia dimenticato. -  intervenuto allora Cesare, in tono secco. Era piuttosto evidente che voleva portare la discussione a un livello pi concreto.
Intanto, gli schiavi di Crasso stavano portando i rinfreschi, il padrone di casa aveva proceduto alla mescita del vino, e questo ha consentito un attimo di pausa nella discussione. Il vino offerto dal padrone di casa, per la cronaca, era davvero scadente, ma lui del resto  noto per essere un avaraccio.
- Non soltanto le legioni sono state sconfitte, ma Roma  rimasta senza una guida, perch i consoli sono rimasti uccisi. - Ha aggiunto il Magister, tenendo in mano con aria indifferente la sua coppa di piombo con dentro vino annacquato che, lo sapevo bene, non avrebbe toccato. - Anche se questa non la considererei in effetti una brutta notizia. Direi anzi che la morte di quei due incapaci dimostra che gli di non hanno abbandonato Roma. Senza di loro, potremo ora cercarci una guida davvero efficiente.
- Cesare! - Si  scandalizzato Giuniano, ma il padre adottivo non se ne  dato per inteso.
-  per questo che ci hai convocato, vero? - Ha chiesto Curione. - Hai gi qualche idea?
- Il problema deve essere risolto dal Senato. Solo questo  conforme alla nostra tradizione. -  intervenuto ancora una volta Giuniano, con aria sentenziosa, senza che nessuno lo ascoltasse.  straordinario come un uomo cos giovane possa gi essere cos ampolloso e privo di idee, confesso di aver pensato in quel momento.
- Non starai pensando a te stesso, vero, Cesare? - Ha domandato Catullo, con aria ironica, mentre prendeva due acini d'uva dal piatto di portata.
Lui in risposta gli ha rivolto il suo famoso sguardo di ghiaccio.
- Io sarei senz'altro la scelta migliore, ma mi rendo conto che non  possibile. - Ha risposto freddamente. - Roma non affiderebbe mai la propria salvezza a un ex esiliato, che nemmeno fa parte del Senato.
- E quindi?
- Come giustamente dice mio figlio, occorre agire secondo la tradizione romana. - Ha continuato. - Cos come accaduto durante la seconda guerra punica, il Senato deve nominare un dittatore.
Un silenzio agghiacciato ha accolto quest'ultima frase.
Non so bene perch, ma la sola parola dittatore fa scorrere brividi di terrore lungo la schiena di tutti i nobili romani. Anzi, lo so bene: per quanto infatti la dittatura sia un'antica e tradizionale magistratura romana, adottata da sempre nei casi di emergenza, l'ultimo dittatore ricordato da tutti  stato Silla. E il terribile Lucio Cornelio Silla utilizz i propri poteri dittatoriali in modo ben diverso da quanto la tradizione prevedeva: uccisioni indiscriminate, confische delle propriet degli avversari, proscrizioni, un clima di terrore diffuso tra tutti i nobili e, soprattutto, un governo assolutamente autocratico, in cui il dittatore decideva tutto, e al Senato non rimaneva che approvare. La memoria della dittatura di Silla, durata poco pi di un anno, se ben ricordo,  cos terribile che nessun nobile romano vuole nemmeno pi sentire questa parola.
- Silla  morto. - Ha infatti detto Cesare, come a confutare queste obiezioni prima ancora che venissero formulate. - Non c' nessuno, oggi, che sia come Silla.
- A dire il vero c' qualcuno, qui con noi, che me lo ricorda molto, ma per fortuna non potr mai diventare dittatore. - Ha sussurrato Crasso con aria un po' spaventata, fissando Cesare, che ha fatto finta di non aver sentito e ha invece proseguito.
- Soprattutto, il Senato non affider al dittatore un mandato ampio come quello di Silla, ma limitato alla guerra contro i tripodi. Questa volta le libert romane non saranno in pericolo, quindi. E questo  l'unico modo di fronteggiare il pericolo dei tripodi. La dittatura  la sola magistratura conforme alla nostra tradizione che permetta di prendere decisioni senza essere bloccati da troppe discussioni, e dai veti degli altri magistrati. Quale altra soluzione  possibile? Credete forse che se il Senato nominasse dei sostituti consoli, questi saprebbero fare meglio di quelli caduti? Ci troveremmo nella stessa situazione. La situazione  eccezionale, e ci vuole un uomo eccezionale, con un comando eccezionale.
Queste parole hanno come riscosso Crasso, che ha posato il suo bicchiere e ha fissato Cesare. Mi sono accorto in quel momento che le mani del vecchio plutocrate tremavano leggermente, come se l'emozione lo dominasse in modo incontenibile.
- Ora capisco a chi stai pensando. - Ha obiettato, in tono offeso. - Io non accetto. Non sono d'accordo, non lui!
- Marco Licinio,  l'unico uomo possibile. - Gli ha risposto Cesare, con una voce straordinariamente dolce. Si  avvicinato al suo vecchio amico e gli ha posato una mano sulla spalla. - So che tu non lo sopporti, e lo capisco, ne hai motivo. Se la tua salute fosse migliore, te lo assicuro, proporrei te, ma oggi non saresti in grado di assumere un incarico del genere, lo sai anche tu. E lui  l'unico che abbina competenza militare, mentalit abbastanza aperta al nuovo e la popolarit necessaria per sollevare il morale del popolo romano.
- Sai che lo odio! - Ha ribattuto Crasso, stizzito, liberandosi della mano di Cesare come se fosse un insetto molesto. -  un provinciale borioso, un presuntuoso arrogante...
- Marco Licinio, puoi abbandonare le tue antipatie personali per il bene di Roma? - Lo ha interrotto l'altro. - Tutti sanno che cosa provi per lui. Se lo appoggerai, nonostante questo, il popolo romano capir che  la scelta giusta, e ti onerer per aver trascurato le tue idiosincrasie per la salvezza pubblica.
- La tua lingua  di miele, ma nasconde il pungiglione di un'ape, Cesare! - Crasso si dibatteva come una mosca intrappolata nella tela di un ragno.
- Insomma, di chi state parlando? -  intervenuto Giuniano, confuso.
...
- Pompeo il Grande! - Ha urlato la folla, mentre il mio vecchio buon amico Gneo Pompeo, a quanto pare tornato dal suo esilio autoimposto nel Piceno,  entrato nell'aula del Senato.
Come descriverti, Cesare, il brivido di gioia, di eccitazione, che tutti noi abbiamo provato quanto abbiamo visto il pi grande romano della nostra epoca, il condottiero che a soli vent'anni ha deciso le sorti della guerra civile a favore di Silla, che ha sconfitto la ribellione di Lepido e quella di Sertorio, che ha estirpato le radici delle rivolte degli schiavi di Spartaco, che ha liberato il Mediterraneo dal flagello dei pirati, che ha sconfitto e conquistato per Roma ogni terra d'Asia, dal Ponto alla Partia? Che gioia rivedere la sua fronte spaziosa, gli occhi chiari e limpidi, il portamento nobile e fiero, di nuovo in Senato! In quel momento ho capito che gli di non avevano abbandonato Roma, e che se c'era un uomo che avrebbe potuto salvare la Repubblica, era il mio vecchio amico!
Persino Catone si  zittito quanto ha visto le sembianze di quest'uomo ancora giovane, ma gi onusto di tanta gloria. E tu sai bene quanto sia duro zittire Catone!
- Gneo Pompeo,  con grande gioia che ti riaccogliamo tra noi. - L'ha salutato Lucio Paolo. La voce gli tremava per l'emozione.
- Roma  in pericolo, potevo forse sottrarmi al dovere, quando esso mi chiama? Non sono forse io Gneo Pompeo Magno? - Ha risposto lui, con la voce tonante abituata a dare ordini alle legioni attraverso il fragore delle battaglie. Se ne stava in piedi, proprio in mezzo all'aula, come il titano che in effetti , mentre tutti noi gli facevano ala. L'intero Senato era attraversato da un brusio incontenibile, un rumore gioioso, per, carico come di un fremito di attesa. Fuori dall'aula, sentivamo che il popolo applaudiva, e urlava il suo nome.
- Silenzio! - Ha urlato Lucio Paolo. - Silenzio!
Dopo qualche urlo ancora,  riuscito a riportare il silenzio tra i senatori, e anche tra il pubblico all'esterno. A quel punto ha chiesto la parola il tribuno della plebe Curione.
- Padri, credete forse che sia un caso se Pompeo il Grande ricompare tra noi proprio nell'ora del bisogno? - Ha esordito, in tono deciso. - Non  forse un segno che gli di, che noi credevamo averci abbandonato, ce l'abbiano restituito quando Roma sembra non avere pi speranze di salvezza? - Ha fatto una pausa un po' forzata, ma efficace, e prima di ricominciare a parlare ha agitato in modo vigoroso i pugni nell'aria, come se colpisse un nemico invisibile. - S! Questo  il segno che attendevamo, ecco la soluzione ai nostri problemi! Ricordate, Padri, come alcuni decenni fa i consoli Gneo Carbone e Mario il Giovane morirono entrambi, e la Repubblica si ritrov senza consoli, proprio come ora? E il Senato reput che la soluzione corretta fosse la nomina di un dittatore. La storia si ripete e, come ha scritto il nostro illustrissimo collega Marco Cicerone, ci  maestra di vita. Ecco dunque che cosa fare, in conformit alla nostra tradizione e alle usanze di Roma.
Per quanto essere citato da Curione mi abbia reso orgoglioso, tu che conosci bene la storia romana, Cesare, saprai che in realt non avvenne proprio cos, nel senso che il Senato nomin un interrex, e fu questo a nominare Silla dittatore. Ricorderai anche che, in realt, con il suo esercito accampato in Roma, il Senato non avesse molte alternative. In quel momento, per, non mi  parso il caso di puntualizzare questi fatti.
- E chi pu essere dittatore, se non Pompeo il Grande, che gi tante altre volte ha salvato Roma e la Repubblica? - Ha concluso Curione. E dovevi sentire come urlava, entusiasta, la folla, a questa proposta!
A questo punto Pompeo ha strabuzzato gli occhi, alzato le braccia al cielo ed esclamato:
- Padri, io sono venuto qui in Senato perch ogni buon romano deve accorrere, quando la Patria  in pericolo. Nella mia vita ho per gi avuto molti onori, e molti travagli e fatiche ho sopportato per il bene della Repubblica, tanto che sono stanco, pi di quanto i miei anni farebbero pensare. Vi prego, non affidatemi un cos pesante incarico, se soltanto pensate che vi sia un altro in grado di assolverlo.
Queste erano le sue parole, ma io il mio amico Pompeo lo conosco bene, da anni, e so che in realt, pur con tutta l'umilt che ostentava, aspettava soltanto che gli dicessimo che lui solo poteva salvare Roma per accettare la dittatura.
A quel punto ha chiesto la parola il tuo amico Crasso. Io sinceramente non avevo nemmeno notato che fosse presente, e quando l'ho visto, in piedi, innanzi a tutto il Senato, cos fragile e stanco, mi sono accorto improvvisamente di quanto fosse invecchiato. Temevo anche di sapere ci che avrebbe detto, perch pensavo che mai avrebbe accettato di vedere il suo antico rivale Pompeo insignito della dittatura. Invece gli di davvero hanno deciso di volgere il loro sguardo benevolo sulla nostra Repubblica, perch Crasso ha parlato brevemente, come suo solito, ma in modo incisivo: solo Pompeo pu salvare Roma, ha detto, e quindi anche lui non poteva che condividere questa proposta.
La dichiarazione del vecchio Marco Licinio ha provocato nuovi mormorii, perch nessuno si aspettava che appoggiasse il suo antico rivale.
Pompeo l'ha guardato e, con un rapido movimento della testa, l'ha ringraziato.
A quel punto ha chiesto la parola il tuo figlio adottivo, il giovane Giuniano, e di nuovo ho temuto che ci sarebbero stati problemi, perch lui sicuramente si sarebbe scagliato contro Pompeo. Ma ancora una volta sono stato sorpreso: anche lui infatti ha sorprendentemente parlato a favore della proposta di Curione, in modo breve e un po' forzato, ma convincente.
- Chiedo che la mia proposta sia messa ai voti! - Ha chiesto quindi Curione.
- Io sono contrario! - Ha urlato Catone. - Questa procedura  assolutamente illegale!  contraria alle nostre leggi!
- Sia messa ai voti. - Ha disposto invece Lucio Paolo. Come puoi immaginare, quasi tutti i senatori si sono spostati dal lato favorevole alla proposta. Soltanto Catone e pochi altri sono andati sul lato negativo.
Pompeo , dunque, il nuovo dittatore di Roma. E io, per la prima volta da giorni, vedo il sole rispuntare sul nostro destino.
Salute a te, Cesare.
Marco Tullio Cicerone
...
- Pompeo? Cesare, non puoi parlare sul serio! - Ha esclamato Giuniano. Sembrava davvero indignato. Un bell'uomo non  mai stato, ma ora tutto rosso com'era, con le vene ingrossate per la rabbia, mi  parso davvero sgradevole. Era talmente agitato che mentre parlava sputacchiava, e della bava bianca gli colava dall'angolo della bocca, ma lui non se ne curava. - Tu sai che cosa ha fatto Pompeo alla mia famiglia!
Cesare ha guardato il figlio, con aria sofferente.
- Giuniano, ascoltami...
- Cesare, Pompeo ha ucciso mio padre! - Gli ha urlato in faccia lui, indignato. - Come potrei io schierarmi dalla parte di Pompeo?
Io ho guardato Mazio, sorpreso, e lui mi ha sussurrato, velocemente:
- Marco Giunio Bruto, il padre di Giuniano, era un seguace di Lepido, il console che alla morte di Silla si ribell al nuovo ordinamento sillano. Fu Pompeo a catturarlo e giustiziarlo.
Il figlio adottivo di Cesare si era intanto alzato in piedi, e ora lo guardava dall'alto in basso, con aria indignata e offesa.
- Giuniano, tu sei un filosofo. - Ha cominciato ad argomentare il Magister, in tono pacato. Freddo e imperturbabile com'era, bastava guardarlo per riacquistare la calma. - Sai bene che le emozioni e gli interessi personali non devono influenzare l'uomo retto, che deve mirare soltanto alla virt e al bene. E allora dimmi, razionalmente, senza farti influenzare dalle passioni che, secondo ci che tu stesso credi, portano sempre l'uomo verso la via sbagliata: chi vedi che, meglio di Pompeo, possa comandare le legioni e sollevare il morale del popolo romano? Se riesci a farmi un solo nome, io abbandoner Pompeo, e mi schierer con quello che tu mi indichi.
Giuniano ha taciuto, senza rispondere, recalcitrando come un mulo.
- Giuniano, io sono disponibile a mettere una pietra sopra ai miei precedenti dissidi con Pompeo, e tu sai quanto gravi sono stati, e a parlare in Senato per la nomina di Pompeo a dittatore, per il bene di Roma e la salvezza della Repubblica. - Ha detto a quel punto Crasso, con voce rotta dalla commozione. - Farai tu la stessa cosa?
Giuniano continuava a tacere, si vedeva che era combattuto, ma che la sua resistenza era destinata a crollare.
- Giuniano, la salvezza della Repubblica dipende anche da te. Questo  il momento di agire da uomo nobile quale sei, di dare il tuo contributo per salvare Roma. - Ha insistito Cesare. - Se infatti tu accetti Pompeo come dittatore, chi potrebbe opporsi?
La testa del giovane, ammutolito dall'incertezza, continuava a dondolare, come se la sua indecisione si trasmettesse a tutto il suo corpo. Ha alzato lo sguardo su tutti i presenti, come a cercare uno, uno solo che lo appoggiasse, ma tutti erano a favore di Pompeo.
- Va bene. - Ha sospirato, con un alito di voce. - Parler in Senato a favore di Pompeo.
Tutti hanno sorriso, compiaciuti. E, per un attimo, mi  sembrato di vedere Cesare e Crasso sorridersi in modo particolare, come due attori al termine di una buona rappresentazione. E allora ho capito: loro due non sono forse alleati e vecchi sodali da decenni? E non  forse possibile che tutto questo spettacolo sia stato inscenato soltanto per fare pressione su Giuniano, la cui posizione era prevedibile? A volte Cesare  sottile...
- Chi pensi che debba proporre la nomina di Pompeo, Cesare? - Ha chiesto Curione.
- Conosci gi la risposta, Caio Scribonio. - Gli ha risposto lui, con un sorriso ironico sul volto. - Sei tu il tribuno della plebe, no?
- Molto bene. - Ha commentato Celio.
- Mi sembra tutto perfetto. - Ha commentato Curione, bevendo un lungo sorso di vino. - Pompeo  proprio l'uomo che ci vuole.
- Un momento, non dimenticate qualcosa? -  intervenuto Catullo, sbattendosi una mano sulla coscia. - Pompeo  nel Piceno, nelle sue terre. Occorre contattarlo, convincerlo, farlo tornare a Roma. Si pu fare tutto ci in tempi brevi?
- Dannazione! - Ha esclamato Curione, scuotendo la testa. -  impossibile!
- Pompeo  qui, nella sua villa fuori Roma. - Ha ribattuto Cesare. - L'ho chiamato io, prima ancora che i consoli partissero con le legioni. Immaginavo come sarebbe finita, con Marcello e Lentulo alla guida dell'esercito, e avevo gi preparato le mie mosse. In questi anni mi sono tenuto in contatto con lui, e quando gli ho scritto di tenersi pronto, si  subito dichiarato d'accordo con me. Io e Pompeo ci capiamo, si potrebbe dire che siamo vecchi amici.
Con questo la riunione era finita. E Cesare aveva ottenuto, come sempre, quello che voleva: Crasso e Giuniano schierati in Senato per la nomina di Pompeo a dittatore.
Roma, due giorni alle None di Maggio.
Mia amata Clodia,
come tu sai, non sono mai stato un ammiratore di Pompeo, cos come degli altri nobili romani il cui principale talento  ammazzare i nemici, o far ammazzare i propri soldati. Pompeo, in particolare, mi  sempre sembrato una strana specie di homo novus (lo so, suo padre  stato console, e quindi lui a rigore non  un homo novus, per lo sembra), un uomo presuntuoso e insicuro insieme, che sin da giovane, come unica sua vocazione, ha avuto la guerra e la morte. Ben meritato quindi , mi pare, il soprannome che si guadagn quando aveva poco pi di vent'anni: l'Adolescente Carnefice. Non so chi glielo diede, ma non escluderei che sia stato il vecchio Silla, che era dieci volte pi colto e capace di lui, e che guardava con molta ironia, si dice, alle gesta di questo giovane che si arrampicava verso il potere utilizzando cataste di cadaveri.
Detto questo, devo riconoscere che mai, a mia memoria, il Senato prese decisione migliore e pi utile della nomina di Pompeo come dittatore.
La sua fama di giovane conquistatore, di emulo romano di Alessandro che ha soggiogato l'Asia, lo rende infatti molto popolare presso la plebe di Roma. Anche i cavalieri lo apprezzano, perch con lui hanno sempre fatto buoni affari, e sanno che non  affetto dal disprezzo per il commercio e il denaro che affettano di solito i nobili delle grandi e antiche famiglie romane (escluso Cesare, naturalmente).
Pompeo ha poi rafforzato quest'impressione positiva mostrandosi al popolo subito dopo la sua nomina a dittatore.  comparso questa mattina al Foro, solennemente preceduto da ventiquattro littori e accompagnato dal nostro amico Curione, il quale si  cos guadagnato un'altra giornata di gloria, essendo stato lui a fare la proposta della nomina in Senato.
Il sole splendeva alto in cielo, la giornata era tersa, il cielo blu senza nemmeno troppo fumo degli opifici, e Roma non era mai sembrata cos forte e gloriosa, quando  comparso. Il nostro dittatore sembrava davvero un dio, con indosso la sua armatura dorata, tutta intarsiata di scene belliche, nello stile di quella portata da Achille nell'Iliade.
Quando l'hanno visto, tutti si sono lasciati prendere dall'entusiasmo, e hanno cominciato a urlare evviva e Pompeo, salva Roma!.
Lui era molto compiaciuto, e fiero di s, come un pavone che fa la ruota.
- Pompeo, i marziani attaccano Roma! - Ha urlato a un certo punto uno.
E lui, con grande prontezza:
- E io lever il mio scudo per proteggere la Repubblica. - Ha risposto, proprio alzando il braccio, come se imbracciasse uno scudo invisibile. - E la mia spada, per soccorrerla!
La folla naturalmente  impazzita per questo scambio di battute, che ha subito fatto il giro di tutta Roma. Era ovviamente una scenetta preparata, perch chi lo ha provocato era uno schiavo di Cesare, e Pompeo non  noto per essere uomo dalla battuta pronta. Probabilmente la risposta gliel'aveva preparata Cesare, che  il regista di tutta quest'operazione. La cosa ha comunque risollevato il morale di molti, e questo  bene.
Che cosa possa fare in concreto Pompeo per salvare Roma sinceramente non lo so, e credo non lo sappia nemmeno lui. Sembra comunque molto convinto del proprio valore, e molto ottimista.
Di sicuro, ha portata una ventata di fiducia in Roma. Molti che erano fuggiti sono tornati, e molti di coloro che pensavano di fuggire hanno cambiato idea. I grandi capitalisti, che stavano portando i loro soldi via da Roma, hanno smesso. Insomma,  bastata la sua presenza e il vento  cambiato: ora a Roma si respira fiducia, non pi disperazione.
Mia cara Clodia, mi manchi moltissimo. Non sai che darei per averti qui con me. Nonostante il nuovo dittatore, per, la situazione  ancora troppo pericolosa. I marziani continuano ad avvicinarsi, e come potr Pompeo sconfiggerli? Per questo, mia amata, ti prego di rimanere ancora a Verona: l sei al sicuro e io, seppure con il cuore straziato per la tua lontananza, mi sento tranquillo.
Con amore.
Caio Valerio Catullo

11.

Poco dopo la sconfitta di Catilina, Catone si present in Senato, e accus Cesare di aver complottato, proprio insieme a Catilina, per rovesciare la Repubblica.
Disse di avere le prove che Cesare aveva finanziato Catilina e i suoi, e quindi annunci che lo avrebbe fatto processare per tradimento.
Il discorso suscit grande sconcerto in tutta Roma. Da un lato, infatti, sembrava impossibile che un uomo tanto ricco quale era Cesare potesse essersi alleato con Catilina, che prometteva l'estinzione di tutti i debiti e la liberazione degli schiavi. D'altro canto, per, alcuni pensavano che in realt Cesare non avesse mai perdonato Silla per averlo esiliato, e che volesse vendicarsi sulla Repubblica per tale antico torto perpetratogli.
Molti senatori, tra cui lo stesso console Cicerone, parlarono in difesa di Cesare. Il giorno in cui Catone avrebbe dovuto mostrare le prove che aveva detto di possedere, tuttavia, comparve invece in Senato tutto pesto, lamentando di essere stato aggredito da uomini mascherati che gliele avevano sottratte.
Alcuni pensarono che il mandante dell'aggressione fosse Cesare, e altri che la vicenda fosse stata tutta un'invenzione di Catone per screditare Cesare, che per alla fine non pot pi esser processato, essendo venute meno le prove della sua colpa.
Plutarco, Vita di Cesare
Il momento della svolta
di Marco Terenzio Varrone
E cos Gneo Pompeo Magno, il pi grande condottiero del nostro tempo,  divenuto dittatore, e a lui  affidato il compito di combattere i marziani che ci hanno attaccato.
Su questa decisione alcuni giuristi e senatori hanno trovato il modo di eccepire, rilevando che pure in difetto dei consoli non spettasse al Senato prenderla. Francamente, in un momento cos grave per Roma, non ci sembra il caso di invocare le minuzie procedurali.
L'importante  che la decisione  stata presa, ed  ottima. Non c' dubbio infatti che Pompeo sia l'uomo giusto: le sue vittorie, il suo valore, il suo prestigio, la sua popolarit provano che il Senato ha preso davvero una decisione valida. Se c' un uomo che pu salvare Roma da questa minaccia,  proprio Pompeo.
I consoli defunti, non ha senso nasconderselo, e pur dicendolo con il pi grande rispetto per le grandi famiglie che rappresentano, avevano commesso molti errori. D'altronde, tutti sapevano che non erano certo provati condottieri, essendo invece molto inesperti nelle cose belliche. Si pu pensare che il loro errore maggiore sia stato proprio la presunzione di comandare essi stessi l'esercito, in un momento cos pericoloso, senza affidarsi ai consigli dei molti, a Roma, che vantavano un'esperienza superiore alla loro.
I presagi erano peraltro negativi, e tutto il popolo romano temeva che i consoli non fossero all'altezza, eppure essi hanno pervicacemente insistito nel dare battaglia causando cos, nonostante il valore dei nostri soldati, le grandi perdite che abbiamo subito.
Ora invece tutto ci  cambiato. Ora a dirigere le operazioni belliche non saranno pi due consoli inesperti e litigiosi, ma un unico uomo, valoroso in guerra e capace in ogni altra situazione, di cui ogni romano non pu non avere fiducia.
Non v' motivo di dubitare che i nostri dei, che sempre hanno mostrato il proprio favore per Roma, e protetto Pompeo e i suoi eserciti, muteranno avviso, ora che alla guida della Repubblica vi  un uomo cos pio e fortunato.
Il popolo romano, con la sua istintiva percezione di ci che gli di vogliono, cos come aveva capito che i defunti consoli avevano perso il favore divino, ora ha capito che la situazione  cambiata e che, con la magistratura di Pompeo, il favore divino ci sorride di nuovo.
Si avverte infatti per tutta Roma una nuova fiducia, un nuovo animo, un nuovo valore. Ora il popolo sa che le nostre legioni saranno ben guidate, e ha riacquistato fiducia. Legioni di rinforzo stanno affluendo dalle province, e negli accampamenti attorno a Roma si accalcano giovani e veterani, desiderosi di arruolarsi.
La guerra contro i marziani sar ancora dura, non ci sono dubbi, perch essi sono forti e spietati, ma non possiamo non credere che, in questa guerra, si sia giunti al momento della svolta.
Roma ha trovato il suo condottiero, e dunque pu nuovamente avere fiducia.
Spiace che, in un momento simile, difficile ma anche ricco di possibilit, vi sia chi si esclude dal comune sentire del popolo e del Senato romano, mai uniti come ora: e parlo di Marco Catone e dei pochi seguaci che gli sono rimasti.
Non si comprende francamente come essi abbiano potuto opporsi alla nomina di Pompeo, e ora invocare cavilli di forma, quando la stessa salvezza della Repubblica  in gioco. Catone  senza dubbio un uomo onesto, che crede nei propri principi e li pratica con fedelt. Pi importante per dei propri principi dovrebbe considerare la salvezza della Repubblica. A volte, purtroppo, non sembra che sia cos.
Da Rei Pubblicae Acta
Il giorno prima delle None di Maggio
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Il giorno prima delle None del mese di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
Dicono che Pompeo da giovane fosse bellissimo, e che somigliasse ad Alessandro Magno. In effetti, ho visto busti e ritratti che lo rappresentano quando aveva vent'anni, e la rassomiglianza c'era, nel fisico atletico, nei lineamenti dolci, nei capelli biondi, negli occhi cerulei. Lui poi la enfatizzava adottando le pose tipiche del Macedone, come piegare leggermente il capo da un lato. Certo non era il mio tipo, ma non posso negare che fosse comunque un giovane molto affascinante.
Oggi per la somiglianza  del tutto svanita. Pompeo  ingrassato, il volto pare gonfio e i pochi capelli rimasti sono grigi e stopposi. Chiss se anche Alessandro, qualora fosse arrivato all'et che ha ora Pompeo, avrebbe il suo medesimo aspetto? Se  cos, mi viene da pensare che forse  stata una fortuna per la sua fama che egli sia stato rapito dagli di quand'era ancora giovane, perch nessuno ha potuto vederlo imbolsito, senza capelli o con il ventre troppo prominente.
Quest'oggi Cesare  andato a visitare il dittatore nella sua grande villa appena fuori Roma. La sua fama di condottiero oscura il fatto che, oltre a essere un generale,  anche un uomo incredibilmente ricco. Suo padre, Pompeo Strabone, era proprietario di buona parte del Piceno, e il figlio certo non ha mancato di prendersi la propria parte dei favolosi bottini che ha riportato dall'Asia. In pi ha accortamente investito parte delle proprie sostanze, certo tramite prestanome come gli altri senatori, nelle imprese di Cesare, che gli hanno fatto guadagnare profitti enormi.
Questo mi spiegava Mazio, che come me seguiva Cesare in questa visita, come a giustificare ci che stavamo guardando. La villa di Pompeo  infatti quanto di pi simile al palazzo di un despota orientale si possa vedere in Europa. Addirittura, il cancello d'ingresso del grande parco che lo circonda e il palazzo vero e proprio sono collegati da un trenino, i cui piccoli vagoni sembrano pi adatti a bambini che ad adulti, ma le cui poltrone sono rivestite in lussuosissime sete cinesi.
- Se ti dicessi quanto gli  costato farsi costruire e installare questo giocattolo, Apollodoro, ti stupiresti molto. - Mi ha sussurrato Mazio, mentre la locomotiva si avviava sbuffando verso destinazione. - Quell'anno, i profitti delle imprese di Cesare sono raddoppiati.
Marmi e porpora, incrostati di pietre preziose esposte con generosit, animali esotici che vagavano liberi per i giardini, fontane ornate da sculture lussureggianti e rubinetti d'oro, questo vedevamo mentre attraversavamo il parco. Quando il trenino si  fermato, siamo stati scortati dagli uomini alle dipendenze del dittatore, tutti veterani di origine picena, sino alla sua presenza. Il volto di Cesare era assolutamente impassibile, ma io che lo conosco da qualche decennio guardandolo negli occhi ho capito quanto tutto ci lo divertiva.
- Dov' stato Pompeo in questi anni? - Ho chiesto a Mazio. - Non ho mai sentito di suoi interventi in Senato.
- Pompeo  il Grande Assente del Senato di Roma. - Mi ha risposto lui. - Quando  tornato dall'Asia, con il suo esercito, tutti si aspettavano che ripetesse l'impresa del suo maestro Silla, marciando su Roma e instaurando la propria dittatura. Invece lui, appena sbarcato a Brindisi, con grande sorpresa di tutti ha sciolto l'esercito, tornando a Roma come privato cittadino.
- E dimostrando cos di non conoscere l'abc della politica, come gi il suo maestro Silla. -  intervenuto Cesare, i cui occhi ridevano sempre pi.
- Pensava probabilmente che il prestigio che si era guadagnato in Asia e le sue ricchezze immense fossero sufficienti a convincere il Senato a dargli ci che voleva: terreni pubblici da distribuire ai suoi veterani, e la ratifica del Senato di quanto aveva fatto in Asia. - Ha continuato Mazio. - Invece non  stato cos: Pompeo, spendendo somme esorbitanti,  riuscito s a far eleggere consoli suoi uomini come Metello Celere, Afranio, Lucceio e Gabinio, che per non sono mai riusciti a superare l'opposizione del Senato, che non ha votato i provvedimenti che lui chiedeva. Fu soprattutto Catone a opporsi, giungendo all'ostruzionismo pi vergognoso.
- Pompeo non ha mai capito nulla di come funziona il Senato. -  nuovamente intervenuto Cesare. - La politica del Senato  sempre stata quella di mozzare le teste che spiccano sulle altre. Quando il Senato non sa come risolvere gravi crisi, pu anche accettare di delegarne la soluzione a Pompeo, che  efficiente e capace, ma  ingenuo pensare che gli concedessero quello che voleva soltanto perch lui rispettosamente lo chiedeva. Accettare le sue richieste voleva dire trasformarlo nel primo uomo di Roma, ovvero proprio ci che gli ottimati non vogliono pi che esista.
- E quindi?
- E quindi Pompeo, offeso, da allora si  ritirato nelle proprie terre nel Piceno, e non ha pi partecipato all'attivit politica in Roma. Per questo l'hanno soprannominato il Grande Assente.
- E i suoi veterani? - Ho chiesto io. - Hanno accettato di rimanere senza terra? Non si sono ribellati?
- Oh no, i veterani li ha compensati lui personalmente, donando loro fondi tratti dalla propria eredit. Un gesto da gran signore.
- Che gli ha procurato una clientela immensa. - Ha concluso Cesare.
- Cesare! Amico mio! - Se tutto il resto dell'aspetto di Pompeo  invecchiato, la voce deve essere rimasta quella che aveva da giovane: squillante e roboante. Non mi stupisce che i suoi veterani se la ricordino ancora, anche a distanza di decenni dalla battaglia.
Il dittatore se ne stava seduto all'ombra di un padiglione innalzato su colonne in marmo, lavorato e traforato per con tanta raffinatezza da sembrare un centrino, e con un tetto ricoperto da un caleidoscopio fantasmagorico di fiori. Sotto quel bizzarro edificio si trovava una serie di sedili scolpiti in basalto. Pompeo si  alzato rapidamente e senza fatica, mostrando una buona forma fisica. Ho gi descritto il suo aspetto, e quindi non mi pare il caso di ripetermi. Dico soltanto che quel giorno indossava una splendida toga di porpora, bordata in oro. Una veste molto costosa e molto pretenziosa, per la verit, e piuttosto di cattivo gusto. Cesare sarebbe morto piuttosto che indossare qualcosa del genere, credo.
- Dittatore, i miei complimenti per la tua nomina. - Lo ha salutato Cesare.
Pompeo ha riso, un po' imbarazzato.
- Mi sembra ancora strano, sai, Cesare. Pompeo dittatore! - Ha risposto lui, in tono un po' vacuo. - Quando mi chiamano cos, a volte ho l'impressione che debba arrivare il vecchio Silla da un momento all'altro a dirmi: Giovane, quella  la mia carica. Togliti di l o faccio ammazzare te e tutta la tua famiglia. Quello s che era un dittatore!
- Silla era un mostro. - Ha ribattuto freddamente Cesare.
- Ah, s, so che non avevi un buon rapporto con lui. - Ha detto l'altro, imbarazzato.
- Ha ordinato di uccidermi, e poi mi ha esiliato da Roma, privandomi della carriera politica cui ero destinato, soltanto perch non gli piaceva mia moglie, e voleva che la lasciassi. Decisamente non avevo un buon rapporto con lui. - Gli ha risposto lui seccamente, ma poi ha sorriso e ha proseguito in tono pi sereno: - Questo per  il passato. Ora il dittatore sei tu, e sarai di sicuro molto migliore di quanto Silla  mai stato. E io sono sicuro che collaboreremo con profitto, come abbiamo gi fatto.
Pompeo si  illuminato come un bambino cui si regali una caramella.
- Lo spero proprio, Cesare! Avr davvero bisogno della tua collaborazione, per risolvere questa dannata crisi. E so bene quanto hai lavorato per farmi nominare, so che hai convinto Crasso e Giuniano a parlare in mio favore, e te ne sono molto grato.
- Ho fatto quanto era necessario. Tu sei l'uomo migliore che il Senato potesse accettare. - In quel momento ho capito che Pompeo non  un uomo molto sottile. Sembr infatti molto compiaciuto delle parole di Cesare, che per si era espresso con grande precisione: non aveva detto infatti che lui era l'uomo migliore di Roma, perch quello Cesare lo pensava di s, ma soltanto l'uomo migliore che il Senato potesse accettare.
Il dittatore annu ancora. Sembrava molto soddisfatto di s.
- Ottimo. Sedetevi, e io vi esporr i miei piani.
- Non sui sedili di pietra, spero. - Ha obiettato Cesare, ridendo. Anche Pompeo e Mazio si sono messi a ridere, senza che io ne capissi il motivo.
- Pompeo ha fatto installare in quei sedili delle pompe idrauliche: se lui lo ordina, che c' seduto si ritrova inondato d'acqua. - Mi ha chiarito Mazio.
- Uno scherzo molto divertente! - Ha esclamato lui, divertito. - Con voi per non lo farei mai.
Allora ci siamo seduti, anche se io per i primi momenti ero un po' preoccupato, e scrutavo Pompeo nel timore che si prendesse gioco di noi.
Non appena seduti, degli schiavi siriaci hanno portato un immenso vassoio di frutta esotica, mi pare che si chiamino pesche.
- Io eviterei il vino, se per voi va bene. - Ha proposto il padrone di casa.
Cesare ha annuito.
- Se hai dell'acqua fresca, per noi va benissimo. - Ha risposto, decidendo per tutti, e il dittatore ha dato gli ordini, per poi iniziare:
- Cesare, anche se tu non hai esperienza bellica, sei una persona molto intelligente, quindi non avrai difficolt a capire i miei piani. L'errore di Marcello e Lentulo, io credo,  stato attaccare i marziani senza nemmeno sapere di che cosa fossero capaci. Io non intendo ripetere questo errore. Progetto di tenere le mie forze sulla difensiva, adottare una strategia fabiana, se vuoi chiamarla cos, in modo da guadagnare tempo, tempo che utilizzer per cercare di scoprire se i nostri nemici hanno un punto debole. E qui entri in campo tu: tu sei senza dubbio il pi grande scienziato di Roma, e hai ai tuoi ordini altri studiosi di genio, e una struttura di ingegneri in grado di realizzare i tuoi progetti. Tu sarai la mia arma segreta nella guerra contro i marziani, Cesare.
Cesare ha annuito. Il suo volto era tanto teso e concentrato che sembrava scolpito nella pietra.
- Mi sembra ragionevole. - Ha commentato. - Di quali forze puoi disporre, al momento?
- Delle quattro legioni che i consoli hanno portato allo sfacelo, ne riorganizzer due a ranghi rinforzati. - Gli ha risposto l'altro con sicurezza. - La mia esperienza militare mi ha insegnato che quando i soldati subiscono una disfatta cos disastrosa, hanno bisogno di riorganizzarsi in un grande reparto, per ritrovare unit e coraggio. Intanto per sono arrivate altre cinque legioni, dalla Spagna e dall'Asia, e altri soldati li sto reclutando tra i veterani di Roma e dell'Italia. Quindi non abbiamo carenza di uomini. Vorrei rinforzare la mia artiglieria, per, perch ne abbiamo davvero poca. I consoli l'avevano stupidamente trascurata. Tu puoi fare qualcosa?
- Da quando i tripodi - Cesare non pronuncia mai la parola marziani - sono usciti dalle loro buche, ho dato ordine alle mie officine di produrre cannoni a tempo pieno. Ne ho decine pronti all'uso.
- Ottimo. - Pompeo si  battuto una manata sulla coscia, felice. Ha preso una pesca, e se l' fatta sbucciare da uno degli schiavi. -  questo che mi piace di te, Cesare, capisci sempre le cose prima degli altri. In questo siamo molto simili, io e te! Lo so che non abbiamo certezze che i nostri cannoni riescano a perforare la loro pellaccia, ma vorrei almeno provarci. Bombardiamoli ben bene, dico io, come ho fatto a suo tempo con i Parti, e poi vediamo se faranno ancora i furbi! I cannoni spesso sono un'ottima soluzione ai problemi. Un'altra cosa: ho letto della tua magnifica impresa su quella nave volante.
- La Venus Genitrix.
- S, quella. - Pompeo ha cominciato a mangiare il suo frutto, tagliandolo in fettine minuscole. - Grande cosa, hai mostrato davvero molto coraggio. Stupefacente, per un uomo che non ha mai servito nelle legioni. Pensi che sia possibile utilizzare la tua invenzione come mezzo di ricognizione, per capire dove i marziani si stanno dirigendo?
Cesare ha annuito.
- Non soltanto a quei fini, dittatore. - Ha risposto, dopo aver bevuto un sorso d'acqua nel bicchiere in oro puro che gli era stato porto. - Posso equipaggiare l'aeronave con dei proiettili esplosivi, per colpirli dall'alto.
- Magnifico, magnifico! - Pompeo sembrava entusiasta. - Faremo passare a quegli esseri malefici la voglia di attaccare Roma, io e te insieme!
- Naturalmente, non c' nessuna certezza che serva a qualcosa. - Ha ammonito il Magister con seriet. - Le nostre pallottole sono inutili contro la loro corazza, o qualunque altra cosa sia. Non possiamo sapere se le palle dei nostri cannoni avranno una sorte migliore.
- Lo so, lo so. - Ha annuito l'altro, facendosi anche lui serio. - Per questo ho anche un piano di riserva: l'arma principale dei marziani pare che sia il fuoco.  con quello che hanno seminato il panico nelle nostre file. Dobbiamo cercare di neutralizzarlo, mettendo al lavoro i nostri uomini. Lo sai quello che dicono dei soldati romani, no? Che la prima arma del legionario non  il fucile ma la vanga. Bene, dimostriamolo! Penso di costruire una grande opera difensiva, un vallo che protegga le nostre linee, dalle mura alte e spesse pi che posso, inattaccabili alle fiamme. Penso di mettere sul loro percorso pi ostacoli possibili, per gli di, se avessi tempo devierei anche un fiume, per vedere se sanno nuotare. E poi vorrei dotare i nostri soldati di scudi molto grandi, che siano il pi possibile ignifughi, in modo da proteggerli. La prima volta ci hanno colti di sorpresa, ma questa volta ci sar io, e cogliere di sorpresa Pompeo non  facile, te lo assicuro!
- Hai pensato davvero a tutto. - Ha risposto Cesare, e questa volta sembrava davvero seriamente impressionato.
- Lo so. - L'altro sembrava gongolante. Il succo della pesca gli colava dalle labbra, e uno schiavo si  affrettato ad asciugarlo con un fazzoletto di seta.
- Forse per io ho un piccolo progetto che potrebbe interessarti. - Ha aggiunto il Magister, tirando fuori dalla toga un grande foglio di pergamena e stendendolo davanti a Pompeo. - Una nuova arma.
Il dittatore si  sporto sul disegno, studiandolo con seriet per qualche momento.
- Un cannone montato su ruote, protetto da una corazza, ma trainato da cosa? - Ha chiesto, stupito. - Non vedo corregge.
- Un carro, per la verit. Un carro corazzato, armato di cannone, dotato di un motore a vapore che lo rende semovente. - Ha spiegato l'altro, con aria soddisfatta. - Ho deciso di chiamare questa mia idea carro armato.
- Per gli di, Cesare, quest'idea  rivoluzionaria! - Ha esclamato Pompeo, stupefatto, battendo le mani come un bambino cui si regali un nuovo giocattolo. - Ti rendi conto che quest'arma, una volta sconfitti i marziani, render le nostre legioni assolutamente invincibili! Quale potenza del mondo potrebbe frenarci, a quel punto? Potremo conquistare anche l'India, o il Catai!
- Vedo che anche a te piace pensare in grande, Pompeo. - Ha commentato Cesare.
Il dittatore si  messo a ridere, compiaciuto.
- Io e te formiamo una squadra imbattibile, Cesare! A te le invenzioni, a me la guerra, chi ci pu fermare? Pompeo e Cesare, un'alleanza che nessuno potr mai spezzare. Non  forse cos?
- Credo di s, dittatore.
A quel punto l'altro  sembrato imbronciarsi d'improvviso, come se un pensiero molesto lo avesse disturbato.
- C' un campo in cui per n io n te siamo esperti, ed  la politica. Ha detto. - In quella sguazzano i parolai come Cicerone e Catone. Gli uomini d'azione come me, e di pensiero come te, ci si ritrovano male, non credi?
Cesare l'ha osservato, senza rispondere. In realt lui si ritiene, potenzialmente almeno, il pi abile politico di Roma, per cui non ha detto nulla.
- Adesso, per esempio, ho questo problema. - Ha continuato il dittatore. - Secondo le nostre amate tradizioni ogni dittatore deve nominare un senatore come proprio principale collaboratore, come comandante della cavalleria. Sono incerto su chi nominare. Pensavo ad Aulo Gabinio, che ne dici?  un uomo che mi  fedele,  stato con me in Asia, quindi conosce come opero, e poi l'ho anche fatto eleggere console, qualche anno fa, e mi deve gratitudine anche per questo. Da proconsole, in Gallia, ha sconfitto Elvezi e Svevi, quindi  anche un buon generale.
- Gabinio  un cretino. - Ha risposto sprezzante Cesare.
- Come?
- Gli Elvezi e gli Svevi li ha sconfitti semplicemente prendendoli a cannonate e fucilate mentre quelli correvano contro di lui, non perch  un buon generale. Ed  un cretino perch a quel punto aveva le Gallie ai suoi piedi. Se avesse voluto, avrebbe potuto conquistare tutte le regioni galliche che si estendono tra il Mediterraneo e l'Oceano, e nessuno avrebbe potuto fermarlo, anzi, le trib galliche l'avrebbero ringraziato. E invece lui che cosa ha fatto? Se ne  tornato nella Provincia, a gustarsi le triglie di Marsiglia!
- Ma Cesare, Gabinio non aveva l'autorizzazione del Senato per conquistare le Gallie! - Ha cercato di obiettare l'altro.
- Forse che questo ha frenato te, quando eri in Asia, Pompeo? - Gli ha risposto lui. - Forse che avrebbe frenato me, se mi fossi trovato al suo posto? Al suo posto, io avrei conquistato le Gallie, mi sarei coperto di onore, avrei accresciuto la mia dignit, e il Senato avrebbe ratificato le conquiste, come fa sempre. E se non l'avesse fatto, che importa? Roma non ha mai restituito una provincia, una volta conquistata.
Pompeo ha taciuto per qualche istante, sorpreso. Ho pensato che fosse la prima volta che vedeva il volto nascosto del Machinarum Magister.
- Sai che a volte mi fai paura, Cesare? - Gli ha detto infine. - A volte penso che  una fortuna che Silla ti abbia esiliato, perch se non l'avesse fatto tu saresti un pericolo terribile per la Repubblica, e magari avrei dovuto combattere contro di te.
- Pompeo contro Cesare? Questo non riesco proprio a immaginarlo, amico mio. - Ha risposto Cesare, ridendo. Anche Pompeo ha riso, ma non troppo convinto.
- Scommetto, Cesare, che tu hai un candidato per quel posto, vero? - Ha chiesto invece il dittatore. - Ti prego di non propormi Crasso, perch sai che non potrei mai collaborare con quell'uomo.
Cesare ha scosso la testa.
- Crasso  un mio amico, ma  vecchio e stanco. Tu hai bisogno di un uomo giovane e vigoroso. Un uomo che sappia tenere a freno il Senato, mentre tu starai combattendo i tripodi, quindi un politico, pi che un generale. Uno che abbia gi dimostrato di saper sfidare il Senato per aiutarti. Io pensavo al senatore che ti ha proposto come dittatore, Caio Scribonio Curione.
- Curione? - Ha chiesto Pompeo, sorpreso. -  giovane, non lo conosco bene.  un tuo alleato?
-  un giovane che conosco e stimo, ma non  un mio alleato. - Ha mentito Cesare, fissando con i suoi occhi limpidi quelli cerulei del dittatore.
- Bene, ci penser. - Ha concluso il discorso l'altro.
- In Pompeo c' una singolare mescolanza di straordinaria intelligenza e di ingenuit infantile. - Ha commentato Cesare, mentre tornavamo a Roma. -  un uomo che ha ammazzato decine di migliaia di persone, eppure  candido come un bambino. Come un bambino, per lui  buono ci che gli piace, spazza via quello che lo infastidisce, e spesso non vede al di l del proprio naso. Per questo  cos facile manovrarlo.
Roma, le None del mese di Maggio.
Mio caro Publio,
non so bene dove tu sia, e quindi non riesco a immaginare come potrai ricevere questa lettera. Il dittatore Pompeo per quest'oggi ha assicurato che ogni lettera spedita da un famigliare di un legionario sar recapitata, e io gli credo.
So che la tua famiglia ha una vecchia questione con lui, ma penso che ormai sia superata perch, come forse sai, tuo padre ha persino parlato in Senato in favore di Pompeo.  stato un gesto assai magnanimo, da parte sua. Tutti l'hanno molto apprezzato, anche perch il dittatore  molto popolare, in questo momento.
La sua presenza ha infatti rassicurato tutto il nostro popolo. Quest'oggi, per esempio, per dimostrare che il favore degli di era tornato a Roma, ha sacrificato al Tempio di Giove Ottimo Massimo. In segno di espiazione per le eventuali colpe di Roma, ha deciso di salire in ginocchio tutta la scalinata che porta al Tempio. Che scena che  stata! Quest'uomo non pi giovane, un po' appesantito ma ancora vigoroso e vestito della sua pesante armatura che, uno scalino dietro l'altro, ascendeva lentamente e faticosamente verso la cella del dio, con tutto il popolo romano che lo osservava, con il fiato sospeso.
Quando  arrivato in cima e, con qualche difficolt ma senza aiuti, si  rialzato in piedi, un immenso boato di gioia  partito da tutta la folla. Ora tutti sono convinti che davvero gli di sono tornati dalla nostra parte, e sono pieni di entusiasmo. So che  irrazionale, ma  religione, non filosofia.
Anche tata  soddisfatto, e tu sai quanto pu essere critico.
- Pompeo ha un modo tutto suo di entrare in contatto con il popolo romano. - Ha commentato. - Lui capisce il popolo perch, in qualche maniera,  uno di loro, non un vero nobile romano.
Detto da tata, lo capisci bene,  un complimento ambiguo. In ogni caso, lui ha davvero stima per il nostro dittatore.
-  un organizzatore molto capace, un uomo dalle idee chiare. L'unico senatore romano all'altezza delle future sfide che la Repubblica dovr affrontare, forse.
E questo  davvero un bel complimento.
Publio, dove sei? Tutti sperano che, in questa campagna in cui si decider del destino di Roma, tu ti comporti da valoroso, e copra di onore te e la tua famiglia. Io per spero anche che tu non corra troppi rischi, e ritorni da me sano e salvo. Che farei infatti, io, senza di te? Lo so, questi pensieri non sono degni di una donna romana, della moglie di un patrizio romano, ma che ci posso fare se non posso fare a meno di averli?
Per cui riguardati, marito mio, mio amato, sii valoroso come chiede la tua famiglia, ma anche prudente come ti chiede tua moglie, se ci riesci.
Ti saluto con tutto il mio amore.
La tua
Giulia
Tuscolo, otto giorni alle Idi di Maggio.
Mia cara Giulia,
non ti ho pi dato mie notizie, cos come non ne ho pi ricevute, ma il dittatore Pompeo che  venuto oggi all'accampamento ci assicura che la posta riprender a funzionare regolarmente, e cos ti scrivo nuovamente.
La sua venuta, ti assicuro,  stata come una ventata d'aria fresca! Dopo la ritirata da Velletri l'umore generale era piuttosto tetro, e anche sapere che Pompeo aveva deciso di concentrare le truppe a Tuscolo non l'aveva migliorato. Se non potevamo difendere Velletri, si chiedevano tutti, perch dovremmo riuscire a difendere Tuscolo? Invece ora tutto  cambiato.
Tu penserai che sono stati i rinforzi, le legioni arrivate dalla Spagna e i rincalzi appena arruolati a Roma, che stanno velocemente affluendo, a cambiare il nostro umore. Ma ti assicuro che non  solo questo, che  stato davvero Pompeo a cambiare tutto.
Non avrei mai potuto immaginare che un solo uomo potesse capovolgere cos la situazione e, soprattutto, che uomo della sua et potesse essere tanto energico, e instancabile. Per certi versi, mi ha ricordato tuo padre.
 arrivato, e ha radunato subito tutta la truppa. Noi ci aspettavamo il solito pistolotto retorico che i generali fanno ai loro uomini, invece  stato davvero sorprendente. Ci ha scrutati a lungo, come se volesse leggere nei nostri cuori. Poi ha solamente detto, con quella sua voce stentorea che hanno sentito anche nelle ultime file:
- Soldati, al lavoro!
E quando dice lavoro, intende proprio lavoro. Ha voluto vedere e controllare tutto. L'accampamento non era posizionato bene, l'ha fatto spostare, le tende non erano sistemate in modo corretto, ha spiegato che cosa fare, ha controllato il rancio, e ha dato istruzioni su come migliorarlo, l'armeria non era abbastanza al riparo dall'umidit, ha dato disposizioni anche su quella, l'addestramento non era svolto in modo adeguato, e si  messo lui stesso, con il fucile in mano, a far vedere come ricaricarlo e prendere la mira. E poi riunioni su riunioni con gli ufficiali superiori, per spiegare i suoi piani e dare ordini.
Gli uomini sono entusiasti. Ora sono sicuri di essere comandati bene, sono di nuovo motivati, il morale che era sotto i calzari  tornato alto.
Puoi immaginare quanto mi costa scrivere questo, perch sai che mio padre ha sempre parlato male di lui. Eppure la realt  la realt: per le nostre truppe, quest'oggi, Pompeo  stato davvero un dono degli dei.
-  un grand'uomo, c' poco da fare. - Ha infatti commentato quest'oggi Antonio, con cui sono diventato buon amico.  un ragazzo simpatico, un fegataccio senza un briciolo di cervello, ma buono, mi sembra.
Proprio mentre stava dicendo cos, mi hanno informato che il dittatore voleva vedermi.
- Forse, sapendo che il figlio del suo vecchio rivale Crasso  qui, ha deciso di verificare i suoi poteri di dittatore, e tagliarti la testa. - Ha supposto il mio amico, ridendo.
- Molto gentile da parte tua suggerirlo. - Gli ho risposto io. - Potrebbe farlo, sai? La legge glielo consente.
- Sciocchezze! - Ha riso ancora lui. - Se fosse Silla lo farebbe, e ti direi di fuggire finch sei in tempo. Ma Pompeo  diverso. Non ho mai sentito dire che fosse vendicativo, o che abbia colpito slealmente un nemico. - Mi ha rassicurato. Poi per ha aggiunto, di nuovo ridendo: - Naturalmente, potrei anche essere male informato. Mi capita spesso...
Accompagnato da questo ambiguo viatico, sono entrato nella tenda del comandante, un po' preoccupato. Naturalmente non pensavo davvero che il dittatore volesse farmi tagliare la testa, sapevo che non avrebbe osato. Temevo per che approfittando della situazione volesse angariare il figlio del suo vecchio rivale.
La tenda era buia e, quando i miei occhi si sono abituati all'oscurit ho visto che Pompeo se ne stava seduto, con l'armatura integrale indosso e gli occhi chiusi, il capo chino: sembrava stremato. Appena mi ha sentito entrare, per, ha drizzato la testa,  scattato in piedi e mi ha fissato, con espressione marziale. Ha gli occhi molto azzurri, sai, e questo mi pare del tutto innaturale, per un vero romano. Mio padre ha infatti sempre sostenuto che non  un romano autentico, ma che deve avere un po' di sangue gallico nelle vene.
- Publio Crasso. - Mi ha salutato.
- Dittatore Pompeo.
- Ho sentito molte cose su di te. Comandante di cavalleria, ti sei comportato bene tanto in battaglia contro i marziani, quanto nella ritirata su Velletri. - Ha iniziato lui, parlando a bassa voce. - Appartieni a una illustre famiglia, che ha dato molti consoli a Roma. E sei il genero di Cesare, il Machinarum Magister.
- S, dittatore. - Ho risposto io, mentre mi chiedevo dove volesse andare a parare. Mi sembrava un buon segno che non avesse parlato di mio padre.
- Quello che mi interessa per  altro. - Ha continuato il dittatore. - Tu sei uno dei pochi ad aver volato sulla Venus Genitrix, l'aeronave costruita da Cesare,  vero?
- Credo di s. - Poi ho chiarito: - Quando ci sono stato io, era la prima volta che volava. Non so se l'ha fatto ancora in seguito.
Lui ha annuito.
- Cesare mi ha messo a disposizione la sua aeronave. Sar impiegata dall'esercito, a scopi per ora di ricognizione, e forse pi avanti anche per altre missioni pi attive. Domani verr qui Mamurra, il suo capo ingegnere, per spiegare tutto ci che ci serve sapere per farla volare. Io ho bisogno per di un comandante cui affidare quest'arma, l'unica che abbiamo, e non pu essere Mamurra, che  soltanto un cavaliere italico. Ho bisogno di un uomo che appartenga a una illustre famiglia romana, che sia valoroso e intelligente, e sappia obbedire agli ordini senza farsi trascinare dall'odore del sangue. Se possibile, di un uomo che abbia qualche idea su come funziona la macchina, perch non debba perdere troppo tempo nell'addestramento. E che non tremi all'idea di staccare i piedi da terra, di combattere su una nave volante.
Io l'ho guardato, incredulo. Davvero stava proponendo a me una cosa del genere?
- Sar un compito molto pericoloso, Publio Crasso. Non posso nemmeno immaginare quali missioni dovr compiere l'aeronave, e quanti pericoli dovr affrontare. Per il suo comandante entrer nella storia: il primo romano a comandare un'aeronave militare. La storia non dimenticher mai il suo nome. Se i miei figli avessero qualche anno di pi, avrei pensato a uno di loro. Invece ho pensato a te, Publio Crasso. Accetti quest'incarico?
Ti assicuro, Giulia, mia cara, che in quel momento avevo la gola tanto secca che ho temuto di non potergli rispondere, e il cuore mi batteva tanto forte che pensavo l'avrebbero sentito sino a Roma.
- Io sono ai tuoi ordini, dittatore! - Gli ho risposto.
- Bene. - Ha commentato lui.
E cos, mia amata, ora sono il comandante della Venus Genitrix, la prima e unica aeronave militare della storia del mondo. Non  una cosa meravigliosa? Ne sono terribilmente fiero, sai? Un incarico di questo tipo far crescere la dignit mia, e della mia famiglia. Mi stupisce che Pompeo abbia deciso di affidarlo al figlio di un suo rivale.  evidente, per, che in questo momento ha deciso di guardare soltanto al bene della Repubblica. Molto nobile da parte sua.
Non  una grande notizia? Ti sarei grato se potrai riferirla alla mia famiglia, e a tuo padre, perch ora non avr pi molto tempo per la corrispondenza, credo.
Con affetto.
Publio Licinio Crasso

12.

Mentre si recava in Egitto, Cesare fu fatto prigioniero presso l'isola di Farmacussa dai pirati che a quel tempo dominavano il mare con grandi mezzi e con un numero spropositato di imbarcazioni.
Gli chiesero innanzitutto di pagare un riscatto di venti talenti ed egli, deridendoli quasi non sapessero chi avevano preso, ne promise cinquanta; poi mand alcuni suoi amici a procurarsi il denaro, e rimase tra quei ferocissimi pirati, comportandosi con una tale altezzosit che ogni volta che andava a riposare ordinava loro di tacere.
Per trentotto giorni scherz e si esercit con loro in assoluta tranquillit, come se quelli fossero le sue guardie del corpo; scriveva poesia e discorsi e li leggeva ad alta voce, e se essi non li applaudivano li chiamava illetterati e barbari, e spesso ridendo minacci di impiccarli; anch'essi ne ridevano, attribuendo ci al suo carattere incline allo scherzo. Ma quando giunse il prezzo del riscatto e fu liberato, subito allest delle navi e venne contro i pirati e li sconfisse. Li mise in carcere a Pergamo e li crocifisse tutti, come aveva spesso loro predetto nell'isola, apparentemente scherzando.
Plutarco, Vita di Cesare
LA TIRANNIA MINACCIA ROMA!
Romani, Quiriti, svegliatevi! La nostra libert  in pericolo! Roma sta cadendo sotto il dominio di due tiranni, che stanno distruggendo la Repubblica!
Con la scusa della minaccia dei marziani, l'uomo che per anni ha dormito mentre Roma aveva bisogno di lui si  destato, e ha afferrato il potere con le sue mani avide, inzuppate di sangue e ingorde di dominio. Fingendo che non fosse ci che da tempo bramava,  riuscito nel pi assoluto disprezzo delle procedure di legge, con flagrante illegalit, a ottenere l'oggetto dei suoi occulti desideri: la dittatura, e con essa il potere assoluto. Come gi il suo maestro Silla, ora egli  dittatore, e la vita e la libert di ognuno di noi sono nelle sue mani.
Forse che avete gi dimenticato che cosa fece Silla da dittatore: le teste mozzate dei suoi nemici esposte sui rostri, le proscrizioni, gli innocenti che scomparivano, i loro beni che finivano ai suoi amanti? Tutto ci presto si ripeter, perch Pompeo non  migliore di Silla, ma peggiore.
Silla era infatti un vero nobile romano, proveniente da una famosa famiglia che tanto aveva meritato per la Repubblica, era un uomo colto e raffinato, generoso in pace e valoroso in guerra.
Pompeo non  altro che il discendente di contadini galli, divenuti cittadini romani nel Piceno. Suo padre ha assediato Roma e ucciso un console in carica. E il figlio non gli  da meno, perch sin da ragazzino ha trucidato senza processo romani di stirpe molto pi nobile della sua. Egli  un bifolco ignorante, un uomo volgare, che ha sconfitto in battaglia soltanto armate di contadini muniti di forconi, e che ci  riuscito prendendoli a fucilate e cannonate.
E chi c' dietro Pompeo, uomo ambizioso ma sciocco, che mai avrebbe saputo come afferrare la dittatura, mai avrebbe avuto l'ardire di infrangere cos platealmente leggi e consuetudini, se qualcuno non avesse apparecchiato la magistratura d'emergenza gi pronta per lui?
Chi se non Cesare, il Machinarum Magister, il padre di tutte le macchinazioni contro la Repubblica, l'uomo che ha distrutto la morale romana, le consuetudini romane e il mos maiorum? Chi se non il corruttore dei nostri costumi? Ecco il vero tiranno nell'ombra, l'uomo che manovra il dittatore come un burattino, e ne tira i fili. L'uomo che odia la Repubblica, e la vuole distruggere, per innalzare sul trono il potere proprio, e delle res novae!
La nomina di Curione, l'uomo che ha salvato Cesare dai giusti provvedimenti del Senato, a comandante della cavalleria del dittatore ha svelato con evidenza questa trama.
Io, Marco Porcio Catone, ho giurato di difendere la libert dei Romani e la Repubblica, a qualunque costo. In Senato non mi  pi possibile, poich la maggioranza dei senatori  troppo terrorizzata dai marziani e dal potere dei tiranni, oppure  stata comprata e asservita loro, e nemmeno mi si permette pi di esprimere le mie proteste.
L'ultima volta che ho cercato di farlo, il comandante della cavalleria Curione ha avuto l'ardire di zittirmi, mentre gli altri senatori mi fischiavano! Quale segno pi evidente della tirannia che ci minaccia? E, da allora, torme di balordi e di teppisti assediano la mia casa, urlando improperi nei miei confronti e gettando fango su di me appena provo a uscire!
Io per non mi arrendo, Quiriti, e ho preso questa decisione: fin quanto il Senato della Repubblica sar il luogo della servit, io mi rifiuter di frequentarlo. Non mancher tuttavia di farvi sentire la mia voce, la voce della libert, tramite i miei manifesti, che stamper e pubblicher, per rivelarvi la verit.
Quiriti, ribellatevi alla tirannia, cos come i nostri antenati si ribellarono al Re Tarquinio il Superbo! Romani, lottate per la nostra libert!
Primo manifesto pubblicato da Catone in Roma, cinque giorni prima delle Idi di Maggio
Tuscolo, cinque giorni alle Idi di Maggio.
Mia cara Giulia,
sono riuscito a trovare un momento di pausa, e ne approfitto per darti mie notizie. Puoi rassicurare la mia famiglia e tuo padre sulla mia salute e condotta. Il mio nuovo incarico come comandante della Venus Genitrix mi ha conferito un prestigio, anche agli occhi dei miei commilitoni, che mai avevo avuto prima. Qualcuno mi invidia, certo, ma molti mi stimano, perch ho il coraggio di combattere nei cieli, laddove mai il legionario romano aveva avuto l'ardire di osare.
L'addestramento, sotto la guida di Mamurra non  stato, e non , semplice. Nonostante sia soltanto un cavaliere italico senza alcun antenato n sostanze di famiglia, il Mamurra di tuo padre si d una grande importanza: si  presentato come il maggior esperto del volo, dopo Cesare ovviamente, e sta sfruttando la sua qualit all'inverosimile.
Quest'individuo dall'aspetto porcino, grassoccio e sudaticcio com' sempre, si permette di dare ordini a tutti, tranne naturalmente quando  presente Pompeo, per il quale mostra di nutrire il massimo rispetto. Comanda, sbraita durante l'addestramento, riprende romani molto pi autorevoli e importanti di lui, e non ci lascia mai riposare, credo che siano tre giorni che non dormiamo. In compenso, devo ammetterlo, ci sta insegnando moltissimo, perch ormai siamo in grado di far volare l'aeronave come e meglio di lui. La Venus Genitrix non sar per usata soltanto per la ricognizione, mia cara Giulia. Tuo padre ci ha fatto avere dei proiettili incendiari, giare ripiene di nafta, quella strana sostanza che secernono le rocce in oriente, e noi siamo pronti a usarli. Stanne certa, io non mi limiter a stare a guardare che cosa fanno i marziani, per poi riferirlo ai nostri comandanti. Io agir, quanto  vero che mi chiamo Publio Licinio Crasso, e che sono figlio di Marco Licinio Crasso!
Credo comunque che Pompeo presto rimander Mamurra a Roma, con gran gioia di tutti, anche perch ha il brutto vizio di mettere le sue grasse mani sudate addosso agli uomini, nei posti pi imbarazzanti, e ci non gli procura molte simpatie. So che non  cosa da dire a una ragazza sensibile come te, ma mi sono fatto l'idea che tragga piacere dagli uomini, anzich dalle donne, come se fosse greco, e non romano (o italico) quale . Vorrei parlarne con tuo padre, ma temo che su questi problemi lui abbia una mentalit un po' troppo aperta e pi cosmopolita della mia. Gli anni che ha passato all'estero probabilmente gli hanno fatto perdere certi pregiudizi da vecchio romano, che invece io ho. Basti dire che si tiene attorno come segretario privato quel vecchio pederasta di Apollodoro, che se lo squadra sempre con occhi adoranti proprio come farebbe una fanciulla con il suo primo fidanzato! Te ne sarai accorta anche tu, spero! Non gli parler, quindi, perch so che si metterebbe a ridere o, peggio ancora, mi guarderebbe con il suo sguardo ironico e mi risponderebbe con una delle sue famose battute che mi farebbe vergognare di me stesso per giorni.
A parte questo, come ti ho detto, l'addestramento di Mamurra  stato ottimo, siamo pronti, e presto entreremo in azione. Non so dirti quanto sono eccitato e ansioso: sar il comandante della prima azione aerea delle legioni romane! Credo che lo stesso Pompeo mi invidi, perch ogni tanto mi dice che vorrebbe avere la mia et, e il mio comando.
Se noi siamo pronti, lo stesso si pu dire per il resto dell'esercito. Non puoi immaginare quali miracoli abbia fatto Pompeo in pochi giorni.
Il corpo dell'esercito, che a Velletri era fragile e smagrito, ora  di nuovo pronto e muscoloso come quello di un atleta pronto a partecipare ai Giochi Olimpici.
Dalle officine di tuo padre sono arrivati cannoni su cannoni, caricati su treni merci che hanno percorso ininterrottamente la tratta Roma-Tuscolo, come un serpente di ferro che strisciava nella nostra direzione. E Pompeo ha addestrato ininterrottamente i suoi artiglieri: come un ventenne, a dorso nudo, sudato, sporco di polvere da sparo, ha insegnato loro come caricare, come puntare, come ritirare il pezzo quando  minacciato. Uno spettacolo ammirevole, davvero degno di un condottiero romano!
Sono poi arrivati gli scudi nuovi che Pompeo ha ordinato, sempre dalle officine di Cesare, che devono aver davvero lavorato senza un attimo di respiro. Sono scudi grandi, alti quasi come un uomo, tutti di metallo. Sono pesanti, ma non quanto pensavo. Si dice che siano un'idea di Pompeo, per cercare di proteggere i legionari dal fuoco dei marziani. Quando non addestrava gli artiglieri, Pompeo addestrava il resto degli uomini a come usare i nuovi scudi, proteggendo tutto il corpo con la loro superficie.
E poi, naturalmente, i lavori di scavo. Pompeo ha avuto l'idea di una specie di linea difensiva fissa, per cui ha fatto costruire un alto terrapieno, e lo ha fatto irrobustire con tronchi, pietre, e tutto quanto si pu trovare. L'intento credo sia quella di rallentare il pi possibile i marziani, e proteggere gli uomini dal fuoco. Davanti al terrapieno, infatti, sta facendo collocare trappole di tutti i tipi: ci sono pali appuntiti che affiorano appena dal terreno, disposti a gruppi di cinque, che i legionari hanno soprannominato gigli, e poi buche nascoste, e trappole esplosive, e altro ancora.
Alcuni mugugnano, e dicono che le legioni romane non si comportano cos, che questo non  un modo di combattere che si confaccia al nostro valore tradizionale. I Romani affrontano i nemici, non si nascondono dietro terrapieni.
I pi invece sono d'accordo con Pompeo quando dice che Marcello e Lentulo hanno affrontato i marziani a viso aperto, e il risultato si  visto. Ora  il momento di essere prudenti, pi che prodi.
Io sono assolutamente d'accordo con lui. Io ho visto che cosa possono fare i marziani alle nostre legioni se affrontati in battaglia in campo aperto, e non voglio ripetere l'esperienza. Non voglio pi vedere legionari ustionati lungo tutto il corpo, e le legioni romani squagliarsi e fuggire. La prossima battaglia la dobbiamo vincere, e per farlo dobbiamo combatterla in modo intelligente, come vuol fare Pompeo.
E nella prossima battaglia io sar in prima linea. Non sei fiera di me? Comunque vada, nessuno potr dubitare del mio valore, perch ci che far sar davanti a tutti, in mezzo al cielo, come se fossi un dio sceso dall'Olimpo per partecipare all'assedio di Troia! E scaglier le mie folgori sui nemici, proprio come Giove, e non mi ritirer sin quando i nemici non saranno distrutti, questo  quanto ho giurato sul mio onore di Licinio!
Credo proprio che questa sar l'ultima lettera che riceverai da me prima della battaglia, che  sempre pi vicina. Il destino, mio e di Roma, si avvicina, e presto sar compiuto. Se vinceremo, Roma sar salva, e io avr compiuto imprese tali che sar aperta davanti a me la pi luminosa carriera che qualunque nobile romano abbia mai immaginato. E se perderemo... se perderemo Lari e Penati abbiano piet di noi, perch i marziani certo non l'avranno.
Io per non dubito, mia cara Giulia. La fortuna, lo so, mi accompagna. La fortuna che tante volte ha protetto tuo padre, e che lui stesso dice essergli procurata dalla vostra antenata Venere, sento che si sta estendendo anche a me, grazie a te. Sento che, in questi giorni, tutto mi  possibile. Sento che sopravvivr alla battaglia, coperto di gloria e onore, vittorioso come mai altri, perch avr dominato il cielo.
Quindi non dubitare, e non temere, Giulia. Rassicura mio padre, e la mia famiglia. Se hai occasione, per, sacrifica un po' d'incenso a Venere e Marte, a mio nome. So che gli di mi saranno propizi, ma un sacrificio non fa mai male.
I commilitoni mi chiamano, mia cara moglie. Mamurra ha dato ordine che si inizi un nuovo addestramento. Questa lettera ti sar sembrata un po' confusa, forse ma, perdonami, sono quasi tre giorni che non dormiamo. La prossima che ti scriver, dopo la vittoria, sar composta in stile migliore.
Con affetto.
Publio Licinio Crasso
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Cinque giorni alle Idi del mese di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
Giornata di grande tensione, quest'oggi.
Tutta Roma sembra trattenere il fiato, in attesa dell'esito della grande battaglia che Pompeo si accinge a combattere contro i marziani.
E anche nella casa di Cesare si avverte lo stesso umore. Giulia, per esempio,  venuta in visita nella casa paterna. Appena ha visto il padre,  scoppiata in lacrime. Dice di avere il presentimento che Publio compir qualche azione sconsiderata in battaglia, e morir. Mi sembra di aver capito che se ne  convinta leggendo l'ultima lettera che il marito le ha inviato. Chiss che cosa le ha scritto, il giovane: immagino quello che tutti i romani, o forse tutti gli uomini, scrivono alle loro amate prima di andare in battaglia.
La povera Giulia comunque deve trovarsi in una situazione molto spiacevole, perch da quanto ho capito anche il suocero, il famoso Crasso il Ricco, ha l'animo pieno di brutti presentimenti circa la sorte del figlio. E cos lei si trova con lo suocero che piange e geme, vagando per la casa, e lei stessa non fa altro che piangere e gemere a sua volta.
Cesare ha cercato di consolare la figlia, prima con argomenti filosofici, da epicureo quale , sul fatto che la morte  in realt la fine di ogni sofferenza, e dunque non deve essere temuta, e poi con argomenti razionali, spiegandole che i presentimenti non sono altro che immagini della mente, senza sostanza. Temo per che tra i suoi molti talenti non vi sia quello di saper consolare le giovani mogli atterrite dai timori per la sorte del marito.
Giulia ha continuato a ripetere di essere certa che il marito andr incontro a un triste destino, insensibile a tutti i razionali discorsi di Cesare, il quale alla fine si  stancato e ha lasciato la figlia alle premure della vecchia schiava che le ha fatto da balia.
Poi  arrivato in visita Catullo. La moglie, la famosa Clodia,  appena tornata da Verona per stare accanto al marito nelle difficolt. Un'idea molto dolce, in effetti. Il buon Catullo sembrava preda di emozioni contrastanti: era felice di avere accanto a s la moglie, ma terrorizzato che le accadesse qualcosa, e insieme fiero che lei fosse tornato per lui.
Non avevo mai visto la famigerata donna, che da giovane ha destato tanto scandalo. Ora giovane non lo  pi, ma ha ancora negli occhi qualcosa di speciale, per cui posso capire che agli uomini di gusti diversi dai miei possa fare tanto effetto. Non aveva mai incontrato il grande Cesare, ha detto, se non durante il suo meraviglioso salvataggio, e ha insistito finch non ha convinto il marito a presentarglielo, anche perch non poteva non ringraziarlo di persona. Cesare, che  vanitoso come una vecchia matrona, ovviamente ha gradito molto la cosa, e hanno subito chiacchierato fitti fitti, come vecchi amici. Lei  una donna che ama fare battute sarcastiche sugli ottimati, e ne sa fare di spiritose e terribili, e questo l'ha fatta entrare ancor pi nelle grazie di Cesare. Servilia invece l'ha odiata, credo, dal primo momento in cui  entrata in casa, e l'ha fissata con astio fin quando non ne  uscita. Questo ha ovviamente confuso il povero Catullo, che non sapeva pi come fare per salvare la situazione, e reso invece molto allegro Cesare, che in queste situazioni sguazza da par suo.
Per completare la giornata, Giuniano e Servilia hanno litigato furiosamente. Il figlio adottivo di Cesare pareva aver seguito pensieri tutti suoi perch improvvisamente ha iniziato, mentre la madre stava parlando di tutt'altro, a dire che nulla vi  di pi nobile al mondo del tirannicida, ovvero di colui il quale con sprezzo del pericolo libera la sua patria dalla tirannia, sopprimendo il tiranno, cominciando a citare esempi storici tratti dalla storia greca e, naturalmente, rammentando il suo grande antenato che ha cacciato da Roma Tarquinio il Superbo.
- Giuniano, hai ricominciato a frequentare quel mostro di mio fratello? Gli ha chiesto allora Servilia.  stupefacente quanto poco il figlio sappia riconoscere gli umori della madre. Io, che la conosco da meno di lui, ho subito percepito nel tono della voce, e ho letto negli occhi furenti, che la donna aveva deciso di sfogare con il figlio la propria rabbia.
Lui invece, con il candore del filosofo, o forse con la stupidit di chi non vede pi in l del proprio naso, ha risposto che secondo lui Catone era il pi nobile dei romani, l'incarnazione di tutte le virt che i veri Romani devono possedere e cos via.
A quel punto naturalmente si sono scatenate le Erinni, perch Servilia ha cominciato a urlare come un'ossessa contro il figlio. Per un attimo ho temuto che gli mettesse le mani addosso, e sarebbe stato ben pericoloso per lui, notoriamente inetto nelle arti di Marte, tanto pi che le unghie di cui sono munite le dita di Servilia sono lunghe e acuminate. Non gli avrebbe certo rovinato le fattezze, perch il volto di Giuniano  gi proprio brutto di suo, ma avrebbe potuto fargli molto male.
Per fortuna a quel punto  comparso, come per miracolo, Cesare: di fronte allo sguardo ironico e divertito del marito, Servilia si  ricomposta, e si  limitata a ordinare al figlio di andare via. E Giuniano, recuperata quel po' di dignit che possiede, se ne  andato di corsa, salutato allegramente dal padrone di casa, che secondo me si  goduto la scena come se assistesse a una delle commedie di Menandro che ama tanto.
Alla fine, l'unico che riesce a mantenere la calma, come sempre peraltro,  proprio Cesare. Negli ultimi giorni ha dormito ben poco: ha trascorso giorno e notte tra le officine, a incitare gli operai a lavorare di pi, a dare loro l'esempio, a risolvere i problemi, e i laboratori, a studiare nuove soluzioni tecniche. Ora invece sembra sereno.
Del resto si sa che, nei momenti di crisi, lui diventa allegro, e sembra che pi la situazione peggiora pi lui se la goda.
- Non  cos, Apollodoro. - Mi ha spiegato, poco dopo. -  soltanto che io non mi preoccupo di ci che non posso controllare. Conosco i piani di Pompeo, e sono buoni. Pompeo  un condottiero capace. Non  un grande condottiero come pensa di essere, perch non ne ha mai affrontato uno davvero grande. Gli manca infatti la capacit di improvvisare, di reagire alle situazioni di difficolt inventandosi una soluzione imprevedibile. Non  ha mai avuto bisogno, del resto, perch ha sempre combattuto le sue guerre in condizioni di enorme superiorit.  comunque un ottimo organizzatore, pianificatore, addestratore e motivatore dei suoi uomini. I suoi piani sono a volte prevedibili, ma sempre molto razionali, e senza errori. Utilizzer al meglio le risorse che ha.
E se fallir, anch'io ho i miei piani.
 inutile crucciarsi per il futuro, Apollodoro. Una volta che hai fatto ci che potevi, non ti rimane che attendere serenamente l'esito.
Molti filosofi ripetono questa lezione, certo. Non  dunque singolare che anche Cesare ripeta questi principi. Singolare  che sia tra i pochi uomini che riescono davvero a metterli in pratica.
E cos, mentre tutta Roma si agita e trema, in attesa della grande battaglia, Cesare si rilassa facendo esperimenti con delle rane morte.
Dalla Terra dei Morti, cinque giorni alle Idi di Maggio
Magister,
tu sai quale affetto ha sempre nutrito il tuo misero servo per te. Io ho sempre fatto ci che mi hai ordinato, che fosse legale o illegale. Ho obbedito a ogni tuo ordine, perch sapevo che sarebbe stato nel giusto, anche se io in quel momento non lo capivo.
Ora per, Magister, davvero non capisco il tuo comportamento, ma so che non  colpa mia, questa volta  colpa tua. Perch io, Cesare, ti ho spiegato chiaramente ci che vogliono gli di da te. Molto chiaramente, te l'ho spiegato, nella mia ultima lettera.
Tu per non hai ritenuto di obbedire agli dei. Anzi, hai fatto il contrario di quanto gli di ti avevano ordinato di fare. Questo  male, Magister, molto male!
Gli di sono adirati con te, Cesare, molto adirati. Io li ho visti, e la loro ira mi ha riempito il cuore di spavento! Giove tuona, e Marte digrigna i denti, e Apollo urla, e Giunone strepita, e Minerva geme, e tutto quanto nelle mie orecchie, continuamente! E nella mia testa, che rimbomba, e fa male, fa molto male! E tutto per colpa tua, perch tu non hai voluto obbedire ai loro ordini! Io sento tutto questo strepito, ma sono soltanto io a sentirlo, e cos non riesco a dormire, non riesco nemmeno pi a pensare, tanto  il terrore che scuote tutta la mia anima. Io tremo, e balbetto, e davvero non riesco pi a tollerare tutto ci.
- Devi dire a Cesare che non siamo soddisfatti di lui! - Tuona Giove.
- Devi dirgli che deve obbedire ai nostri ordini! - Dice Marte.
- Devi dirgli che non pu offendere gli dei! - Protesta Apollo.
- Devi dirgli che la sua arroganza ha passato ogni limite! - Strepita Giunone.
- Devi dirgli che deve piegarsi alla nostra volont! - Geme Minerva.
E poi  soprattutto la tua antenata, Venere, che piange e si dispera. La dea mi ha detto, con voce tanto terribile da farmi tremare:
- Devi dire al mio amato che anch'egli deve obbedire agli dei. Se non lo far, noi lo uccideremo!
 questo il messaggio che gli di mi hanno dato per te, Cesare. Ora basta fare di testa tua, basta con la tua arroganza e presunzione! Cesare, anche tu devi obbedienza agli di! Gli di ti hanno dato un ordine, e devi obbedire.
Se non lo farai, essi hanno deciso che la morte sar la tua punizione. Sappi, Cesare, che questo hanno deciso gli di immortali, e che nemmeno tu puoi opporti ai loro disegni, altrimenti morirai.
Io non voglio che tu muoia, Magister, perch tu sai quanto ti amo e ti onoro. Ma, se gli di ordineranno la tua morte, cos sar. Nessuno pu mettersi contro gli di, Cesare, nemmeno tu.
Questo  l'ultimo avvertimento che riceverai dagli di.
Lucio Vezio
La grande battaglia
di Marco Terenzio Varrone
La grande battaglia del nostro tempo, quella da cui dipende il destino di Roma, della Repubblica, e anche il nostro,  dunque iniziata. Chiunque viva a Roma l'ha capito, sentendo il brontolio sordo e continuo che arriva da meridione, e che ci ha destati tutti sin dal mattino. Sono i cannoni di Pompeo che tuonano, tuonano morte per i marziani.
Le prospettive per la battaglia sono ottime. Il dittatore ha ridato orgoglio e vigore all'esercito che i defunti consoli avevano portato a una vergognosa sconfitta. Poi l'ha rinforzato con truppe fresche, che ha sapientemente integrato con quelle pi esperte. Infine ha ordinato, organizzato e addestrato un impressionante parco d'artiglieria, quale mai era stato messo insieme in tutta la storia di Roma. Che abbia potuto fare ci in pochi giorni  frutto non soltanto della sua eccezionale vigoria e capacit di condottiero, che tutti gli riconoscono, ma anche della perfetta organizzazione industriale di cui Roma gode. Senza le fabbriche che lavorano giorno e notte e senza i treni che lasciano continuamente l'Urbe per il fronte tutto ci non sarebbe stato possibile. Un fiume di rifornimenti costituito da proiettili, fucili nuovi, polvere da sparo e ogni altra cosa che possa servire all'esercito attraversa la campagna laziale ogni giorno, per giungere sino a lui.
E, naturalmente, senza le capacit organizzative di Pompeo, le sue incredibili doti di comando, la sua onnipresenza, la sua preveggenza, il suo intuito, ci non sarebbe stato nemmeno immaginabile. Tutti gli ufficiali dell'esercito con cui ho parlato in questi giorni sono impressionati dal loro comandante: non avevano mai visto, infatti, un generale romano con tali eccellenti qualit.
Il nostro ricordo, il ricordo di tutti, non pu che tornare agli Scipioni, all'Africano Maggiore e Minore, che sconfissero e poi distrussero Cartagine. Forse soltanto in loro il talento romano per l'organizzazione militare aveva raggiunto le vette toccate ora da Pompeo.
Rispetto agli Scipioni, naturalmente, Pompeo ha i cannoni, e i fucili, e tutto ci che la moderna tecnologia pu offrire. Mai le legioni romane sono state cos potenti, cos ben armate, cos ben comandate come ora.
Tutta questa potenza viene da questa mattina scagliata contro i marziani. Il piano di Pompeo  semplice, fabiano verrebbe voglia di dire. Mentre le legioni sono al sicuro, dietro i terrapieni che hanno cos faticosamente scavato, protetti dai loro grandi scudi di metallo, un mare di fuoco e di ferro viene gettato sui nostri nemici.
Le mille trappole che il dittatore ha posto sul loro percorso li rallenteranno, li costringeranno a essere bersagli facili per i nostri cannoni. E i nostri cannoni li colpiranno, li colpiranno a ripetizione, finch anche la loro corazza, pur durissima, verr infranta, finch anch'essi non assaggeranno la potenza delle armi romane, e non si renderanno conto che nulla pu resistere alla potenza di Roma.
Questa volta, per, Roma non offrir piet, come ha fatto in passato con i popoli che ha sconfitto, ma soltanto giustizia. Troppo le nostre belle citt del Meridione d'Italia, le perle del nostro Mediterraneo, hanno sofferto, perch ora possiamo accettare la resa di questi barbari invasori. Essi debbono soltanto essere cancellati dalla faccia del mondo, in modo che di essi rimanga soltanto il ricordo, seppure deve rimanere.
Da Rei Pubblicae Acta
Tre giorni alle Idi di Maggio
Tuscolo, due giorni alle Idi di Maggio
Dal comando del dittatore, Gneo Pompeo Magno, a Giulia, moglie di Publio Licinio Crasso
Dolente comunicare Publio Licinio Crasso, comandante aeronave Venus Genitrix, caduto oggi nell'adempimento del dovere. Con enorme sprezzo del pericolo, vera incarnazione autentica tradizione militare romana, al comando sua aeronave colpita da fuoco nemico rifiutava ordine di ritiro e continuava a bersagliare marziani con proiettili incendiari, pur quando sua nave ormai in preda a fiamme, fino a esplosione della stessa. Tutto esercito romano compiange perdita tua e della famiglia Licinia. Suo ricordo per vivr per sempre.
Gneo Pompeo Magno, dittatore
Tuscolo, due giorni alle Idi di Maggio.
Mia cara Giulia,
ti scrivo in una pausa delle tremenda battaglia che stiamo combattendo.
Non hai idea, mia amata moglie, di quanto sia duro combattere contro i marziani. I nostri nemici avanzano giorno e notte, con la luce e con il buio, instancabili e apparentemente insensibili a ogni timore. Vengono sempre avanti, implacabili e disumani, senza aver bisogno di sonno, cibo o riposo. Pensarci  terribile, e deprimente!
I nostri sono logorati dalla stanchezza e dalla tensione. Anche le legioni, infatti, debbono combattere giorno e notte, anche se per noi umani  innaturale. Pompeo ha stabilito dei turni, cos alcune coorti combattono di notte e dormono di giorno, se ci riescono, perch il clamore della battaglia, il rombo dei cannoni e le urla dei combattenti non cessano mai.
Ho visto per uomini addormentarsi proprio accanto al fusto del cannone, e non destarsi nemmeno al suono delle esplosioni.
Di notte, grandi bracieri e lucerne illuminano le nostre linee di una luce livida e spettrale, per impedire che i marziani approfittino del buio per coglierci di sorpresa. e i soldati che vagano per le nostre linee, di notte, a quella luce, sembrano tornati dall'Ade per avvisare i vivi del destino che le attende.
Una nuova missione della Venus genitrix si avvicina, e non posso continuare questa lettera. La riprender al mio ritorno.
(lettera non finita, ritrovata nella tenda di Publio Licinio Crasso)

13.

Cos, in quel tempo, molti tra coloro che sono avversi a quella che chiamano la tirannia di Pompeo e Cesare si volgono a Giuniano. Egli sembrava discendere per parte di padre dall'antico Bruto e per parte di madre dai Servilii, un'altra casata famosa, ed era, oltre che figlio adottivo di Cesare, genero e nipote di Catone.
Coloro che aspiravano al rivolgimento di regime, e guardavano a lui solo, o a lui per primo, non osavano parlargliene direttamente, ma di notte riempivano di scritte le pareti della sua casa; la maggior parte di queste scritte diceva: Tu dormi, o Giuniano, che fosti Bruto; non sei Bruto, purtroppo e Non sei degno d'esser Bruto, Giuniano.
Cesare tuttavia non attribuiva alcuna importanza a questi eventi, e mostrava anzi d'aver grande fiducia nel figlio adottivo.
Plutarco, Vita di Cesare
MORTE AI TIRANNI!
Romani, Quiriti, vengo per la seconda volta a incitarvi a ritrovare la tradizione dei vostri padri, l'animo che ha reso grande Roma.
La Repubblica che  nata cacciando un tiranno, che  cresciuta nell'odio per il nome dei re,  ora caduta tra le grinfie di ben due tiranni, di cui l'uno, quello palese, abusa dell'antica magistratura della dittatura, e l'altro, quello occulto, trama e domina nell'ombra, con i mezzi pi nascosti e contrari al mos maiorum.
Quale vero romano potrebbe accettare di vivere in un regime in cui a chi dissente non  consentito nemmeno di parlare, in cui il dittatore spende il denaro pubblico senza controlli, regalandolo al suo padrone, proprietario di opifici e stabilimenti, in cui il nostro valoroso esercito invece di combattere i nemici si nasconde dietro un muro di terra?
Perch tutto ci? Forse che Pompeo teme di affrontare i marziani? No, non  cos. Egli sa che il valore che ha sempre animato il cuore dei legionari romani sarebbe sufficiente a distruggere l'arroganza degli invasori, ma rifiuta di affrontarli. Lo fa perch sa che, una volta vinti i nemici e terminata l'emergenza, egli dovrebbe deporre le insegne della dittatura e tornare un privato cittadino oppure, se volesse conservarle, violare la legge ancora pi apertamente di quanto ha gi fatto. Per questo trascina la guerra all'infinito, facendo nascondere i nostri soldati nella terra invece di farli combattere, ci che essi bramano.
 forse questa la condotta di un vero condottiero romano, di un vero nobile romano? No!
Io esorto le nostre truppe a non accettare vili comandi, che disonorano Roma e le nostre truppe, che preparano il sovvertimento delle istituzioni della Repubblica, della libert dei cittadini. Esorto i nostri soldati a fare ci che sanno fare come nessun altro, a combattere, invece che stare rintanati come talpe, assordati dai boati dei cannoni.
E che dire di Roma? Mentre i nostri soldati si nascondono, tutti i Romani fanno altrettanto, timorosi di ci che far il dittatore occulto di Roma, il Re della Suburra, il Machinarum Magister, Cesare. Quali oscure invenzioni star studiando nei suoi antri bui e misteriosi? In quale modo riuscir a ulteriormente pervertire l'animo dei suoi concittadini questo sibarita donnaiolo e amante degli uomini, l'esiliato che ha pagato in oro il proprio ritorno in patria, il capitalista che pretende si vincano le guerre soltanto costruendo pi cannoni e pi fucili del nemico, ma che non ha mai visto un campo di battaglia, e che effeminato e debole quale , certo tremerebbe e fuggirebbe alla vista del nemico!
Egli  il vero dittatore di Roma, il padrone delle vostre vite, e voi, Quiriti, il cui nome fa tremare tutti i popoli del mondo, non siete che schiavi ai suoi piedi. Schiavi volontari, poich violando tutte le nostre orgogliose tradizioni avete voluto piegare il capo, e inginocchiarvi davanti a lui, proprio come fa lo schiavo davanti al proprio padrone. Avete voluto farlo, conquistati dalle comodit che le sue res novae comportano: certo viaggiare in treno  pi comodo che in lettiga, o a cavallo; certo le macchine tessitrici sono pi veloci ed efficienti dei vecchi telai manuali; certo le lucerne, i giornali, i libri stampati, sono comodit. Ma quando mai le comodit sono state il fine del vero nobile romano? L'onore, la dignit, il prestigio per la propria famiglia, a questo aspiravano, un tempo, i nobili romani, non alle comodit!
Beati quei tempi in cui le virt romane erano davvero custodite, e praticate, e nessun abitante dell'Urbe si sarebbe lasciato comprare dalle comodit offerte da un traditore! Potessi io vivere quei tempi, anzich questi!
A quel tempo, il popolo romano ben sapeva come trattare chi aspirava alla tirannide. Molti, in passato, hanno osato intraprendere la stessa empia e vergognosa strada su cui sta ascendendo ora Cesare, e tutti ne hanno pagato il giusto prezzo.
Perch ognuno di questi, di coloro i quali hanno osato aspirare alla tirannide, ha pagato con la vita il proprio crimine. Ogni aspirante tiranno  stato raggiunto dalla giustizia vendicatrice, dalla mano romana che, a tutela delle proprie tradizioni, non ha esitato a fare ci che  giusto. Perch nulla c' di pi prestigioso e onorevole per il cittadino di una Repubblica che liberarla da un tiranno, nemmeno conquistare una nuova e ricca provincia, o emanare una legge buona e giusta. Uccidere un tiranno  come liberare la citt da una bestia feroce,  un atto meritevole che ogni cittadino  autorizzato a fare, se ne ha il coraggio, e ne vuole l'onore.
Oh, potessi vivere in quei tempi, in cui si trova un cittadino, un Bruto, un Opimio capace di fare giustizia con le proprie mani del tiranno! C' ancora a Roma un Bruto, anche se con altro nome? Se c', io invoco il suo intervento: sorgi, se ci sei, perch Roma ha bisogno di te. Che l'animo dell'antico Bruto possa ispirare i Romani di oggi a fare ci che  giusto, soltanto questo io auspico.
Secondo manifesto pubblicato da Catone in Roma, due giorni prima delle Idi di Maggio
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Due giorni alle Idi del mese di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
 strana la capacit che ha Catone di turbare l'animo di Cesare.
Questa mattina, quando l'ho incontrato, il Machinarum Magister se ne stava seduto, con in mano l'ultimo manifesto di Catone, uscito proprio oggi. Scuoteva il capo, con aria incredula.
- Apollodoro, perch quest'uomo mi odia tanto? Che cosa gli ho mai fatto? - Mi ha chiesto, e la sua voce era sinceramente affranta. La sua disperata incapacit di comprendere davvero l'animo del suo avversario politico mi ha intenerito. Mi  venuta voglia di avvicinarmi a lui e di abbracciarlo, di consolarlo, ma ho subito rifiutato questa tentazione. So che se lo facessi il nostro rapporto cambierebbe per sempre, e non in meglio.
Mi sono limitato quindi a scuotere anch'io la testa.
- Mi d del vile, dell'effeminato, del traditore... praticamente esorta ogni romano a uccidermi, mi paragona a una bestia feroce. - E intanto fissava quel manifesto con espressione assorta, come se potesse rivelargli da un momento all'altro il grande segreto dell'odio di Catone. - Io ho migliorato la vita di ogni romano, ho dato a Roma gli strumenti per dominare il mondo come mai avrebbe potuto, ho inventato le armi con cui pu spazzare via ogni nemico, e lui mi chiama traditore! Che senso ha?
Proprio mentre Cesare mi guardava con quei suoi occhi chiari cos affascinanti e io, incapace di rispondergli non soltanto a causa dell'emozione che mi aveva seccato la gola e mi faceva battere il cuore, ma proprio perch non avevo la risposta che mi chiedeva,  entrata Servilia, furiosa come la Medea nella tragedia di Euripide.
- Hai letto questo? - Ha chiesto. Anzi, per la verit ha urlato. Nel pugno ovviamente stringeva, tutta accartocciata, un'altra copia del manifesto del fratello. - Certo che l'hai visto, scommetto che sei stato il primo uomo a Roma a leggere queste sconcezze!
-  probabile. - Ha risposto Cesare in tono stanco, come se non ne potesse pi di quel genere di discussioni. - Ho miei uomini nella tipografia che li stampa, come sai.
- E allora perch non lo fermi? - Ha sbottato lei, agitando il pugno. - Ti rendi conto di che cosa scrive? Impediscigli di continuare a farlo.
Cesare ha sospirato, scuotendo la testa.
- Servilia, Catone gi non partecipa pi alle riunioni del Senato, non esce pi di casa, perch sostiene che se lo facesse rischierebbe la vita a causa dei miei uomini che lo minacciano. - Cosa che io e Servilia sappiamo peraltro vera, poich Cesare ha al proprio servizio bande di delinquenti, reduci della teppa che serviva Clodio, e ha dato loro ordine di non permettere al suo nemico di uscire da casa, ma non gli abbiamo detto nulla. - Se adesso boicottassi anche la pubblicazione dei suoi scritti, non credi che ogni romano si convincerebbe che davvero sono un tiranno? Che comincerebbero ad avere pi simpatia per lui che per me, a vederlo come un perseguitato?
- E la perfidia di invocare il nome di Bruto? - Ha aggiunto lei, arrivando addirittura a puntare il dito contro Cesare. - Non bastavano quei matti che scrivono messaggi deliranti sulle pareti della sua casa, ora ci si mette anche Catone!  evidente che vuole spingere mio figlio a ucciderti!
- E lui potrebbe farlo, Servilia? - Ha chiesto allora Cesare. Lei l'ha guardato con occhi di fuoco, ma non ha risposto. - Dopo tutto, non senti che cosa dice spesso? Catone  l'incarnazione del vero spirito romano, secondo lui. Allora io, a quanto pare, non posso che essere una deviazione da esso, una specie di mostro.
- Cesare! - Ha esclamato lei.
- Io ho la presunzione di pensare che conosco tuo figlio meglio di te. - Ha continuato lui, impacabile. - E penso che tuo figlio, se davvero si convincesse che sono un tiranno, troverebbe anche il coraggio di cercare di uccidermi.
- Non lo farebbe mai! - Ha negato lei. - Mai!
- No, forse no. - Lui ha sorriso. - Anche se Catone, e davvero non riesco a capirne il motivo, sta facendo di tutto per convincerlo.
- Oh, Cesare, a volte sei cos stupido! - Ha commentato lei, e gli occhi di lui si sono improvvisamente accesi.
- Pu essere, s. - Le ha risposto. - Non molto spesso, ma a volte s.
- Il mio fratellastro non  altro che un beone, un frustrato che non ha mai fatto nulla di buono nella vita se non latrare i suoi insulti in Senato. - Ha cominciato a dire Servilia. - Aveva bisogno di un grand'uomo da azzannare, come fece il suo modello Catone il Censore con Scipione, per avere uno scopo nella vita, e ha trovato te.  roso dall'invidia, non accetta chi si eleva al di sopra della sua mediocrit.
-  una maniera di vedere le cose, certo. - Le ha risposto Cesare. Ho visto che cominciava a rilassarsi, per.
- La cosa grave non sono le critiche che ti rivolge, Cesare. - Ha continuato Servilia, incoraggiata dal successo delle sue parole. - La cosa grave  che i suoi manifesti sono un'istigazione a ucciderti. Mette in pericolo la tua vita, in questo modo. Qualche giovane fanatico potrebbe prenderlo sul serio e, convinto di diventare un eroe, davvero cercare di ucciderti. Questo  contro la legge. Devi fare qualcosa per difenderti, Cesare!
- Potresti denunciare Catone, Cesare! - Ho esclamato allora io. I Romani sono molto fieri del loro sistema giuridico, no? E allora perch non utilizzarlo?
- E permettere che Catone sia citato dinnanzi a una corte di cittadini romani, e possa difendersi infangandomi, e accusandomi davanti a tutta Roma di essere un tiranno? - Ha replicato lui, irritato. - No, grazie, non ho nessuna intenzione di danneggiarmi cos.
- E allora proteggiti, Cesare! - Ha detto Servilia. - Assumi delle guardie del corpo. Molti nobili romani hanno uomini armati che li proteggono ovunque vadano, perch tu non dovresti averli?
Lui ha scosso la testa.
- Meglio morire una volta sola che vivere costantemente nel timore di morire. - Ha replicato, in tono deciso. - No, non girer per Roma scortato da uomini armati, proprio come se fossi il tiranno che Catone vuol far credere a tutti che io sia. - Ha taciuto per qualche istante, per poi riprendere a parlare, in tono pi lento, e stanco: - E poi, la mia vita non ha alcuna importanza per me. Ormai ho compiuto abbastanza imprese da essere ricordato per mille anni, e questo  sempre stato il mio obiettivo. Non  a me che deve essere cara la mia vita,  al popolo romano, perch sono io l'unico che lo pu difendere dalle insidie del futuro. Sono loro che dovrebbero preoccuparsi di proteggermi, non io.
Dopo queste parole un po' criptiche ha taciuto, assorto.
- E quindi che cosa intendi fare, Cesare? - Gli ha chiesto allora Servilia.
- A che proposito, moglie? - Ha risposto lui.
- A proposito di Catone, Cesare! - Ha quasi urlato lei, esasperata.
Lui ha sorriso con quella sua aria astuta.
- Nulla, Servilia. - Ha risposto lui, come se quello fosse un problema ormai superato e dimenticato. - Nulla, naturalmente.
Lei ha... non so bene come definire il verso che ha fatto: era senza dubbio quello di un animale infuriato, ma non ho mai sentito nulla del genere, per cui proprio non so quale sia l'animale che emette quel verso. Forse un grifone, o un'arpia. Cesare ha sorriso, compiaciuto, e lei se ne  andata, infuriata.
Ci siamo ritrovati nel pomeriggio, dopo aver saputo della morte di Publio Crasso. L'umore di tutti era ovviamente molto triste, perch il marito di Giulia era un ragazzo che sapeva farsi amare.
Mazio aveva portato le ultime informazioni sulla battaglia di Tuscolo. Cesare ha uomini propri che lo tengono informato di tutto ci che accade nel campo di Pompeo, e credo ne sappia pi dello stesso dittatore su come sta andando la battaglia.
- Il bombardamento a tappeto, come certo sapete, non  servito a nulla. - Ha esordito Mazio. - Pompeo ha scaricato sui marz..., sui tripodi, voglio dire, migliaia di proiettili di artiglieria. Ha devastato i campi attorno a Tuscolo come mai lo sono stati prima. Il paesaggio, a quanto ci dicono le nostre fonti,  stato sconvolto per sempre: ora sembra una pianura degli inferi, non del nostro mondo.
- E non  servito a nulla? - Ha chiesto Servilia.
- No. - Ha confermato Mazio. - La loro corazza, o la loro pelle, ancora nemmeno sappiamo che cosa sia,  troppo resistente.
- Era prevedibile. - Ha affermato allora Cesare. - I nostri proiettili sono evidentemente troppo rudimentali per ferire quegli esseri. Sono figli di una tecnologia troppo pi avanzata rispetto alla nostra.
-  stato tutto inutile, dunque? - Ha domandato lei, in tono angosciato. - Anche il sacrificio del povero Publio?
Cesare ha scosso la testa.
- Avevo avvertito Publio di fare molta attenzione. Gliel'avevo detto e ripetuto! - Sembrava stizzito, parlava lentamente, quasi stesse dettando la propria autodifesa. - e ho raccomandato a Mamurra di istruirlo bene su questo punto. La sostanza aerea di cui era ripieno il pallone della Venus Genitrix non  aria, anche se le somiglia.  una sostanza altamente infiammabile. Gli ho raccomandato espressamente di non avvicinarsi troppo ai tripodi, perch anche soltanto una loro fiammata avrebbe distrutto l'aeronave.
- Publio invece, per riuscire a colpire meglio i tripodi,  sceso a poche braccia da loro. - Ha chiarito Mazio a noi che non conoscevamo la dinamica della sua morte. - Forse pensava che da quella distanza i proiettili incendiari potessero avere pi efficacia.
- Non sono serviti a nulla nemmeno cos, vero? - Ho chiesto.
- No. - Ha risposto lui. - I tripodi sembrano inattaccabili anche a quel tipo di arma. Per da quella distanza una loro fiammata  riuscita a raggiungere la Venus genitrix, che si  incendiata ed  esplosa.
- Mi piaceva quel ragazzo. - Ha preso improvvisamente a dire Cesare. - Certo, non era molto brillante, o originale, ma con l'educazione che suo padre gli ha dato, come poteva essere diverso? Per era un ragazzo d'animo nobile, ed era coraggioso. Troppo coraggioso, sventato e impulsivo, a volte, e questo gli  costato la vita. Il coraggio  per un aspetto positivo nel carattere di un uomo, meglio averne troppo che poco. - Si  interrotto, poi ha ripreso a parlare. - Credo che fosse affezionato a Giulia, e che la trattasse bene. Il suo matrimonio era nato per rafforzare il mio rapporto di alleanza con Crasso, ma erano una coppia felice, io penso. Non mi sono mai pentito di aver proposto a Marco Licinio questo matrimonio. La povera Giulia star soffrendo molto. Servilia, scrivile, te ne prego.
Mi sembrava strano sentir parlare Cesare in questo modo. Forse si sentiva in colpa per la morte di Publio? Dopo tutto, era successo mentre comandava l'aeronave che lui aveva inventato, maneggiando armi che lui gli aveva dato, forse in preda alla ubris che Cesare genera. Pi ci penso, ora, pi mi convinco che, in qualche modo, Cesare stava cercando di convincersi di non essere lui il responsabile della morte del genero.
- E quindi adesso che cosa fanno i tripodi? - Ho chiesto, per distogliere la conversazione da quel discorso un po' morboso di Cesare.
Mazio e Servilia mi hanno guardato con gratitudine.
- Si stanno avvicinando per dare l'assalto alla fortificazione che Pompeo ha fatto costruire. - Ha cominciato a rispondere il primo. - Un assalto frontale, perch sanno di non aver nulla da temere dalle nostre armi. Continuano a lanciare dardi fiammeggianti contro le nostre legioni, che per questa volta sono preparate, e non si sono lasciate prendere dal panico. Il terrapieno e gli scudi pare le difendano abbastanza bene. Molti uomini sono caduti, ma il grosso delle nostre forze  rimasto intatto.
- Ma sono gi arrivati al terrapieno? - Ha chiesto Servilia.
- Pare di no. - Ha risposto lui. - Le migliaia di trappole che Pompeo ha fatto disseminare almeno a questo sono servite: hanno rallentato moltissimo la loro avanzata. Le mine non riescono a distruggerli, le punte acuminate non perforano la loro pelle, le cadute non li feriscono, ma li rallentano. Almeno questo.
- Pompeo sta guadagnando tempo. - Ha chiarito allora Cesare. - Ci sta facendo guadagnare tempo prezioso.
- Tempo prezioso per fare che cosa? - Ho chiesto allora io. Nessuno ha saputo rispondermi.
Roma, il giorno prima delle Idi di Maggio.
Mia cara Giulia,
tuo padre mi ha chiesto di scriverti, perch  ansioso di sapere come stai.
Il tuo lutto  cos fresco che certo sarai affranta. Ti posso capire, perch ho perso due mariti, prima di sposare tuo padre.
Non ti sar di consolazione, certo, ma sai bene che per le mogli romane la vedovanza  quasi un fatto naturale. I nostri mariti sono tutti soldati per tradizione e indole, e i soldati sono votati alla morte.  terribile, ma noi ne siamo consapevoli quando ci sposiamo, e lo accettiamo. Altrimenti sposeremmo un fornaio, o un maniscalco, che non sono tenuti a mostrarsi sempre coraggiosi a intrepidi, non  forse vero?
Publio era un giovane gentile e amabile, lo so. Ora ti sembra che il suo ricordo non ti abbandoner mai, e non voglio dirti che non sar cos, perch sembrerebbe insensibile nei tuoi confronti. Siete stati felici insieme, e ora ti sembra che non potrai mai pi essere felice.
 cos per tutte le giovani vedove, ma bisogna farsi forza, e il dolore pian piano svanisce.
Dacci tue notizie, Giulia, e fatti forza, te ne prego.
Ti saluto con affetto.
Servilia
Roma, il giorno prima delle Idi di maggio
Magister,
credo non ci sia nessuno a Roma pi informato di te di quanto accade. Eppure la forza dell'abitudine, che  pi potente di ogni costrizione, mi induce a scriverti ormai ogni giorno, e a descriverti quanto sta succedendo.
Con chi, infatti, potrei essere davvero sincero, e rivelare davvero i miei pensieri, se non a te? Non posso certo parlare con Terenzia che, per quanto dopo che l'hai salvata sia divenuta una moglie molto meno bisbetica, certo non  l'interlocutore con cui uno come me vorrebbe parlare; molti nobili romani sono naturalmente miei corrispondenti: alcuni sono fuggiti da Roma, e a loro non scrivo, perch disdegno la loro vilt, mentre quelli che sono rimasti sanno tutto ci che so io, e allora che senso avrebbe inviare loro delle lettere? Scrivo regolarmente a Pomponio Attico, come sai, ma lui non  che un capitalista, e di politica, al contrario di te, capisce ben poco.
E dunque ti scrivo, Cesare, perch anche quest'oggi il Senato ha ricevuto notizie da Pompeo: notizie dure e non incoraggianti, anche se non tragiche.
La battaglia continua anche oggi, nelle trincee di Tuscolo. I marziani giorno e notte vanno all'assalto dei terrapieni costruiti da Pompeo. Invulnerabili come sono ai nostri colpi, si fanno precedere da un muro di fiamme e attaccano, cercano di scalare il terrapieno, oppure di scavare ed eroderli alle basi.
Le nostre legioni per resistono, aggrappate alle loro linee con la forza della disperazione. Le perdite sono terribili, a quanto ci riferisce il dittatore: almeno la met dei nostri soldati sono morti e feriti, mentre nemmeno uno dei marziani  caduto. Pompeo  dovunque: compare quando le linee stanno per crollare, rincuora chi si perde d'animo, tranquillizza i feriti, esorta al coraggio e alla fermezza d'animo. Nemmeno lui per, il mio vecchio amico, il vincitore di tante battaglie, pu far s che i nostri proiettili, le nostre baionette, le nostre spade perforino la maledetta pelle dei nemici!
A sentire queste notizie, Cesare, non ti nascondo che i dubbi mi tormentano. Che senso ha questa resistenza, dato che non riusciamo nemmeno a ferire, non dico a uccidere, uno dei marziani? Decine di migliaia dei nostri soldati sarebbero dunque caduti invano? Non posso crederlo. E comunque, che altro possiamo fare se non resistere, e sperare per il meglio?
Questo ha detto al Senato, in sostanza, il comandante della cavalleria Curione, dopo aver riferito all'assemblea le ultime novit.
Molti senatori, infatti, si sono lamentati di come Pompeo sta conducendo la guerra. A che scopo resistere nelle trincee, quasi che guadagnare tempo sia il nostro obiettivo? Guadagnare tempo aspettando che cosa? Quale soccorso possiamo sperare, in quale rivolgimento della situazione possiamo credere? Perch non affrontare invece apertamente i nemici? Oppure perch non sganciarsi, ritirarsi e abbandonare Roma?
Alcuni senatori hanno anche attaccato con sarcasmo la famosa frase pronunciata da Pompeo all'inizio della battaglia, secondo cui vivere non  necessario, resistere s.
Curione ha difeso con grande energia la strategia del dittatore. Il sangue dei Romani non  speso invano, ha ripetuto. Dobbiamo resistere, sin quando non scopriremo il punto debole dei marziani. E non possiamo affrontarli a viso aperto, perch questo  proprio il modo che ha portato al disastro Marcello e Lentulo. E Pompeo, ha concluso, non abbandoner mai Roma, questo  certo.
Curione ha parlato per ore, e alla fine ha convinto il Senato, oggi. In tutta sincerit non so che cosa succeder domani, per.
Scusami, Cesare, per questa mia lettera cos disadorna. Il timore di quanto accadr a Roma mi attanaglia le viscere, e non mi permette di dormire, e anche i pensieri spesso mi si fanno confusi. Vedo la fine mia, di Roma e del nostro mondo, che si avvicina, e ci mi atterrisce.
Ti saluto.
Marco Tullio Cicerone
Roma, il giorno prima delle Idi di Maggio
Cara Servilia,
rispondo subito alla tua lettera, che mi ha un poco confortata.
So bene, e ho sempre saputo, che  destino delle mogli romane rimanere sole. I nostri uomini hanno tutto l'universo da dominare, e lo percorrono in lungo e in largo, come di sulla terra, affrontando coraggiosamente ogni pericolo. A noi invece spetta rimanere a casa, ad attenderli, sole. E quando i nostri uomini muoiono, come a volte purtroppo succede, rimaniamo ancora pi sole.
Ora per mi trovo in questa grande casa, la casa dei Licinii, che sembra trasudare lutto e morte, e sono davvero sola. La morte di Publio  stata infatti un colpo terribile per il suo vecchio padre: egli giace come una grande quercia abbattuta, e non parla pi con nessuno. Non piange nemmeno, sembra soltanto attendere la morte. La mestizia e le lacrime dominano ormai questa casa.
Rassicura comunque tata, perch nonostante tutto io resisto, e resister. Sono una Giulia, e nella nostra famiglia abbiamo l'animo forte.
A proposito di tata, quest'oggi mi  successo un fatto strano, che non so se sia il caso di riferire a mio padre.  venuto a trovarmi Spurinna, l'aruspice etrusco, te lo ricordi vero, Servilia?
Ha voluto assolutamente parlarmi di persona. Io pensavo volesse farmi le condoglianze per la morte di Publio e questo suo ardire mi ha stupito e un po' anche indignato. Come si permette infatti, pensavo, un indovino etrusco di pretendere di condividere il lutto con una Giulia sposata a un Licinio?
Invece l'idea di Spurinna era tutt'altra. Quando gli  stato permesso di vedermi mi ha fissato, con quella sua aria furba, che pareva per anche un po' turbata.
- Domina, perdona l'ardire: devi dire a Cesare di stare attento alle Idi di Maggio. Questo mi hanno rivelato le mie divinazioni. - Mi ha detto, con un tono di voce che mi  sembrato terribile. Il suo volto paffuto era ancora pi rubizzo del solito, e per un attimo ho persino temuto che avesse bevuto troppo.
- Che cosa? - Gli ho chiesto io, sorpresa.
- Riferisci a Cesare di fare attenzione alle Idi di Maggio. - Ha ripetuto lui, ma parlava lucidamente, non come un uomo ebbro. Ho notato che aveva gli occhi lucidi, ma per la paura, non per l'ubriachezza. - Hai capito? Un pericolo terribile  sospeso su di lui, alle Idi di Maggio. Riferisciglielo, te ne prego.
Io ho annuito, stupita, e lui  corso via, senza nemmeno salutare.
Che cosa devo pensare di una simile condotta? Non ti posso nascondere che mi ha un po' turbata. Forse non significa nulla, forse  soltanto il frutto della follia di un mago un po' strambo... In ogni caso, magari puoi riferirlo a tata, che cosa ne dici?
Ti saluto con affetto.
Giulia
Roma, il giorno prima delle Idi di Maggio
Giulia,
le mie condoglianze, come d'uso, per la morte di Publio. Per quel poco che lo conoscevo, era un giovane di valore, sebbene non certo portato alla speculazione e allo studio, e un po' sventato.
Naturalmente, ogni filosofo sa che la morte non deve rattristare chi rimane in vita, ma in realt essere per i parenti fonte di gioia. Se infatti come ritengono i molti oltre la morte non c' nulla, essa non  dunque che la fine delle sofferenze che sono tipiche dell'esistenza dei mortali, e allora non c' ragione di dolersene. Se invece ci che alcuni chiamano anima sopravvive alla morte, allora chi si  comportato da giusto, come Publio, non potr che trovarsi in un luogo pi felice di quello in cui si trascorre la vita, e dunque anche in questo caso i parenti sarebbero davvero egoisti di dolersi di una simile lieta sorte del loro caro.
Considera poi, Giulia, che se Publio fosse sopravvissuto a lungo nulla esclude che potesse divenire un pessimo marito, un uomo violento e malvagio, che avrebbe potuto coprire di disonore s, te ed entrambe le vostre famiglie. Non  dunque meglio che sia morto ora, piuttosto che affrontare un simile triste destino?
Queste sono le consolazioni che la filosofia ti pu offrire.
Colgo l'occasione, Giulia, per informarti di un fatto molto grave che riguarda la nostra famiglia. Proprio questa mattina ho visto la famigerata Clodia uscire dalla casa di Cesare e di mia madre. Lascia che ti dica che ritengo assolutamente indegno che una donna di questo genere, con la sua reputazione, frequenti la casa di mia madre. Soprattutto se, come so che era, mia madre non era in casa.
Non voglio nemmeno sapere l'oggetto dell'incontro tra tuo padre e Clodia, anche se conoscendo la fama di libertino dell'uno, e di dissolutezza dell'altra, posso ben immaginarlo.
Se  cos, e non vedo motivo di pensare che non sia cos, ritengo il comportamento di tuo padre imperdonabile nei miei confronti. Egli  pur sempre il mio padre adottivo e, se si venisse a sapere la sua condotta, anch'io ne risulterei umiliato, e tutti riderebbero di me.
Ti informo che trovo ci estremamente offensivo, e che non sono uomo da lasciar passare impunite simili offese.
Saluti sinceri.
Giuniano

14.

Ma sembra davvero che quel che  fissato non sia tanto inatteso quanto inevitabile, giacch dicono che allora vi furono segni prodigiosi e apparizioni. Forse non vale la pena di ricordare fuochi celesti e rumori notturni segnalati in parecchi luoghi, e uccelli solitari che scendevano nel foro; Strabone il filosofo racconta che a molti apparvero uomini infuocati che si lanciavano gli uni contro gli altri, e che il servo d'un soldato emise dalla mano una grossa fiamma: a quelli che osservavano sembrava che bruciasse, ma quando il fuoco cess, quell'uomo non aveva alcun danno.
Lo stesso Cesare assistette a un sacrificio, e non si trov il cuore della vittima. Ed era questo un segno di malaugurio, dato che in natura non potrebbe esistere un animale senza cuore.
Plutarco, Vita di Cesare
L'ultima difesa di Roma
di Marco Terenzio Varrone
La battaglia di Tuscolo, infine,  stata perduta. Le legioni hanno resistito oltre l'immaginabile, compiendo prodigi di valore, ma  stato tutto inutile. Dopo perdite immense, pare che almeno i tre quarti dei nostri soldati siano rimasti uccisi o feriti, le linee sono state comunque infrante, purtroppo. Le poche truppe che ci sono rimaste ripiegano ordinatamente su Roma, dove il dittatore Pompeo  gi giunto. L'abbiamo incontrato vicino al Tempio di Giove Ottimo Massimo, e l'abbiamo intervistato per chiedergli che cosa, secondo lui, potr accadere ora.
D: Gneo Pompeo Magno, come stai?
R: Fisicamente sto bene, grazie. La mia salute  ottima, come sempre. Non sono stato ferito, nonostante abbia partecipato a molti combattimenti. Sono per molto triste per l'esito della battaglia, che certo  andata diversamente da quanto speravo.
D: Puoi riassumerci brevemente l'andamento della battaglia? Che cosa  andato storto?
R: (sospira) La battaglia  stata essenzialmente un grande assalto dei marziani al nostro terrapieno. Come i tuoi lettori sanno, la mia strategia era di investire i nemici con un enorme spiegamento di artiglieria, di martellarli e distruggerli prima ancora che arrivassero vicini alle nostre posizioni. Ho organizzato il pi grande bombardamento d'artiglieria della storia, qualcosa che non era mai stato fatto prima, ma non ha prodotto alcun risultato, perch i marziani si sono dimostrati invulnerabili ai nostri proiettili. In questa fase della battaglia ho anche ordinato il primo bombardamento aereo della storia dell'uomo, per mezzo dell'aeronave di Cesare, la Venus Genitrix armata di bombe incendiarie. Anche quest'operazione, che mai era stata tentata prima, non ha avuto successo: mentre l'aeronave scaricava le proprie bombe sui marziani, senza alcun effetto, peraltro, un dardo fiammeggiante dei marziani l'ha colpita, e ha preso fuoco, esplodendo immediatamente.
D:  qui che ha trovato la morte Publio, il figlio del consolare Marco Licinio Crasso, vero?
R: Un giovane davvero di grande valore. L'avevo messo al comando dell'aeronave: un grande onore.  stato il primo ufficiale romano a comandare un mezzo aereo, e un attacco dall'aria.  giusto che il suo nome rimanga nella storia.
D: E poi che cosa  accaduto?
R: I marziani hanno attaccato il terrapieno. Un mare di fiamme li precedeva, ma i nostri uomini erano ben protetti grazie agli scudi che avevo fatto prudentemente costruire e predisporre. L'attacco  stato lento, perch lungo tutti i percorsi d'attacco avevo fatto predisporre miriadi di trappole di ogni tipo, che purtroppo li hanno soltanto rallentati, perch si sono dimostrati invulnerabili a ogni tipo di insidia. Avevo fatto in modo che il terrapieno fosse molto ripido, in modo che avessero difficolt a scalarlo. Mentre ci provavano, li abbiamo bersagliati dall'alto non soltanto con i nostri fucili, ma anche con pesanti massi e addirittura olio bollente, ma  stato tutto inutile. In questa fase abbiamo subito grandi perdite, perch i marziani hanno attaccato incessantemente, giorno e notte, senza darci tregua, e rispondevano con i loro dardi fiammeggianti, cosicch molti, troppi soldati ne sono stati bruciati. Voglio segnalare in particolare due centurioni che sono caduti, combattendo eroicamente: Lucio Fabio e Lucio Petrosidio.
D: E poi?
R: Quando i marziani si sono accorti che il terrapieno era troppo ripido e alto, e che anche loro non sarebbero riusciti a scalarlo, hanno cominciato ad abbatterlo. Non avevo idea che, pur essendo esseri cos esili e slanciati, potessero avere una simile forza! Con le loro braccia a tre dita afferravano i pesanti massi che avevano posto alle basi del terrapieno, oppure i grandi tronchi, e li scagliavano via senza apparente sforzo. Mentre loro indebolivano il terrapieno dall'esterno, dall'interno i miei uomini guidati da Tito Labieno, uomo valoroso e d'animo militare, cercavano invece di rafforzarlo, aggiungendo tutto ci che potevano, ma era un tentativo che, lo sapevo, non poteva avere successo.
D: Per cui che cosa  successo, alla fine?
R:  successo che un largo tratto di terrapieno  crollato, aprendo una breccia ai marziani. A quel punto il mio comandante della cavalleria, Curione, ha guidato un disperato contrattacco per ricacciare i marziani al di l della breccia, ma non  servito a nulla. Tutti gli uomini che ha condotto all'assalto, lui compreso, sono morti bruciati, senza aver causato alcun danno ai marziani. Curione  morto eroicamente, voglio che il popolo romano lo sappia. Allora ho ordinato la ritirata, perch continuando a difendere le linee avremmo rischiato il completo annientamento delle nostre forze.
D: Quali altre speranze ci rimangono, dittatore?
R: (sospira) Ho ordinato a tutte le nostre residue forze di convergere su Roma. Altre forze arriveranno dall'Asia, se faranno in tempo. Cercheremo di difendere la citt, a tutti i costi. Purtroppo il Senato, negli ultimi anni, non  stato molto diligente nella manutenzione delle mura esterne della citt, che in molti tratti sono in pessime condizioni. Questa  una responsabilit che era del Senato, e che non ha saputo assolvere.
D: Che cosa possiamo fare, dunque?
R: In ogni caso, le mie forze stanno cercando di fare il possibile riattrezzando i bastioni rimasti. Li useremo per difendere la citt. La forza dei marziani  tale, per, che temo possano spezzare via le nostre vecchie mura, ormai decrepite, cos come hanno fatto con il mio terrapieno. E le mie forze sono cos ridotte, le perdite che hanno subito cos elevate, che non ho nemmeno gli uomini sufficienti per presidiare le mura.
D: E quindi?
R: Quindi, ordino quale dittatore, anzi, esorto nel nome sacro di Roma ogni cittadino romano, addirittura ogni abitante di Roma, sia pure esso uno schiavo, che abbia a disposizione un'arma, un fucile, una pistola, una spada, anche soltanto un forcone, a mettersi a disposizione dei miei ufficiali per difendere Roma. In questo momento tragico, ogni paia di braccia in pi pu fare la differenza. Dobbiamo difendere Roma, a ogni costo.
D: Dittatore, un'ultima parola di incoraggiamento per i nostri lettori.
R: (tace a lungo) Ci troviamo di fronte a una prova durissima, la pi dura che Roma abbia mai dovuto affrontare. Se prevarremo, se riusciremo a resistere, ci saremo a buon diritto guadagnato il dominio del mondo. Ma pu essere che non prevarremo, che alla fine la potenza dei marziani si riveli irresistibile, come  stata sino a ora, e come temo sia. Comunque io spero e credo che ogni uomo romano combatter per la propria patria, anche se la lotta  senza speranza, in modo che la resistenza che abbiamo opposto a questa immane potenza che ci  stata scatenata contro almeno renda famoso il nome di Roma per l'eternit. Che fra mille anni tutti sappiano che Roma  caduta, ma  caduta combattendo sino all'ultimo uomo, senza mai tremare.
Cos ha parlato il dittatore Pompeo.
L'ora  davvero tragica. La fine della Repubblica pare avvicinarsi, inevitabile, e ben poche sono le speranze che residuano. Eppure l'animo del popolo romano non deve disperare, perch il coraggio del Senato rimane saldo, e finch il Senato  a Roma tutto  possibile, anche l'incredibile.
Da Rei Pubblicae Acta
Le Idi di Maggio
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Le Idi del mese di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
 con grande dolore che inizio a scrivere queste pagine. Gli occhi mi si riempiono di lacrime al ripensare a ci che  successo, e davvero vorrei lasciare questa pagina del mio diario in bianco. Non posso per sottrarmi dal descrivere ci che  successo, per onorare la memoria di chi non c' pi.
La morte di ogni uomo, dicono i filosofi,  importante nell'equilibrio del cosmo. Eppure a noi mortali, che non vediamo le cose dal punto di vista degli di, sembra che alcune morti siano pi importanti di altre. La morte di chi vive vicino a noi ci colpisce di pi, certamente, ma anche quella di chi sembrava avere le potenzialit per operare nel mondo facendo grandi cose, risolvere problemi, portare felicit, queste ci sembrano perdite pi gravi.  come se, con la sua morte, morisse anche una parte del futuro di tutti, e di ognuno di noi. Quella che ho il dovere di raccontare ora  una morte di questo tipo: quella di un uomo che ormai conoscevo da anni, e che avevo da tempo imparato ad apprezzare e stimare, e che avrebbe potuto fare ancora grandi cose per la Repubblica.
Nel raccontarla mi sembra giusto partire da ieri sera, la vigilia delle Idi di Maggio. Io non sono un uomo che abbia molta fede negli di, eppure fortissima  la sensazione in me che ieri sera le Parche ci abbiano voluto avvisare che il filo di una vita, e che vita!, stava per giungere a termine.
Cesare era ospite a cena di Cicerone, e con lui c'erano Giuniano, Mazio, Pomponio Attico e altri.
Non  stata una serata allegra, perch l'animo di tutti era oppresso dalla preoccupazione per i marziani, per quella che potrebbe essere l'imminente fine di Roma, e per tutte le morti di questi giorni. Si era addirittura diffusa la notizia che, nel corso di un sacrificio cui aveva assistito anche Cesare, non fosse stato trovato il cuore della vittima cosa che, secondo le tradizioni romane, sarebbe un pessimo presagio.
La conversazione ristagnava, e Cesare non vi partecipava nemmeno, impegnato com'era a leggere non so bene quali carte.
A un certo punto Giuniano ha introdotto un nuovo argomento di conversazione, del tutto adatto al momento tetro che stavamo vivendo.
- Quale definireste la morte migliore che si possa ricevere? - Ha chiesto. Ho visto Cicerone aprire la bocca per rispondere, e tutti ci aspettavamo una sua dotta e fluviale spiegazione, ma non ne ha avuto il tempo. Tutti pensavamo che Cesare non avesse nemmeno sentito la domanda, invece fu lui il pi lesto a rispondere.
- Inattesa. - Ha risposto, semplicemente.
Nel silenzio di tutti, Giuniano ha annuito, d'accordo.
- Cos sia. - Ha bisbigliato. Io ero vicino a lui, e credo d'esser stato l'unico a udirlo.
Oggi, lo ripeto, quello scambio di battute mi sembra quasi una premonizione, come se il fato avesse voluto darci un avviso di ci che sarebbe successo il giorno dopo.
E non  stato l'unico avvertimento, in verit.
Quest'oggi, all'alba, Cesare ha ricevuto da un servo quello che pareva un messaggio importante: un foglio scritto in un codice che lui solo pu decifrare.
Nessuno meglio di me sa come lui riesca a mantenere un assoluto controllo di s, a non manifestare alcuna emozione, ma chi lo conosce bene sa leggere anche i piccoli segnali del suo corpo, il dito che si gratta il capo ormai privo di capelli, gli occhi che sembrano divenire pi chiari. Per chi gli  stato a lungo vicino, quelli sono segnali inequivoci: il messaggio era importante.
- Apollodoro, - mi ha detto, infatti, dopo un attimo di riflessione, quando ebbe finito di decodificare la comunicazione, - che cosa ne dici di fare una capatina fino al laboratorio? Credo che ci sia qualcosa d'importante da vedere, questa mattina.
Alludeva al suo laboratorio principale, quello situato nella Suburra, non a quello di Ostia dove costruisce le applicazioni meccaniche dei suoi studi. Io ho annuito: sulle sue labbra era presente il sorriso ironico, appena accennato, che  caratteristico di quando vuole stupire il suo pubblico.
Quel mattino era presente anche Giuniano, che era venuto a chiedere a Cesare di far visita insieme a lui a un comune conoscente.
- Cesare, dunque non vuoi soddisfare la mia richiesta? - Ha protestato quello, improvvisamente rabbuiato. Giuniano  sempre molto permaloso, e ogni minima contrariet lo turba in modo esagerato.
- Giuniano, figlio mio, perch mai non dovrei soddisfarla? - Gli ha risposto Cesare, sorridente. - Tu mi accompagnerai al laboratorio, con Apollodoro, e poi tutti insieme andremo a trovare Marco Emilio Lepido. Ti soddisfa?
- Certamente, Cesare. - Ha acconsentito l'altro.
Nel frattempo per  sorta una nuova difficolt.  infatti giunta Servilia, evidentemente appena desta. Con gli occhi arrossati dal pianto, i capelli in disordine, la veste che la copriva appena, sembrava ancor pi del solito appena uscita da una tragedia greca.
- Servilia, che ti  successo? - Le ha quindi chiesto Cesare, perplesso.
Per una volta ha abbandonato il suo consueto tono ironico, perch la moglie sembrava davvero spaventata. Lei  corsa verso di lui, come spinta da un desiderio disperato, e l'ha abbracciato, piangendo a dirotto.
- Servilia, che ti succede? - Ha ripetuto lui ancora pi perplesso e, mi  parso, anche un po' imbarazzato. La moglie di Cesare  una donna d'animo molto forte, direi virile, per cui vederla piangere ha stupito non poco anche me, e suo figlio.
- Oh, Cesare, Cesare! - Continuava a singhiozzare lei, senza riuscire a dire altro.
Alla fine lui  riuscita a calmarla, io ho fatto portare qualcosa da bere e, insomma, si  ristabilita un po' di calma, e la donna pur tra sospiri ed esitazioni ci ha spiegato quello che la turbava.  venuto fuori che nella notte Servilia aveva fatto un sogno terribile: ha provato a raccontarcelo, e ne  uscita una narrazione confusa di immagini terribili, torri potenti colpite da fulmini e cadute in rovina, e statue di Venere piangenti che rivolgevano a Cesare oscuri avvertimenti per questa mattina.
- Questo  un segno premonitore, Cesare, non ci sono dubbi! - Ha concluso lei, in tono molto preoccupato.
- Non predire anche tu la fine di Roma, Servilia, per favore! - Ha esclamato allora lui, disgustato, allontanandola da s. - Roma  gi colma di indovini che ci riempiono le orecchie delle loro profezie di rovina.
- No, Cesare, il mio sogno non parla di Roma. - Ha risposto lei. - Il mio sogno parlava di te. Sei tu che sei minacciato da un pericolo mortale. Gli di mi hanno mandato questo sogno per dirmi che questa mattina non devi uscire di casa.  troppo pericoloso per te! Troppo pericoloso! - E si  rimessa a piangere.
Cesare sembrava sempre pi imbarazzato.
- Servilia, tu sei una donna razionale...
- Cesare, se non credi ai miei sogni abbi almeno fiducia in me. - Lo ha interrotto lei, in tono disperato. - Fallo per me, per l'amore che hai per me, te ne prego: non uscire di casa questa mattina.
Non capita spesso di vedere Cesare indeciso, ma quella mattina lo era. L'evidente stato di terrore della moglie l'aveva davvero turbato.
- Non posso lasciarti in queste condizioni, Servilia. - Ha concluso, infine, dopo qualche istante in cui ha riflettuto, rabbuiato. - Credo che la mia visita al laboratorio, e anche a Lepido, possa ritardare di qualche ora. Che cosa ne dici, Giuniano?
Il fato aveva per deciso altrimenti, e ci stava conducendo verso un destino di morte. Ci che  scritto, infatti, non si pu mutare, evidentemente, perch Giuniano non era affatto d'accordo:
- Cesare, - ha cominciato a dirgli lui, in tono sarcastico, - che razza di uomo sei, se ti lasci condizionare dai sogni e dai pianti di una donna? D'ora in avanti, richiederai il permesso di mia madre per uscire di casa? E che penser di ci il popolo di Roma: Ecco Cesare, il Machinarum Magister, che non esce di casa se sua moglie ha fatto un brutto sogno!. Vuoi davvero coprirti di ridicolo in questo modo, disprezzare la tua dignit, far ridere di te tutto il popolo?
Lui  sembrato molto colpito da questi ragionamenti.
- Giuniano! - Ha ringhiato Servilia, sfoderando di nuovo le unghie. - Non farlo!
- No, moglie, tuo figlio ha ragione. - Ha scosso la testa Cesare. - Non posso permettere che i miei impegni siano condizionati dai tuoi sogni. In fondo, che cosa sono i sogni se non semplici fantasie notturne, immagini della mente?
- Esatto, Cesare! - Ha assentito l'altro, soddisfatto. - Ora ti riconosco come il filosofo che sei.
Servilia non era affatto soddisfatta della decisione, e ha guardato il marito con uno dei suoi sguardi incendiari, ma questa volta lui non ha pi cambiato idea. Lei allora ha fissato il figlio, quasi volesse leggergli nell'animo, e lo sospettasse di chiss quale macchinazione, ma lui naturalmente non  sembrato accorgersene.
Ecco, dunque, come Giuniano si  fatto artefice del destino.
Poco dopo siamo usciti di casa. Le strade erano piene di gente che fuggiva in preda al panico, che se ne stava in strada semplicemente perch non sapeva che altro fare, aveva paura di stare in casa, o pensava che l fuori avrebbe avuto modo di sapere prima qualche notizia importante. Le strade di Roma sono sempre molto trafficate ma, quel giorno, davvero sembrava che tutto il popolo che abita la citt si fosse ammassato in strada. Il brusio e la confusione erano terribili, come se migliaia di api ci ronzassero vicino al capo.
- Temo che sia impossibile utilizzare una portantina, Cesare. - Ha detto Giuniano, scuotendo la testa. - Bisogner andare a piedi.
Cesare ha assentito.
- S, andiamo a piedi. - Ha detto. Cos ancora una volta prendendo un'altra decisione, apparentemente minima, che ci ha portati pi vicini al disastro.
Ci siamo quindi immersi nella folla, facendoci largo a colpi di gomiti.
- Ma insomma!
- Per Giove, fai attenzione a quello che fai! - Sentivamo dire continuamente.
Cesare pareva piuttosto divertito dalla situazione. Sgomitava con decisione, e insieme salutava i molti che conosceva.
- Lucio, che fai qui? Perch non te ne stai a casa con la tua famiglia? - Diceva a un uno. - Tito, salve!  guarito tuo figlio? Bene, sono contento per voi. -  incredibile quante persone Cesare conosca nella Suburra. In questo senso,  davvero il re di questo quartiere.
A un certo punto mi ha preso per il braccio, indicandomi una casa.
- Sai chi abita l dentro? - Mi ha chiesto. Io ho fatto cenno di no con il capo. - Il famoso Spurinna, l'aruspice etrusco di cui Giulia e Servilia hanno tanta fiducia.
Io ho ancora scosso il capo. Non ne avevo mai sentito parlare, n per la verit ci mi stupiva. L'aruspicina, come le altre tradizioni religiose romane di origine etrusca, non mi ha mai interessato. Io sono un greco razionalista, posso accettare gli di olimpici e i culti misterici ellenici perch fanno parte del mio retaggio, ma le superstizioni italiche superano la mia capacit di comprensione.
- Ah, ecco l'uomo. - Ha urlato a un certo punto Cesare, sempre pi divertito. - Eccolo l, l'indovino.
Io ho guardato, ed in effetti dalla casa era appena uscito un uomo piuttosto giovane, roseo e grassoccio, che si guardava attorno con aria un po' seccata, come se fosse disturbato da tutta quella confusione.
- Spurinna! Ehi, Spurinna! - Ha urlato lui, per richiamare l'attenzione dell'altro superando il brusio della folla. Alla fine l'aruspice ha sentito il proprio nome, e si  voltato nella direzione da cui sentiva provenire il richiamo. Il suo sguardo ha vagato per qualche istante e poi, quando si  fermato su Cesare, ha aperto la bocca per lo stupore. Stranamente, mi  sembrato molto preoccupato.
- Hai visto, Spurinna? - Ha urlato ancora Cesare, agitando il braccio nella sua direzione. - Le Idi di Maggio sono arrivate, e io sono ancora qui.
Spurinna si  rabbuiato.
- Le Idi di Maggio sono arrivate, ma non sono ancora finite, Cesare. - Gli ha risposto, con un'espressione terribilmente triste in volto.
Cesare ha scosso la testa, come a dire che certe persone non vogliono mai ammettere di avere torto, e ha proseguito.
- Chi  quell'uomo? - Mi ha chiesto Giuniano, spinto dalla folla verso di me.
- Pare che sia un indovino etrusco. - Gli ho risposto io. - In qualche maniera, deve aver predetto qualcosa a Cesare.
- Indovini! Superstizione! - Ha esclamato l'altro, con espressione disgustata. - Un vero filosofo non crede a queste cose.
Cos, ancora una volta, il destino ha voluto giocare con noi.
Abbiamo continuato la nostra strada verso il laboratorio, passando davanti a una bottega di calderai.  da l che, con la coda dell'occhio, ho visto uscire un uomo. Non voglio dire di essere stato preveggente, e di aver capito subito che cosa stesse succedendo. Mi ha stupito per che, con la ressa, e il caldo del mese di maggio a Roma, quell'uomo portasse un cappuccio calzato sul viso, che rendeva impossibile capire chi fosse.
Non ho pi fatto attenzione a lui, comunque, perch dovevo badare a non farmi distanziare troppo da Cesare, che camminava con grande decisione, e a non prendermi troppe gomitate sul viso. Sono certo per di aver notato, in almeno due occasioni, che l'uomo quasi correva, spintonando gli altri con violenza, e si stava avvicinando sempre di pi a noi.
Ricordo bene che abbiamo superato un incrocio in cui si trovava una piccola statuetta di Pompeo. Lo ricordo perch per un attimo ho guardato il viso rappresentato dalla statua, un Pompeo giovane, somigliante ad Alessandro, e l'ho nella mia immaginazione confrontato con quello che avevo avuto modo di vedere negli ultimi giorni.
- Ehi, fai un po' attenzione!
- Per Giove, che modi!
Sentivo dire alle mie spalle, e non ho dubbi che l'uomo col cappuccio fosse l'oggetto di quei richiami. Alla fine mi sono voltato, e me lo sono ritrovato proprio davanti, a un palmo dal mio naso. Lui  stato molto rapido e, prima che potessi reagire, con un forte spintone mi ha gettato a terra.
- Ouch. - Credo di aver esclamato, cadendo pesantemente al suolo. Poi per subito dopo ho urlato, perch ho avuto paura: - Cesare!
Lui si  voltato, e l'uomo allora mi ha colpito con un calcio al fianco. L'aria mi  uscita dai polmoni, e sono rimasto senza fiato, con gli occhi annebbiati dal dolore per qualche istante.
- Ma questa  violenza! - Ho sentito esclamare da Cesare.
L'uomo ha tirato fuori dalla tasca qualcosa di scuro e metallico, di oscuramente minaccioso.
- Ha una pistola! - Ho sentito che urlava la folla. - Una pistola! - A quell'urlo  seguito il panico generale, e tutti sono corsi via.
L'uomo ha alzato la pistola lentamente, alzandola contro Cesare.
Lui  rimasto immobile. Sulle sue labbra si  disegnato una sorta di sorriso ironico. Stava per dire qualcosa, conoscendolo probabilmente un'osservazione spiritosa, quando l'uomo si  abbassato il cappuccio, rivelando un volto devastato dalle fiamme, e uno sguardo completamente folle.
- Vezio! - Ha esclamato il Machinarum Magister.
- Io ti avevo avvisato, Cesare. - Ha cominciato a dire l'altro, con aria triste, sempre puntando l'arma verso di lui. - Pi volte ti ho avvisato, ma tu non hai voluto ascoltarmi. E adesso devo fare ci che gli di mi hanno chiesto. Mi dispiace, Magister, lo sai che mi dispiace, ma non si pu disobbedire agli dei.
- Vezio. - Ha ripetuto Cesare, in tono basso e calmo, pensando probabilmente di farlo ragionare. - No!
L'altro ha puntato la pistola, mirando proprio verso Cesare. Stava per sparare.
No, no, ho pensato io, terrorizzato. Ho chiuso gli occhi, per non vedere Cesare colpito dal proiettile mortale. Per Vezio non ha sparato. Riaprendo gli occhi, ho visto un'ombra confusa buttarsi su di lui.
- Che cosa? - Ho esclamato io. Ho visto due corpi lottare confusamente, avvinghiati. Ondeggiavano, poich Vezio teneva stretta la pistola con entrambe le mani, e l'altro cercava di strappargliela, con grandi strattoni.
- Aiuto!
Prima che chiunque potesse intervenire, per, un'esplosione, e il corpo di quell'altro  stato proiettato lontano da Vezio.
- Non tu, Giuniano, figlio mio! - Ha esclamato Cesare, con un'espressione di orrore sul volto, guardando il corpo del figliastro riverso al suolo, il petto squarciato dal pesante proiettile, gli occhi aperti sull'orrore, il sangue rossastro che colorava il selciato.
Anche Vezio ha spalancato gli occhi, stupito. Ha guardato la propria mano, che reggeva ancora l'arma, come incredulo di averlo fatto.
- Non era lui. - Ha detto. - Non era lui...
Cesare  stato il primo a riprendersi: fulmineo, in un attimo aveva in mano il piccolo pugnale che porta sempre con s e, un istante dopo, lo vedevo colpire Vezio. Ha colpito prima il braccio, e la pistola  caduta al suolo, con un suono goffo, poi il petto dell'uomo una, due, tre, non so quante volte. Gli ho guardato gli occhi, e non era in preda all'ira, ma piuttosto era animato da una fredda determinazione omicida.
Vezio non ha detto una parola, n si  difeso. Bench colpito pi volte, per, e mortalmente ferito, quando Cesare ha interrotto il suo attacco per soccorrere Giuniano  caduto a terra. Poi per, lasciando una striscia di sangue scuro,  riuscito faticosamente a strisciare via, fin sotto la piccola statua di Pompeo che avevamo superato poco prima. Qui si  alzato il cappuccio sul volto, come se volesse nascondersi a tutti e, senza dire una parola,  spirato.

15.

Nell'anno del consolato di Caio Marcello e Publio Lentulo Spintere avvenne un fenomeno tanto inconsueto da destare stupore e inquietudine: in una giornata serena, il cielo di Roma fu attraversato da strani globi luminosi che, a quanto si seppe poco dopo, si schiantarono alle pendici del vulcano Vesuvio, in Campania.
Tranne i superstiziosi, nessuno alla fine attribu grande importanza all'accaduto, essendo l'interesse dei Romani in quei giorni attirato dall'ennesimo scontro tra Cesare e Catone.
La figlia di Cesare, Giulia, tuttavia era in quel periodo in villeggiatura a Baia, ed ebbe modo di informare il padre di ci che era avvenuto. Egli se ne interess, perch amava investigare sui fenomeni strani, ritenendo che soltanto cos avrebbe potuto penetrare nei segreti della natura che ancora gli sfuggivano.
Cos, quando dalle pendici del Vesuvio sorsero esseri mostruosi, con tre occhi, braccia e gambe, che lanciavano dagli occhi dardi di fuoco, Cesare fu il pi pronto a capire ci che stava accadendo.
Plutarco, Vita di Cesare
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Le Idi del mese di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
Ci che era accaduto mi aveva sconvolto. Da una parte vedevo il povero Giuniano, con il petto lacerato da un'orrenda ferita, gli occhi spalancati sul regno di Ade. Il figliastro di Cesare, il giovane uomo con cui avevo partecipato a non so quante feste, se ne stava a terra, immobile come soltanto i morti possono essere. Non era una persona facile, era anzi rigida e intollerante d'animo, ma aveva mostrato pi coraggio di me, quando serviva. Dall'altra parte vedevo Vezio, un uomo cui la follia aveva distrutto l'animo, immerso nella pozza del proprio stesso sangue.
Ho chiuso gli occhi, sperando assurdamente che quanto vedevo non ci fosse pi quando li avrei riaperti. Ma i due cadaveri erano ancora l, e i miei occhi si sono riempiti di lacrime.
- Apollodoro, alzati! - Mi ha ordinato Cesare. - Non abbiamo ancora finito!
Gli eventi di questo giorno, infatti, non si sono conclusi con la morte di Giuniano e Vezio. Io mi sono faticosamente alzato, provando dolore in ogni parte del corpo, non per la caduta ma per il terrore, che ancora mi scuoteva tutto, facendomi soffrire. Mi sono asciugato gli occhi e soffiato il naso, facendo uno sforzo enorme poich mi sentivo svuotato di ogni energia.
Cesare invece, mandato un uomo che conosceva a chiamare aiuto dalla sua casa, affidati i cadaveri ai suoi servi appena giunti, affinch li portassero via, ha freddamente deciso di continuare a fare ci che doveva.
- Ormai Giuniano  morto. - Mi ha spiegato, con il suo consueto realismo. - Che aiuto gli darei se me ne tornassi a casa a piangerlo? Ce la fai ad accompagnarmi, Apollodoro?
Ho acconsentito, anche se in verit non me la sentivo, e abbiamo quindi proseguito verso i suoi laboratori, questa volta pi velocemente perch ora la strada era sgombra. Io trascinavo i piedi, per la verit, e stargli dietro mi riusciva sempre pi difficile.
- Due uomini sono morti, Apollodoro. - Mi ha detto Cesare, mentre ci avvicinavamo alla nostra destinazione. Io ansimavo, ma lui non sembrava accorgersene. - Gli uomini muoiono continuamente. E il dolore non ci deve impedire di fare ci che dobbiamo.
- S, Cesare. - Gli ho risposto io, con il poco di fiato che mi rimaneva. L'uomo accanto a me era di nuovo l'essere freddo e spietato che tanto mi terrorizza.
Non ci abbiamo messo molto ad arrivare al grande edificio basso ed elegante che un poeta ebbe a definire l'antro delle meraviglie del novello Vulcano.
Ad accoglierci sono stati proprio Mamurra, l'ingegnere capo, e Sosigene, il principale scienziato di Cesare. Il primo l'ho gi descritto altrove, del secondo dir soltanto che  un famoso matematico e fisico, un egizio d'origine greca dall'aria melanconica ed esangue, con una barbetta grigia che gli circonda il viso e gli occhi tristi. Sono anni che vive a Roma ma non parla latino, cos come Mamurra, da bifolco quale , non conosce il greco. I dialoghi tra i due sono dunque sempre assai difficili.
- Ebbene? - Ha chiesto Cesare a Sosigene, appena entrato, nel suo greco dall'accento magnifico.
- Vieni e ti faccio vedere. - Gli ha risposto l'altro.
Lui e Mamurra ci hanno accompagnati attraverso i corridoi illuminati dalle lampade a nafta progettate da Cesare, sino al grande stanzone che costituisce la parte centrale dei laboratori.
- Cesare, finalmente sei arrivato! - Ha esclamato con il suo vocione roboante Marc'Antonio, appena siamo entrati. Poi si  avvicinato per salutarci. - Come mai ci avete messo tanto?
- Un inconveniente ci ha rallentati. - Ha risposto lui seccamente.
- Antonio, che cosa ti  successo? - Non ho potuto fare a meno di chiedergli io. Si avvicinava a noi zoppicando, il suo braccio destro era avvolto dalle bende, cos come un occhio, e tanto il petto villoso, lasciato scoperto, quanto il volto erano strinati da bruciature.
Lui ha sogghignato, con un'espressione ferina che l'ha fatto somigliare a un lupo.
- Un incontro troppo ravvicinato con i marziani. Oh, scusa Cesare, con i tripodi.
L'altro gli ha fatto un cenno con la mano, come a dire che non importava.
- Ma ci siete riusciti, vero? - Ha chiesto, con un tono che tradiva la sua ansia. - Ci siete riusciti?
- Oh, s che ci siamo riusciti! - Ha risposto Antonio, sogghignando ancora di pi.
Ancora mi sembra incredibile, ma Cesare ha sorriso, felice come un fanciullo, ha chiuso i pugni come un atleta olimpionico dopo la vittoria e gli ha stretto vigorosamente la mano.
- Ben fatto! - Ha esclamato. - Ben fatto, Antonio!
L'altro era ovviamente fuori di s dalla gioia per quell'elogio. Io per parte mia naturalmente non capivo nulla di quanto stava accadendo, e dovevo avere sul volto un'espressione molto confusa, perch lui si  voltato verso di me e mi ha spiegato:
- Apollodoro, ti sei mai chiesto se sono stati costruiti i carri armati il cui progetto avevo mostrato a Pompeo? - Io ho annuito, perch in effetti me l'ero chiesto, e mi ero risposto che probabilmente non ce n'era stato il tempo. - Sappi allora che sono stati realizzati. Le mie officine ne hanno costruiti dieci. Io li ho affidati ad Antonio, che ha addestrato e comandato gli equipaggi.
- Tutti ragazzi in gamba, scelti da Cesare uno a uno. - Ha confermato lui.
- E quindi? - Ho chiesto io.
- Due giorni fa il mio reparto corazzato scelto ha affrontato un tripode, che grazie ai trabocchetti e ai percorsi obbligati piazzati da Pompeo eravamo riusciti a isolare dagli altri. - Ha continuato quello, con l'aria molto fiera di s. - Che forza che hanno questi tripodi, Cesare! Lui da solo ha distrutto tutti e dieci i carri armati, e ucciso o ferito quasi tutti i miei uomini. Come vedi, io me la sono cavata soltanto con l'aiuto degli di.
- Per? - Ha chiesto l'altro sorridendo.
- Vieni a vedere.
L'abbiamo seguito, lentamente, perch lui zoppicava molto, e ci ha mostrato qualcosa, coperto da un grande telo di lino. Lo ha afferrato con la sinistra e, con un unico strattone, lo ha levato.
- Zeus! - Ho esclamato io, incredulo.
- Bene, bene. - Ha commentato invece Cesare.
Davanti a noi, disteso per terra, immobile, c'era un tripode, morto. Fino a quel momento non li avevo mai visti, anche se avevo letto tutte le relazioni che avevo potuto trovare, e ne sono stato davvero sorpreso. Non me li immaginavo cos alti, sottili come aironi, minacciosi come sparvieri. Guardando i tre occhi, le tre gambe, le tre braccia, non ho potuto trattenere un brivido di orrore. Quanto erano alieni, per noi, quegli esseri! Quanto erano lontani da tutto ci che conoscevamo! Non mi sono mai sentito cos debole, cos impaurito, quanto guardando quell'essere ormai morto, ai miei piedi. Sono stato felice che Cesare fosse accanto a me, perch soltanto la sua presenza avrebbe potuto rassicurarmi. Ho provato la tentazione di afferrare il suo braccio, per sentirmi pi protetto, ma per fortuna l'ho vinta.
- Non hai idea di quanto abbiamo dovuto faticare per ucciderlo, Cesare. - Stava spiegando Antonio, molto loquace. Probabilmente i medici gli avevano dato qualche farmaco per il dolore che scioglie anche la lingua, ho pensato. - Anche da vicino, i nostri colpi non riuscivano a penetrare la sua corazza. Noi eravamo riparati dalle fiamme, per fortuna, ma quando con le sue manacce riusciva ad acciuffare uno dei carri armati, lo faceva a pezzi con la sola forza delle dita, quasi la corazza fosse fatta di papiro. - L'ho visto tremare, a quel pensiero, come se un brivido lo attraversasse. - Alla fine uno dei centurioni ha avuto l'idea: siamo riusciti a fissargli al corpo delle funi e usando tutt'insieme la forza motrice dei carri rimasti l'abbiamo scaraventato a terra, e poi l'abbiamo calpestato fin quando non si  pi mosso. In questo modo, per,  comunque riuscito a distruggere tutti i nostri carri.
- E quindi adesso sappiamo come distruggerli! - Ho esclamato io, che avevo capito un po' in ritardo che quella era la salvezza per tutti. - Possiamo ripetere la stessa manovra con tutti gli altri tripodi.
Cesare ha scosso la testa.
- Purtroppo non abbiamo altri carri armati, n il tempo per costruirli. - Mi ha risposto. - E ormai i tripodi sono in campo aperto, non possiamo pi isolarli l'uno dall'altro.
- Zeus! - Ho detto io, sconvolto. Quindi eravamo sconfitti in ogni caso?
- Per ora possiamo studiare il nostro nemico. - Ha aggiunto Cesare, parlando ora in greco. - E abbiamo cominciato a farlo, non  vero Sosigene?
Lo scienziato egizio ha annuito.
- E dunque, che cosa sono questi tripodi, esseri viventi o macchine?
L'altro ha sospirato.
- Cesare,  difficile da credere, lo so, ma sono un po' l'uno e un po' l'altro. - Si  interrotto poi, con un tono professorale, ha cominciato a spiegare: - Ci sono tessuti organici, muscoli, tendini, che consentono una mobilit simile a quella degli animali, o dell'uomo. Ma ci sono anche strutture meccaniche, artificiali, che non sono state aggiunte come fossero un'armatura, ma che sembrano cresciute insieme ai tessuti organici. E c' un esoscheletro durissimo, evidentemente sintetico.
Io non avevo capito molto ma Cesare, gli occhi illuminati dall'interesse, stava ascoltando con un interesse spasmodico.
- Molto bene. - Ha commentato soltanto.
- Abbiamo provato a percuotere, perforare o schiacciare il tripode, senza alcun risultato, Cesare. - Ha continuato Sosigene, mentre Mamurra si aggirava attorno a noi triste come un cane bastonato, senza capire ci che stavamo dicendo. - Nessuna arma di cui disponiamo  in grado di produrre effetti contro quest'esoscheletro.
Cesare ha scosso la testa, insoddisfatto.
- Cos non va bene, Sosigene. Avete provato con le nostre tecnologie pi evolute?
L'egizio  rimasto in silenzio per alcuni istanti, poi ha aggiunto.
- Abbiamo fatto molti esperimenti. C' soltanto uno dei progetti su cui stiamo lavorando che pare avere effetti sull'esoscheletro. Ma  ancora tutto molto... misterioso. Non sappiamo spiegare bene che cosa sia, n perch funzioni.
- E cio? - Ha chiesto Cesare. L'impazienza che  una delle sue caratteristiche pi spiccate stava prendendo il sopravvento sul rispetto che di solito mostra per l'esimio scienziato.
L'altro si  voltato e, sempre con aria tetra, ha indicato con il dito uno strano cilindro composto di pi metalli, da cui pendevano una serie di fili, anch'essi metallici.
- Oh, s. - Ha detto Cesare, capendo al volo ci che io non riuscivo proprio a comprendere. - Fatemelo vedere, presto!
Roma, diciassette giorni prima delle Calende di Giugno.
Servilia,
per quanto i rapporti personali tra noi siano inesistenti sento l'obbligo, essendo comunque un componente della tua famiglia, di porgerti le mie condoglianze per la perdita del povero Bruto.
Era egli un animo puro e nobile, purtroppo infine corrotto dalla vicinanza a tuo marito, che ne ha mutato non soltanto il nome ma anche il cuore.
 triste che un nobile romano fedele alla Repubblica abbia concluso la propria vita salvando quella del pi grande pericolo per le libert e le virt romane che si sia mai visto. Bruto  morto da coraggioso, ma non certo da saggio, n da buon cittadino.
Mi consola, per, la circostanza che la nostra Repubblica  comunque perduta: gli di non hanno voluto vedere Roma schiava del tuo Cesare e delle sue res novae, e hanno mandato i marziani a distruggerla prima che ci accadesse.
 un ben strano regalo quello che ci hanno fatto gli dei, ma dobbiamo accettarlo.
Marco Porcio Catone
Roma, diciassette giorni prima delle Calende di Giugno.
Servilia,
i nostri lutti non avranno dunque mai fine? Io ho perso un marito, tu un figlio. Capisco il tuo dolore, cos come tu hai capito il mio.
So che, in questo momento, non ci sono parole che possano consolarti. Sii forte, per, come deve essere ogni donna romana. Cesare non capisce il dolore troppo ostentato, e sarebbe deluso se non ti mostrassi coraggiosa.
Ti saluto con affetto.
Giulia
Roma, sedici giorni prima delle Calende di Giugno.
Catone,
per il futuro, ti prego di evitare di disturbarmi con i tuoi messaggi.
Ricorda soltanto che mio figlio si chiamava Caio Giulio Cesare Giuniano, e non Bruto come lo chiami tu, perch  stato legalmente adottato da mio marito e ne ha quindi assunto il nome, cos come prevedono le nostre leggi, che ti esorto a rispettare.
Per il resto, ritengo che Giuniano sia morto ancor pi nobilmente di quanto ha vissuto, e pi di quanto tu potrai mai comportarti.
Servilia
Roma, sedici giorni prima delle Calende di Giugno.
Giulia,
sono una donna romana, e la moglie di Cesare, e so che cosa comporta l'una e l'altra cosa.
Ti ringrazio per la tua gentilezza, ma sopravvivr alla morte di mio figlio, cos come sono sopravvissuta a ogni altra disgrazia, nella mia vita.
Ti saluto.
Servilia
Roma, quindici giorni alle Calende di Giugno
Mia amata Clodia,
ti scrivo, anche se sei nell'altra camera, e potrei parlarti se soltanto mi alzassi e ti raggiungessi, perch sai bene che sin da giovane mi  stato pi facile manifestare i miei sentimenti per iscritto che non a parole.
Il nostro amore si avvia alla fine, non perch noi non ci amiamo pi, ma perch  Roma stessa che si avvia a essere distrutta. Chi l'avrebbe mai detto, quando io ti scrivevo poesie piene d'amore, e tu me le rimandavi indietro, offesa, che cos sarebbe accaduto, che Roma sarebbe durata meno del nostro amore?
La fine di Roma sar la fine delle nostre vite, perch io e te siamo troppo radicati in questa citt da poter pensare di vivere altrove. Roma cadr, e noi con essa.  ormai evidente che niente e nessuno potr impedire ai marziani, siano essi figli dell'ira degli di o dell'invidia di altri mondi, come pensa Cesare, di distruggerla.
Eppure non sono triste, perch questi anni di amore per te hanno riempito la mia vita di felicit e di gioia, e spero sia stato lo stesso per te. Ogni momento passato con te  stato pi ricco di una vita intera senza di te. Per questo oggi sono comunque lieto, perch ho vissuto tante e tante vite grazie a te.
Grazie di avermi amato, dunque, mia amata.
Gaio Valerio Catullo
Roma, quattordici giorni alle Calende di Giugno
Magister,
tutto sembra dunque finito, in questi giorni di tristezza e di lutti. Roma, un tempo popolata pi di ogni altra citt, si  svuotata. I vili, i pavidi, coloro che non hanno fede nella sua maest l'hanno abbandonata, e ora le sue strade sono vuote e deserte come mai prima.
Questa mattina attraversavo il Foro, che un tempo avevo difficolt a solcare, assediato com'ero da coloro che mi volevano stringere la mano, salutare, complimentare o domandare qualcosa. Bene, ho incrociato soltanto poche frettolose persone che, con gli occhi bassi, nemmeno mi hanno guardato. L'unico con cui ho parlato  quel bizzarro personaggio di Figulo, che mi ha lungamente perseguitato con le sue teorie pitagoriche spiegandomi di aver infine scoperto come, grazie alle virt numerologiche del nome di Roma, la nostra Repubblica non cadr.
Ti confesso, Magister, che anch'io ho cercato di abbandonare la citt. Ho pensato di andare ad Atene, ad Alessandria, a Pergamo, che sono antiche e colte citt, ove si possono intrecciare conversazioni erudite, e commentare tra dotti i fatti del mondo. Alla fine, per, mi sono detto che lontano da Roma non potrei vivere, e allora ho deciso di rimanere. Sono lieto di sapere che molti senatori si sono comportati come me.
Questa mattina me ne stavo sdraiato nella vasca da bagno, immerso nell'acqua, e mi chiedevo se sia opportuno anticipare i marziani. e tagliarmi le vene. Darmi la morte da me, invece di consentire ai nemici di togliermela, non  forse pi dignitoso, pi conforme agli ideali che devono ispirare un nobile romano? Mentre stavo esaminando i pro e i contro di una simile linea d'azione, mi sono giunte tuttavia strani voci.
- Il Machinarum Magister - mi dicevano, - ha un piano. Il Machinarum Magister sta costruendo una macchina che salver Roma. Il Machinarum Magister ha scoperto una magia che distrugger i marziani.
Non credo che sia per paura della morte, Cesare, quanto piuttosto per la fiducia che ho nei miracoli che gi in passato hai saputo fare che ho lasciato cadere il rasoio e mi sono rialzato. Nel mio cuore  rinata la speranza, e ora sono in attesa che il Machinarum Magister faccia la sua magia: fallo, te ne prego, Cesare, e salva Roma. Tutti noi non aspettiamo che questo!
Marco Tullio Cicerone
Roma, quattordici giorni alle Calende di Giugno
Magister,
Sosigene e Mamurra mi dicono che, per quanto possibile, sono pronti.
Hanno eseguito i tuoi ordini e predisposto quanto hai chiesto.
Domani pu essere il giorno della verit, dunque.
Caio Mazio
Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Tredici giorni alle Calende di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
Da quando siamo stati nel laboratorio, e abbiamo visto il tripode ucciso giacere al suolo, Cesare non  pi tornato a casa. Ha vissuto l, e conoscendolo credo che non abbia n dormito n mangiato per tutti questi giorni, ma soltanto lavorato incessantemente, spronando e tormentando tutti quanti affinch lo imitassero nella sua incredibile capacit di lavoro.
Non sono stati certo giorni felici, questi. Quasi tutti a Roma sono convinti che la citt sia condannata, e sono fuggiti. Roma  cos divenuta, per molti versi, una citt fantasma. I pochi che sono rimasti sono anch'essi per lo pi convinti di essere ormai destinati alla morte, anime gi con un piede nell'Ade, e si comportano di conseguenza. Da un lato domina la mestizia e l'attesa della morte, dall'altro in molti la certezza della fine ha fatto scomparire ogni freno morale. L'immoralit e la depravazione cos regnano, a quanto si dice, in molte case. Sono anche rimasti molti delinquenti feroci e incalliti, disposti a rischiare il tutto per tutto pur di svaligiare case abbandonate o violentare donne sole. Il dittatore Pompeo ha dovuto schierare diverse coorti delle sue ridottissime forze per pattugliare le strade e dar loro la caccia. Utilizzando i suoi poteri di dittatore, e grazie a un senatoconsulto ultimo emanato dal Senato, ha messo a morte decine e decine di saccheggiatori, assassini e violenti.
I loro cadaveri sono esposti nudi come esempio e monito, nei crocicchi un tempo pi frequentati. Giacciono insepolti, non onorati da alcuno, come nuovi ornamenti della citt e cibo per gli uccelli, che sono tornati a frotte. Catone ha cos avuto buon gioco a dire, nell'ultimo manifesto che ha diffuso, che proprio come lui aveva previsto Pompeo sta massacrando cittadini romani come aveva fatto il suo maestro Silla. Da quanto ho capito, per, nessuno ascolta pi Catone.
Anche la casa di Cesare  triste. Servilia non ha pianto per la morte del figlio, perch  troppo fiera per farlo, ma certo il suo dolore  evidente, e fortissimo. Che ci pu essere di pi sconfinato del dolore di una madre per la morte prematura del figlio? Giulia invece piange spesso:  di frequente in visita, perch credo che la casa di Crasso sia ancora pi triste della nostra, e non si trattiene dallo spargere lacrime. Anche alcuni degli schiavi della casa sono fuggiti. I pi per sono fedeli a Cesare, e sono rimasti. Mi chiedo perch l'hanno fatto. A volte mi chiedo perch non sono fuggito anch'io, ma  una domanda senza senso. Sono rimasto per Cesare, ovviamente: non potrei mai vivere lontano da lui. Questo l'ho deciso anni fa, non appena l'ho visto entrare nel mio fondaco ad Alessandria, e non ho cambiato idea. Morirei per lui ma, dato che non sono riuscito a farlo quando Vezio ha cercato di ucciderlo, almeno morir con lui, se sar necessario.
Spero ancora che non lo sia, per.
...
Ieri sera Cesare  tornato a casa. Era stremato, ma sorridente. Il volto era ancora pi asciutto del solito, gli occhi arrossati, febbrili, come gli succede quando passa giorni e notti a lavorare, senza dormire. Lo abbiamo accolto tutti, credo, con una muta domanda.
- Sopravvivremo? Roma ce la far?
- Domani. - Ha risposto lui, senza aggiungere altro. E se ne  andato a dormire.
...
Questa mattina sono andato con Cesare fino alle scuderie. Lui ha montato Dita, e io un cavallo anziano e tranquillo, che mi ha lanciato un lungo sguardo di rimprovero per il mio peso eccessivo. In effetti in questi ultimi giorni ho tralasciato la dieta che seguo di solito. Del resto, se dobbiamo abbandonare questa vita, farlo da magri o da grassi non cambia molto.
Abbiamo attraversato rapidamente le strade deserte di Roma, dirigendoci verso il confine meridionale della citt, verso la Porta Capena. Siamo passati davanti alla Basilica Emilia, e poi davanti al Tempio di Castore, dove qualche vecchietta accorreva per gli ultimi sacrifici. Il Foro era vuoto, di uno squallore spettrale, e cos il Circo Massimo. Per tutta la citt si respirava soltanto aria di paura, e di sconfitta.
- Cesare, dove stiamo andando? - Ho chiesto io. - Che cosa sta succedendo?
- Presto lo vedrai, Apollodoro. - Ha risposto lui, con un tono mortalmente serio. - Presto sapremo se Roma sopravvivr o no.
La meta del nostro viaggio era una piccola e rozza costruzione in metallo, che sembrava appena costruita, abbarbicata sulle mura serviane. Era gi presente il dittatore Pompeo, che non era pi per il condottiero energico e ottimista che avevo conosciuto soltanto poco tempo fa. Pareva che l'armatura gli pesasse sulle spalle come mai prima, tanto si era ingobbito, e gli occhi chiari erano velati, il volto dominato da una stanchezza mortale. Attorno a lui ho riconosciuto Antonio, ancora fasciato ma sempre di buon umore, Mamurra e Sosigene. Gli altri non li avevo mai visti.
- Ci sono molte cose strane nell'universo, Apollodoro, cose che noi non conosciamo. - Mi ha detto Cesare, dopo aver salutato tutti con espressione grave. - Pi cose di quante ne contenga tutta la filosofia di Aristotele.
Io gli ho fatto cenno di continuare. Tutti i presenti sembravano pendere dalle sue labbra.
- Nel corso degli esperimenti eseguiti sul corpo del tripode preso dal nostro valoroso Antonio, abbiamo potuto verificare che i nostri nemici sono una davvero incredibile mescolanza tra macchina ed essere vivente. - Ha proseguito, con il tono che adotta un insegnante con i suoi allievi. - Non credo che nel nostro mondo si sia mai visto nulla del genere. L'insieme che viene da questa mescolanza  un risultato formidabile: un corpo inattaccabile praticamente a ogni tipo di arma o di insidia che noi possiamo portare.
L'umore di tutti i presenti si  istantaneamente incupito, poi per Cesare ha sorriso.
- Tranne forse una. Perch pare proprio che questi corpi indistruttibili siano molto sensibili a una particolare forma di energia. Una forma di energia la cui esistenza Aristotele mai aveva neppure mai supposto, e che nei miei laboratori abbiamo appena iniziato a scoprire.
- Pare per che alcuni scienziati greci avessero gi fatto questa scoperta. - Lo ha interrotto Sosigene, parlando nel greco che usano in Egitto, e che mi ha resuscitato molti ricordi.
Cesare  parso per un attimo infastidito.
- I Greci hanno scoperto tutto, ma non sono mai riusciti a dare un utilizzo pratico alle loro scoperte. - Gli ha risposto, anche lui in greco. Poi ha ripreso a parlare in latino: - Se volete guardare quella serie di strani oggetti che vedete dietro di voi, potete capire di che cosa sto parlando.
E tutti, naturalmente, ci siamo voltati. I numerosi meccanismi che ho visto in quel momento sfuggono alla mia capacit di descrizione. La mia formazione  mercantile, e come ogni greco certo conosco un po' di poesia e di filosofia, ma la meccanica e la scienza sono arti che non ho mai coltivato.  inutile dunque che mi metta a descrivere ci che non capisco, e non posso capire. Molto meglio invece riferire quanto ha detto in proposito il loro creatore, il nostro Machinarum Magister:
- Alternando dischi di zinco a dischi di rame, e separandoli con panni di feltro imbevuti di acqua salata, si produce questa strana forma di energia che i Greci, i quali come giustamente ha ricordato Sosigene la scoprirono secoli fa, chiamavano elektron, e che sul loro esempio ho deciso di chiamare elettricit. Nei giorni scorsi abbiamo costruito decine e decine di questi generatori di elettricit, che chiamo pila. Abbiamo collegato tutte queste pile in un circuito parallelo, attraverso fili metallici che ne scaricano l'energia. - Si  interrotto un attimo, per poi proseguire. - Otto valorosi tecnici, tutti dipendenti dei miei laboratori, sono rimasti uccisi durante questa pericolosa operazione, perch l'elettricit pu essere mortale. Tutta l'energia che le nostre pile riusciranno a produrre sar scaricata, in un unico istante, contro i tripodi, non appena loro toccheranno il filo metallico che abbiamo steso, e che conduce questa nuova e strana forma d'energia. Con l'aiuto degli dei, confidiamo che ci sia sufficiente a distruggere i nostri nemici.
Come tutti gli altri, ho guardato questi oggetti misteriosi, dal cui funzionamento dipendeva la nostra vita, e il futuro di Roma. Non riuscivo a capire come fosse possibile che macchine tanto piccole e dall'aria cos inoffensiva potessero essere cos pericolose, ma non vedevo il motivo di dubitare della parola di Cesare. Aveva forse mai tradito i suoi impegni?
- Cesare, io non ho capito praticamente nulla. - Ha detto a quel punto Pompeo, con aria confusa. - Ma se tu pensi che abbiamo una speranza, mi fido di te.
- Saremo come Giove, scaglieremo le nostre folgori sui Titani che danno l'assalto all'Olimpo! - Ha esclamato a quel punto Antonio, alzando il pugno del braccio ancora sano, subito imitato da tutti gli altri presenti.
Cesare ha scosso la testa.
- Non ci resta che aspettare, e vedere. - Ha detto, in tono secco.
...
Zeus, ora li vedo per la prima volta! Che strani esseri che sono! Da vivi, se vivi sono, ancora pi che da morti!
Li vedo all'orizzonte, si muovono in modo goffo, sulle loro tre zampe, lunghe e affusolate. Se non fossero cos alieni potrebbero assomigliare a fenicotteri, ma i loro movimenti sono pi rigidi, meccanici. Eppure che aria terribile che hanno, che aria micidiale e mortale! Non c' mai stato nulla nel nostro mondo paragonabile a questi esseri, questo  certo.
Dietro di loro vengono le fiamme purpuree degli incendi che hanno seminato. Attraversano le dolci campagne che circondano Roma, e dinnanzi a loro spargono morte: uno di loro volge un occhio verso una pecora sfuggita al pastore, e quella viene all'istante incenerita. Un altro scruta un uccello, che si  posato sul ramo di un albero, e anche quello brucia. Tra loro e la capitale del mondo soltanto le vecchie e fragili mura serviane, e un basso fossato che Cesare ha fatto costruire, e riempito di filo metallico collegato alla sua ultima invenzione. Ed essi si avvicinano, sempre di pi, facendomi agghiacciare il sangue nelle vene.
Mi accorgo che sto tremando: stringo le mani l'una all'altra pi forte che posso, per fermarle, ma anche la mia testa si muove, su e gi, e non riesco a bloccare questo movimento. Guardo Cesare: lui sta osservando i tripodi che avanzano, li scruta con avido interesse, quasi volesse imparare qualcosa da loro.
- Non ancora - sento che mormora, non capisco a chi.
I tripodi si avvicinano a Roma, con il loro passo lento e cadenzato, irresistibile. Fiammate isolate spruzzano dai loro occhi, a colpire tutto ci che di vivo sia rimasto nei loro paraggi.  come vedere l'avanzata del fronte della tempesta. I nostri nemici sono davvero una forza della natura, che nessuno pu contrastare.
Ora capisco Lucio Vezio, perch davvero si pu pensare che questi esseri siano stati inviati a noi dagli di, tanta  la sicurezza e la potenza che manifestano. Sento dietro di me giovani ufficiali che mormorano, in preda al terrore. Qualcuno forse sta pensando di fuggire, di abbandonare Roma e il proprio onore, pur di sottrarsi a questa prova. Vedo che Cesare li scruta, uno a uno: il suo sguardo calmo e sereno sembra liberarli dal terrore.
- Non ancora - ripete.
I tripodi si avvicinano sempre pi. Ora riesco a vedere che volgono il loro sguardo verso di noi. E mi sembra quasi di leggere, nei loro tre occhi, l'odio immoto e potente che li anima, l'odio per l'umanit, e per Roma che ne costituisce il vertice. Ci guardano, e il terrore infrange la stretta delle mie mani, che ora tremano sempre pi, incapaci di controllarsi. Zeus proteggici, non riesco a fare a meno di pregare!
- Gi! - Sento dire da qualcuno.
Il fuoco balena attorno alla costruzione in cui ci troviamo, le fiamme danzano attorno alle feritoie come falene, il calore aumenta. Pesanti gocce di sudore mi calano attraverso la schiena e, pur accaldato come sono, rabbrividisco. Percepisco la puzza del sudore, rancido e acre, di ognuno dei presenti, cos come l'odore della paura di cui tutti siamo preda. Stiamo rannicchiati, in ginocchio, quasi in adorazione dei nostri nuovi dei.  cos che moriremo, dunque, prigionieri in questa squallida costruzione metallica assediata dalle fiamme?
Vedo Cesare che, con un movimento fluido, un sorriso beffardo sul volto, si rialza di scatto. Guarda fuori, soltanto per un istante, e annuisce.
- Ora. - Dice. - Si lanci il dado!
Mamurra, spingendo con tutto il suo peso, volta verso il basso una pesante leva che sino a quel momento non avevo notato.
Per non succede nulla. Non vedo le folgori di Zeus colpire i tripodi, come aveva predetto Antonio. Non vedo nulla di straordinario. Leggo la delusione negli occhi di tutti. Poi percepisco uno strano odore, che non avevo mai sentito prima, e vedo drizzarsi i miei pochi peli corporei sopravvissuti alla depilazione.
Cesare sorride, e guarda fuori. Le fiamme non lambiscono pi la nostra protezione, e tutti noi possiamo alzarci. Anch'io lo faccio, anche se forse sono l'ultimo.
I tripodi hanno raggiunto i fili metallici, e sono fermi l. Sono rigidi, come sempre, ma tremano leggermente, quasi che lo sguardo di Medusa li avesse raggiunti, e stessero pietrificandosi.
Non riesco a staccare lo sguardo da quell'immagine. Gli innaturali corpi triformi degli alieni sono l, piegati dalla forza invisibile dell'energia scoperta da Cesare, e vibrano, come se fossero scossi da colpi potentissimi, che noi non possiamo vedere. I loro occhi non sprizzano pi fiamme, ma sembrano colmi di una sorpresa, e di un dolore, che per un momento mi straziano. Mi sembra di sentire come un gemito, un suono colmo di morte e di orrore, provenire dai loro corpi. Non  un urlo, o un lamento, ma  come se i loro stessi corpi vibrassero, e producessero quel suono. Mi accorgo che dalle loro membra sembra uscire un sottile filo di fumo, che si leva verso il cielo, quasi fosse un messaggio per coloro che li hanno mandati.
- Stanno cuocendo! - Esclama Antonio, e ride.
Cesare lo fulmina con lo sguardo, e lui improvvisamente si contorce, e non ride pi. Che potere ha quest'uomo tra coloro che lo amano!
Poi vedo uno dei tripodi che trema in modo fortissimo, come facevo io poco prima. Trema e d'improvviso si stacca dal filo, cadendo a terra. E dopo di lui un altro, e poi un altro ancora. Come nei giochi dei bambini, i tripodi cadono al suolo uno a uno, producendo un suono sordo, come quando viene gi una vecchia quercia.
Ne  rimasto soltanto uno. Probabilmente il pi forte, il pi vecchio, il pi resistente. I suoi occhi ci guardano, ma io ora non ho pi paura. So che non ci lancer fiamme, questa volta, lo sento. Nei suoi occhi mi sembra di leggere l'orgoglio di una vecchia razza morente, e l'odio prodotto dall'invidia per la giovane forza che sta per ereditare lo scettro del potere. Vedo la tristezza infinita di chi conosce il proprio declino, e la propria fine, e li sa inevitabili. Per un istante, mi chiedo se noi, noi umani, dico, ci saremmo comportati diversamente, e meglio. Mi sembra addirittura che i nostri sguardi si incrocino, e che i nostri pensieri si intreccino. S, per un istante mi sembra di aver compreso l'alieno, e che l'alieno abbia percepito che l'avevo compreso.
L'ultimo tripode trema furiosamente. Alza le sue tre braccia verso il cielo. Prega? Maledice? Ha paura? Non lo so, il nostro legame si  infranto.
Poi le sue lunghe gambe si spezzano, con un rumore secco e tremendo, e lui cade al suolo, lentamente, come se fili invisibili lo sorreggessero.
-  finita - dice Cesare, quando quello tocca terra.

Epilogo.

Dal diario privato di Apollodoro Siculo, segretario di Giulio Cesare.
Dieci giorni alle Calende di Maggio dell'anno della dittatura di Gneo Pompeo Magno.
Siamo tornati a casa, dopo che Cesare ha pronunciato l'elogio funebre di Giuniano. Un discorso coinvolgente, che ha fatto inumidire gli occhi a tutti i presenti, in cui ha definito il figlio adottivo il migliore dei Romani. Era presente mezza Roma, dagli aristocratici ai plebei: un segno evidente dell'ancor pi grande popolarit di Cesare.
Sulla strada del ritorno siamo passati attraverso la Via Sacra, dove si lavora per il trionfo di Pompeo sui marziani, e dove l'entusiasmo e la gioia si percepiscono senza sforzo. Roma in questi giorni  tutta cos, permeata da quello che in mancanza di meglio non riesco a definire se non un respiro di sollievo collettivo. Tutti se ne vanno in giro sorridenti, congratulandosi a vicenda per lo scampato pericolo e, cosa strana considerando la ritrosia degli uomini romani per queste cose, a volte addirittura abbracciandosi. Chi  rimasto a Roma si sente un po' un eroe, e si pavoneggia. E chi se ne  fuggito ora  tornato vergognoso per la propria vilt, e non si fa vedere in giro.
Cesare ha osservato con attenzione gli operai al lavoro, con espressione attenta, e un sorriso ironico sul volto.
- Cesare, sei tu che hai sconfitto i marziani, non Pompeo. - Gli ho detto io. - Sei tu che dovresti trionfare, non lui.
Lui ha scosso la testa.
- Apollodoro, quanto si capisce che non sei romano! Pompeo  il dittatore, suo era il comando, e la responsabilit, suo il trionfo. Questa  la nostra legge. - Mi ha risposto. - E poi, che cosa mi importa del trionfo? Il trionfo  soltanto apparenza, appaga la vanit del condottiero vittorioso. Ci che mi interessa  la sostanza del potere, non soddisfare la mia vanit.
Ed  in quest'ultima frase che ho davvero riconosciuto Cesare.
Tornati a casa, abbiamo avuto un'altra conversazione interessante.
-  davvero incredibile come tutto sia finito bene, non trovi, Cesare? Gli ho chiesto io. Il sollievo per la salvezza cos inaspettata mi ha reso, lo confesso, un po' garrulo.
- Finito? - Mi ha risposto lui, stupito. - Come puoi pensare che sia tutto finito?
Ha preso il codice che stava leggendo e l'ha agitato, con aria concentrata, mentre io lo scrutavo, stupefatto.
- Devi capire, Apollodoro, che chi ci ha attaccato dispone di una potenza e di una conoscenza scientifica e tecnologica che noi non possiamo neppure immaginare, ed evidentemente ha intenzione di distruggerci. Perch dovrebbe rinunciare a questa intenzione, soltanto perch questa volta ha fallito? Noi, al loro posto, non ci rassegneremmo, ma torneremmo all'assalto, con ancora pi forza. Per questo dico che non siamo alla fine, ma soltanto all'inizio.
Io l'ho guardato, incredulo. Non l'avevo mai pensata in questi termini.
- Cesare, sei davvero convinto che sia cos?
-  l'unica spiegazione razionale che si possa dare. - Ha insistito lui, convinto.
- E allora che cosa possiamo fare? - Ho chiesto, sentendomi montare nuovamente l'angoscia. - Se sono cos evoluti, finiranno per distruggerci!
- No, se saremo pronti. - Ha replicato lui, dopo un attimo di riflessione. E poi, come se mi rivelasse un segreto, ha proseguito: - La nostra sopravvivenza dipende quindi in ultima analisi da questo: da quanto saremo pronti al loro prossimo attacco. Dobbiamo poter resistere quando ci attaccheranno, ed essere un giorno capaci di contrattaccare, di portare la guerra a casa loro, ovunque sia. Soltanto cos possiamo vincere, e tramite la vittoria sopravvivere. E per far ci dobbiamo sviluppare pi che possiamo la nostra scienza e la nostra tecnologia, senza essere vincolati dall'osservanza delle consuetudini e delle antiche tradizioni, dalle nostre istituzioni che risalgono a cinquecento anni fa, e che non permettono di decidere con rapidit. In questo momento,  necessario che uno solo possa decidere ci che  necessario fare, e avere l'autorit per far eseguire le proprie decisioni.
Quando ho capito che cosa stava dicendo, sono rimasto senza parole.
- Cesare, tu stai parlando di rovesciare le leggi della Repubblica! - Gli ho detto, sconcertato.
Lui mi ha guardato, con quegli occhi chiari che mi fanno sempre tremare le gambe.
- Apollodoro, in questo momento  in gioco la sopravvivenza di Roma, e forse dell'intera razza umana. Non possiamo fermarci davanti a nulla. Se ci saranno delle resistenze, dovranno essere superate. Con ogni mezzo. - E poi ha ripetuto, a bassa voce: - Con ogni mezzo.
Io ho scosso la testa. Non era tanto l'angoscia per il pericolo remoto dei marziani che mi turbava, ma il timore per ci che avrebbe potuto fare Cesare nel prossimo futuro.
- Cesare, cos condurrai Roma a una guerra civile. - Gli ho obiettato.
- Se per salvare Roma devo passare attraverso una guerra civile, ebbene, lo far. Mi costa pi dirlo che farlo, lo sai bene. - Mi ha risposto lui, e ho sentito nella voce la determinazione ferrea della sua volont, che nessuno pu piegare. - S, sono disposto a scatenare una guerra civile, anche contro tutto il Senato, se necessario. Perch so che la vincerei. Ne dubiti, forse, Apollodoro?
Io ho sospirato. In un attimo, ho ripensato a tutte le invenzioni di Cesare, i carri armati, l'elettricit, le armi da fuoco. Ho ripensato alle migliaia di fanatici sostenitori di cui gode nella Suburra, e alla sua popolarit ancora pi grande ora che tutti sanno che  stata una sua invenzione a salvare Roma. E poi alle sue immense ricchezze, a cui si aggiungono quelle dei suoi alleati e amici capitalisti, che non lo abbandonerebbero mai. Per un attimo, mi  balenata davanti agli occhi una scena che ho cercato di dimenticare molte volte: la spietatezza con cui ha osservato i gladiatori morire, falciati dai colpi dei suoi fucili, la cui efficienza stava dimostrando ai luogotenenti di Pompeo. Per l'ennesima volta ho avuto paura di lui, e per lui.
- No, Cesare, so che non perderesti - gli ho risposto.
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FINE.
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Nota dell'autore.
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Un lettore curioso trover forse interessante sapere che, con l'eccezione di Caio Pullio, tutti i personaggi citati in questo racconto sono storici. Ho anche cercato, per quanto mi  stato possibile, di farli agire nella maniera che mi sembrava pi verosimile considerando le loro condotte e il loro carattere, per come ci sono tramandati dalle fonti storiche, pur in un contesto cos diverso da quello reale. Anche alcune frasi che i personaggi pronunciano sono state dette davvero, ovviamente in altre situazioni.
Cesare, ovviamente, non  stato esiliato da Silla ma, dopo esser stato condannato a morte,  stato graziato per l'influenza della famiglia della madre. L'idea di Cesare grande inventore nonch padre della rivoluzione industriale pu sembrare - e in effetti  - inverosimile. I contemporanei trovavano per inverosimile anche che il figlio di un esponente politico di secondo piano di una fazione sconfitta e annientata, un uomo ricco soltanto di debiti e avversato dall'establishment dell'epoca, gli ottimati, dopo aver conquistato le Gallie di propria iniziativa e senza ordine del Senato potesse rovesciare un ordine politico vecchio di cinque secoli, che aveva portato Roma alla conquista del mondo ed era rispettato da tutti. Ancora pi inverosimile avrebbero trovato l'idea che quell'uomo, in una societ che aborriva anche soltanto l'idea del potere monarchico, potesse diventare, di fatto se non di nome, il re di Roma.
Cesare  l'impensabile che diventa realt, anche nella storia, non soltanto nei racconti.
Erone il Vecchio era operativo nell'Alessandria del I secolo a.C., e invent tra l'altro un prototipo della turbina a vapore. Le sue invenzioni non ebbero alcun effetto sull'economia dell'epoca, perch la necessit di energia a buon mercato era agevolmente soddisfatta dal lavoro degli schiavi.
Servilia  stata l'amante di Cesare per decenni e, probabilmente, la donna che nella sua vita Cesare pi ha amato, con l'eccezione della madre Aurelia. I tre matrimoni di Cesare hanno avuto tutti finalit politiche, ma ho pensato che, senza impegni di natura pubblica, avrebbe voluto sposare lei, anzich Pompea o Calpurnia. A quel punto, magari, avrebbe anche potuto adottare il figlio di lei, Marco Giunio Bruto (s, proprio il cesaricida) che cos, secondo la legge romana, avrebbe cambiato il proprio nome in Caio Giulio Cesare Giuniano.
Sosigene era l'astronomo egizio da cui Cesare si fece consigliare per la riforma del calendario. Quello che introdusse, detto giuliano, ha subito qualche piccola modifica nel Medioevo, ma sostanzialmente  ancora in vigore oggi.
Mamurra era il comandante del genio di Cesare in Gallia. Doveva essere un uomo di talento, se pensiamo ai ponti costruiti in brevissimo tempo sul Reno, alle fortificazioni di Alesia e alle flotte costruite e ricostruite continuamente. Secondo Catullo era anche un uomo corrotto e dissoluto, e per i pettegoli era addirittura l'amante di Cesare.
Apollodoro Siculo era un mercante che lavorava ad Alessandria, dove incontr Cesare che vi era giunto inseguendo il suo nemico Pompeo. Fu lui a portare di nascosto Cleopatra al cospetto del nuovo padrone del mondo romano, avvolgendola in un bellissimo tappeto. Non ho idea di quali fossero i suoi orientamenti sessuali.
Mazio era un ricco capitalista, amico di Cesare sin dall'infanzia. Balbo e Oppio erano due banchieri, tra i suoi pi stretti collaboratori. Azio era pure lui un ricco capitalista, marito della sorella di Cesare, da cui ebbe Azia, la quale a sua volta fu la madre di Ottaviano Augusto. Pomponio Attico era un ricchissimo mercante, nonch amico di Cicerone, di cui pubblic l'epistolario.
Le vite di Catone, Cicerone, Marc'Antonio e Pompeo sono troppo famose, per cui non  necessario spiegare chi furono. Pu valere la pena aggiungere che Pompeo, nel corso delle sue campagne orientali, non sconfisse i Parti, ma si accord con loro. E al suo ritorno dalla campagna asiatica non si ritir dalla vita politica ma si alle con Crasso e Cesare, giovane politico emergente. Quest'ultimo fu eletto console nel 59 a.C., e gli ci volle tutto l'appoggio dei suoi alleati e tutta la sua determinazione e volont per superare la resistenza del Senato e ottenere l'approvazione dei provvedimenti presi da Pompeo in Asia, e la terra per i suoi veterani. Cesare per s ottenne il proconsolato in Gallia, ci che diede l'avvio alla catena di eventi che lo port alla guerra civile, alla dittatura e infine alla morte.
Nel 49 a.C., l'anno del consolato di C. Claudio Marcello e P. Cornelio Lentulo Crus, accaniti nemici di Cesare, Giulia, Crasso il Ricco e il figlio Publio erano gi morti. Giulia era stata dal padre sposata, per motivi politici, a Pompeo. Mi sono preso la libert di immaginare che, unita a un uomo pi giovane, sarebbe sopravvissuta pi a lungo, e l'ho quindi sposata con il secondogenito di Crasso, vecchio alleato di Cesare, dato che Pompeo, il quale amava unirsi con le figlie di famiglie aristocratiche, non avrebbe mai sposato la figlia di un capitalista estraneo al Senato. Posto poi che nel mio mondo Pompeo aveva sconfitto i Parti a Carre, Crasso e il figlio non avevano la necessit di condurvi un esercito romano a farsi massacrare, e di morirvi.
Anche Catullo era gi morto all'epoca. Come tutti sanno, era un poeta le cui liriche piene d'amore per Lesbia (ovvero probabilmente Clodia) commuovono ancora oggi, e non un senatore. Era anche amico di un giovane e ambizioso senatore come Celio, e le sue poesie sono piene di riferimenti all'attualit politica. Se Clodia l'avesse davvero sposato, chiss...
Curione, tribuno della plebe (per nel 50 a.C., non nel 49 a.C.) dopo essere stato un avversario di Cesare, proprio nell'anno del suo tribunato divenne uno dei suoi pi accesi sostenitori, probabilmente dopo che quello ebbe saldato tutti i suoi debiti.
Lucio Vezio era una strana figura di spia, provocatore politico e doppiogiochista. Dopo la fine della congiura di Catilina, in cui aveva militato, contemporaneamente per informandone Cicerone, accus Cesare di complicit. Poi denunci un misterioso complotto per uccidere Pompeo. Sbagli probabilmente i tempi, perch fu incarcerato e, poco dopo, ritrovato morto in prigione.
Terenzio Varrone era considerato l'uomo pi erudito di Roma, tanto che Cesare lo incaric di organizzare a Roma una biblioteca degna di quella di Alessandria.
Nigidio Figulo  stato il pi noto esponente del pitagorismo a Roma.
Debbo infine chiedere indulgenza per la mia presunzione: mi sono permesso di inserire in questo mio racconto false lettere di Cicerone, e falsi brani di Plutarco, alternati ad altri autentici.  chiaro che il mio stile non pu nemmeno lontanamente avvicinarsi a quello dell'uno e dell'altro.
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FINE.